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Cara prof.ssa ***,
sono Domenico D’Agostino, diploma 2010. Molto probabilmente il mio nome Le dirà qualcosa ma non riuscirà a ricollegarlo ad un volto, forse nemmeno se mi vedesse spuntare di colpo a scuola. Tuttavia, secondo certe norme scolastiche consuetudinarie, dopo tre anni in sua compagnia, io ricordo perfettamente Lei, la sua voce, le sue parole e, se mi impegno, finanche certe sue espressioni nel dettaglio.      
Ho deciso di scriverLe questa lettera dopo aver parlato di Lei (bene, lo giuro!) con ***, la sua alunna di quarta, scoprendo di avere alcuni argomenti validi per farlo. Tra questi argomenti valga come premessa la semplice esigenza di dar una traccia di sé, dopo un po’ di anni, a chi di tracce tematiche ne ha date parecchie; in altre parole: mi piaceva scrivere alla professoressa che mi ha fatto piacere lo scrivere. La traccia di me che voglio darLe, in questo presente, è presto detta. Il mio voto di diploma è stato settantasette; ricordo di aver preso, nel corso di cinque anni, quasi tutti i voti, dall’1+ (del mitico prof.***) al 9 in un suo compito. Questo, a pensarci bene, è sintomatico di tutto un mio percorso più ampio. Attualmente mi trovo a due passi da una laurea triennale in Lettere e Beni Culturali, che sarà pur stata conseguita con qualche annetto di ritardo, sì, ma rappresenterà, ne sono certo, solo l’inizio di un nuovo segmento del percorso. Insomma una carriera nella media, la mia. Ci tengo a dirle queste cose perché esse si collegano direttamente al primo argomento valido (o almeno lo spero) di questa lettera: il tempo.

Ho sentito che dopo quest’anno scolastico andrà in pensione. Si tratta senz’altro di una tappa fra le più importanti della vita, accresciuta di senso, se vogliamo, quando ad andare in pensione è chi col proprio lavoro compie uno dei gesti più nobili dell’essere umano: insegnare. Che ci si addentri in lezioni a mo’ di università, scoprendo la bellezza del dialogo, dello scambio di vedute, o che ci si limiti – anche, perché no? – ad una più semplice fruizione di informazioni, un professore ha sempre già vinto, in quanto ha lasciato una parte di sé (insieme alle informazioni) ad una moltitudine di ragazzi che ha il privilegio di predisporne poi in tutta la vita.
Di recente sono in contatto con il mio professore di Letteratura Cristiana Antica, all’Unical, per iniziare un lavoro di tesi (sarà uno studio sulla famiglia direttamente dalle parole del Gesù storico). Lamentandomi con lui del mio percorso leggermente a rilento, della mia troppa propensione a lottare contro il tempo e troppa poca contro tutte le cose che possono distrarre un venticinquenne nella vita, mi sono sentito rispondere con una delle frasi che più mi hanno colpito negli ultimi anni, e che ora voglio condividere con lei: “Il tempo è solo un alibi”. A ciò aggiungerei che il tempo è un cerchio, un cerchio chiodato al quale siamo soliti “attaccare” le nostre consuetudini, le nostre strutture quotidiane, i nostri progetti, dai più minimi a quelli più grandi. Estremizzando mi verrebbe da dire che il tempo è il nostro abito da essere umano, ma non so quanto potrei essere originale. In ogni caso il punto non è la mia originalità, bensì capire in che rapporti siamo con questo tempo. Combatterlo con amarezza non ci farebbe godere il presente; dimenticarci di lui equivarrebbe invece vivere a metà. Farselo amico potrebbe diventare la vera svolta per tutti noi. Ed io credo che un vero insegnante non vada mai in pensione. Tutto questo soltanto per darle questo mio augurio: non smetta mai di insegnare; di gente col bisogno di imparare, di ragionare e di dialogare c’è e ci sarà sempre il mondo pieno.

