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In una stanza polverosa
riscrivevo un antico sonetto
mentre mille pensieri
mi percuotevano
veloci il petto,
prima che un tuono roboante
scuotesse l’aria devastante.

Mi alzai all’improvviso
e vidi due cani sul mio viso:
«Chi vi ha fatti entrare?
Lasciate in pace
un povero abbacinato
dalla passione per una donna
più bella della madonna.

I due mastini infernali,
con un terribile latrato:
«Tu ancor devi soffrire,
ancor devi patire,
nell’eterno divenire».

Allora io infervorato
risposi adirato:
«Cani immondi,
fatevi riscacciare,
qui tira una cattiva aria,
andate via nell’aia».

Ma loro, senza aver udito,
reagirono con un grugnito:
<<Noi sempre qui saremo,
mai ci allontaneremo,
perché figli tuoi,
ti possederemo>>

Al ché ebbe inizio
un’oscura notte,
una lurida notte,
che mai il mio petto
abbandonerà…

Di Davide De Grazia

Il poeta non è altro che un canale, un medium per l'infinito, che si annulla per fare posto a forze che gli sono immensamente superiori e, per certi versi, persino estranee. D'altra parte chi sono io di fronte al tutto, ma al contempo, cosa sarebbe il tutto senza di me?

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