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Critica paradossale di chi ama e non ama il teatro.

Ho imparato un po’ di teatro stando a teatro e non facendo teatro. Ho imparato che il vero teatro non è mai su un palco ma è per strada, in quella strada che ti porta a teatro e stare dietro le quinte o nel corridoio di un teatro e a “sentire”. In questi spazi senti le voci, ne immagini i volti, le movenze, senti i suoni, ne immagini rumori di cose, oggetti, scene. Ho imparato ad essere più “io” e meno “altra” ma non stando su un palco dove il più delle volte c’è finzione e mai libertà.

Oggi il fare teatro equivale alla possibilità di esprimersi, disconoscersi e riconoscersi? Oppure più semplicemente esibirsi? Oppure ancora vendere un prodotto, fare dei soldi? Un momento auto celebrativo?

Ho imparato che la maggior parte delle volte gli spettacoli sono falsi e che ad emozionarmi sono tratti, inaspettati, di attori e attrici, tratti umani, inesplorati. La maggior parte degli spettacoli visti finora non mi sono piaciuti perché mi trasmettevano noia e ansia. E quelli che mi sono piaciuti erano considerati noiosi dai tanti e allora ho imparato a dare ai miei gusti un termine nuovo, come dire singolari, e ho imparato a starci bene e ad apprezzarli.  Ho imparato ad acquisire forza e ad impiegare tutte le mie energie per il teatro, per organizzare il teatro, per pensarlo, mai abbastanza, ovviamente, ma quel tanto che basta per poter dire oggi di essere più fragile e nel contempo più determinata. Ho raffinato la mia sensibilità, ho smussato alcuni angoli del mio essere e ho scoperto una personalità dalla grinta immensa. Ho iniziato, grazie all’insieme del teatro, ad essere una nuova me. A volte mi piace tanto, altre volte meno. E ho imparato che, inevitabilmente, pur occupandomi di altro, di tante altre cose nella vita, infondo, ci si sentirebbe lo stesso così. Ho imparato che la vulnerabilità di chi fa teatro a volte plasma anche il tuo spazio e diventi vulnerabile anche tu. Ho imparato a vedere la superiorità e l’arroganza di chi fa teatro e si crede onnipotente e ho imparato l’umiltà di chi non si riconosce nel maestro. Di chi non si riconosce affatto. Ho avuto la fortuna di assimilare concetti che sono lezioni di vita e in qualunque contesto mi aiutano. Ho provato a ripetere a voce alta ieri per il prossimo e faticato esame universitario e ho scoperto una facilità, inattesa, nel linguaggio, nell’esprimere certe parole. Ho eliminato schemi e preconcetti, stanno scomparendo piano tabù e limiti che da sempre di opprimevano.  Sto avendo, grazie al teatro, l’opportunità di studiare e studiarmi, l’opportunità di sperimentare e ricercare, la poesia da cogliere in ogni cosa che c’è intorno a me da cui meravigliarmi e che riserva sempre un nuovo sorriso. Stare a teatro mi ha insegnato la questione importante dei tempi. Adesso capisco bene che per tutto c’è un tempo, una pausa, un punto, (adoro il punto!) e che anche per parlare c’è un tempo, ma il tempo migliore è quello per guardarmi dentro e scoprire quali sono le mie esigenze ed esprimerle o non esprimerle affatto.  Attraverso molti amici sto avendo l’opportunità di improvvisare me stessa e all’aperto, allo scoperto da tutto e tutti, a spogliarmi come nessuno oserebbe fare su un palco. Solitamente, sono una di quelle che ringrazia sempre tutti, e per ciascuno di questo immenso insieme di “tutti” ci mette passione. Ho imparato, per ultimo, che tutta la bellezza che vediamo nel mondo o nei mondi altrui o negli occhi altrui non è altro che “la nostra bellezza” la propria bellezza, la mia bellezza! Oggi io ringrazio me. Sono molto meno innamorata del teatro di quanto sembri e sono molto più innamorata di me di quanto sembri. Evviva Narciso, Evviva! Volerti bene è la prima cosa a cui pensare, seriamente, se vuoi fare del bene agli altri.

Alzo le mani: il teatro non mi piace!

Valeria D’Agostino

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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