Voglio confidarmi, inoltre, con lei. Riguardo il mio riscoprirmi un venticinquenne un po’ atipico. Mi trovo forse negli anni centrali della giovinezza, quelli in cui dicono che il cervello sia all’apice del suo potere ma, al tempo stesso, l’uomo è nella sua posizione più delicata in rapporto alla società. In parole semplici: comincio a trovarmi faccia a faccia con importanti scelte che condizioneranno il resto della mia vita. Ciò è naturalmente accompagnato da una considerevole dose di angoscia e timore. Diciamo quella dose giusta per non deviare troppo dal percorso (rischio sempre presente per una persona, come me, troppo idealista). Ma oltre a questo c’è dell’altro. C’è un leggero velo di tristezza che, se non vado troppo errato, non dovrebbe comparire alla mia età. Mi riferisco a qualche rimpianto di troppo, a qualche mancanza. Forse, però, trovandomi di fronte ad un futuro incerto non risulta poi così tanto strano sentirsi poco preparati. E più che mai adesso, in questo preciso mio momento storico, sento l’esigenza 1) di confidarmi con Lei, con Lei che mi ha fatto capire l’importanza di impugnare una penna e mettersi a scrivere, nonché la vera natura della scrittura, che è sempre un atto che si rivolge ad un destinatario. 2) di mettere in guardia per quanto possibile – e per quanto giusto: chi sono io per ergermi a tanto? – tutti i ragazzi che continuano a passare i loro mattini in quelle quattro mura desiderando che tutto finisca il prima possibile, anziché desiderare di arricchirsi sempre più. Su quest’ultimo punto son sicuro che professori come Lei facciano tutto ciò che è in loro potere per acuire la consapevolezza dei ragazzi. Tuttavia, prendendo la mia esperienza e le mie sensazioni come spunto, vorrei approfittarne per rivolgermi agli studenti proprio tramite Lei. Continui ad essere un modello, continui a far capire l’importanza della scrittura e della lettura, dell’arte e della cultura, del dialogo e della società. E continui ad essere attenta – accorta, oserei dire – che ogni singolo ragazzo, nella bellezza della diversità di tempi, di linguaggio, di mente e di idee, sia sempre cosciente dell’importanza dello studio, galvanizzato, incuriosito, aiutato, ma mai veramente soddisfatto e sazio. Che sia sempre affamato e che sempre si continui a cibare. Per non arrivare ad un tempo nemmeno tanto lontano con qualche rimpianto, quando, cioè, sarà troppo tardi per recuperare certe informazioni che andavano acquisite prima.

Infine, dopo questo passaggio spero non troppo greve, mi piacerebbe parlarLe di spazio. Più precisamente, del nostro circostante, del rapporto tra le azioni umane a noi più vicine e lo spazio nel quale esse avvengono. Quando frequentavo il liceo poco mi interessavo di ciò che avveniva attorno a me, credevo che pochi fossero gli stimoli esterni ma ora capisco che pressappoco nulli erano invece gli stimoli miei. Credo sia importante per un ragazzo essere stimolato ma, al tempo stesso, è importante che questo ragazzo si stimoli, che alleni la propria curiosità verso tutto ciò che lo circonda e che si addentri il più possibile nella bellezza dell’aggregazione sociale. In questo modo si può dar maggiore senso anche alle proprie passioni, alla propria creatività o alla propria arte. Fondamentale rimane la propria sfera emotiva e passionale, ma che non ci si alieni ascoltando la musica, se ne parli insieme! Non ci si fossilizzi guardando un film per svago o distrazioni, si guardi un film per pensare, si vada a teatro, si faccia teatro! Non si creda che la scuola debba giudicarci come peggiori, migliori o mediocri, si capisca che serva solo a farci pensare! Si capisca che sapendo pensare ci si potrà esprimere al meglio. Sapendosi esprimere al meglio si avrà la vita in pugno.
Queste ultime cose che Le ho scritto sono i sentimenti più profondi che animano una sorta di collettivo  di ragazzi con la passione della scrittura e non solo. Un collettivo da me fondato un paio d’anni fa e che oggi gode di un bel momento qui in città. Molto spesso veniamo scambiati per un’associazione vera e propria, perché secondo certi schemi mentali, forse, risulta difficile immaginare dei giovani attivi solo per il puro gusto di esserlo, per dar sfogo a passioni e creatività, e non per tornaconti personali o per meccanismi di do ut des. Ci chiamiamo “Manifest”, e crediamo sia importante Manifestarsi. Per chiunque, ovunque.

La lascio, ringraziandola definitivamente per la formazione mentale che mi ha donato; scusandomi per quanto avrei potuto fare di più senza averlo capito per tempo; fiducioso di un bel futuro, per uno come me che non smetterà mai di imparare, per una come Lei che non smetterà mai di insegnare.

Domenico D’Agostino

Di Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventinove anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Storia delle Religioni, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

Un pensiero su “Lettera alla mia professoressa e al mio liceo.”
  1. Caro mio, leggendo queste parole ho sentito emozioni, brividi, ricordi, parole, momenti, interrogazioni, consigli, confidenze dei miei 5 anni al Liceo.
    Ciò che hai descritto, penso non potevi farlo con parole più belle, con sentimenti più veri e con un animo sincero.
    Ti ringrazio per le emozioni che mi hai regalato, facendomi rivivere alcuni ricordi attraverso queste parole.

    Un abbraccio!

    Robert

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