Bobby Fischer e gli scacchi: estratto dalla mia tesi “Il sole nero”

Robert James (Bobby) Fischer

“Gli scacchi sono fondamentalmente la ricerca della verità, quindi io sono alla ricerca della verità” (Bobby Fischer, videointervista contenuta nel film Pawn Sacrifice)

Nel caso di Bobby Fischer è preso in esame un tipo diverso di creatività, quello manifestato nell’antica e complessa sfida intellettuale degli scacchi. Gli scacchi, che riuniscono organicamente elementi di scienza, arte e sport, richiedono al giocatore esperto uno studio approfondito ed elevate capacità mnemoniche. Tuttavia, nonostante il notevole sviluppo della teoria scacchistica, non ci sono quasi mai due partite uguali e le possibili varianti (sequenze di mosse) che si possono verificare nel corso di una partita raggiungono un numero che tende all’infinito.

Per rendere l’idea, Richard Dawkins e altri prima di lui, hanno stimato che il numero di possibili partite a scacchi supera il numero di atomi nella galassia. Pertanto spetta al giocatore integrare le conoscenze pregresse in modo creativo in relazione al mutare della configurazione dei pezzi sulla scacchiera.

Per quanto riguarda l’elemento artistico negli scacchi, esso è legato soprattutto al fatto che alcune combinazioni (ovvero sequenze di mosse che, attraverso il sacrificio di uno o più pezzi, portano il giocatore che le esegue in vantaggio) possono provocare nell’intenditore che vi assiste lo stesso piacere estetico del contemplare un’opera d’arte.

Insomma per orientarsi tra le innumerevoli possibilità che il gioco degli scacchi offre vi sono dei principi strategici generali, che il giocatore creativo e di genio capisce quando infrangere, nel momento in cui la posizione lo richiede, per ottenere un vantaggio.

Marcel Duchamp, noto artista dell’avanguardia Dadaista e anche forte giocatore di scacchi, durante una convention della New York State Chess Association, nel 1952, ebbe a dire: “I pezzi degli scacchi sono l’alfabeto che plasma i pensieri, e questi pensieri esprimono la bellezza astrattamente”.

Secondo Reuben Fine, psicanalista e campione di scacchi statunitense, autore del libro Psicologia del giocatore di scacchi (1956), a collegare gli scacchi all’arte è il fatto che entrambi danno all’immaginazione un particolare modo di esprimersi.

Purtroppo non sono pochi i casi in cui grandi giocatori di scacchi e campioni del mondo, accanto a queste indubbie capacità intellettuali, hanno mostrato segni e sintomi di squilibrio psichico.

Nel saggio di Reuben Fine a cui ho fatto precedentemente riferimento, Psicologia del giocatore di scacchi, l’autore fa una analisi, basata sui principi psicanalitici Freudiani, delle caratteristiche del gioco e dei suoi maggiori campioni. Ciò che ne viene fuori è un importante coinvolgimento dell’Io dei giocatori nelle sfide a cui prendono parte, coinvolgimento che avrebbe a che fare con i conflitti intrapsichici inerenti l’aggressività, l’omosessualità, la masturbazione e il narcisismo; elementi centrali della fase dello sviluppo psicosessuale denominata fallico-anale.

Anche il complesso edipico avrebbe modo di esprimersi negli scacchi, in quanto il padre, che spesso è colui che insegna al figlio a giocare, può essere rappresentato dal pezzo degli scacchi raffigurante il re. Dare scacco matto al re avversario rappresenterebbe la distruzione del padre, ma il pericolo di subire lo scacco matto rievocherebbe l’angoscia di castrazione. Questo sarebbe dovuto a due ragioni: innanzitutto perché nei confronti del proprio re, questo pezzo così indispensabile, ma allo stesso tempo debole, l’Io subirebbe un processo di identificazione, legato a dinamiche narcisistiche; in secondo luogo perché la forma stessa dei pezzi degli scacchi dà modo di pensare a una simbologia fallica. Fine ritiene che la simbologia fallica (quindi il contatto con il pene e il desiderio di masturbazione) insieme al fatto che la pratica del gioco porta a trascorrere molte ore con compagnie esclusivamente maschili (vista la scarsa presenza di donne nelle competizioni agonistiche) potrebbe far supporre la presenza di pulsioni omosessuali latenti nei giocatori. Latenti in quanto i casi di omosessualità manifesta tra i giocatori di scacchi sono abbastanza rari. L’Io del giocatore di scacchi è generalmente forte, in grado di tollerare la stimolazione della libido e neutralizzare in larga misura l’energia pulsionale. La repressione dell’omosessualità e dell’aggressività avviene con successo a livello inconscio. Tuttavia queste pulsioni socialmente disapprovate possono avere qualche manifestazione esteriore mascherata, che genererebbe ansia per la paura di una punizione. In ogni caso il giocatore di scacchi non è passivo, in quanto trova una gratificazione soddisfacente e socialmente accettabile alle sue pulsioni inconsce nel gioco stesso. L’Io utilizza delle difese efficaci, come l’intellettualizzazione, e l’ansia può essere tollerata. “La sua debolezza [dell’Io] consiste principalmente in una fissazione narcisistica, che rende difficile al giocatore di emergere dal livello omosessuale di sviluppo a quello eterosessuale”. Le prove che fornisce Fine a sostegno della sua teoria non sono molto soddisfacenti, il che gli dà un carattere piuttosto speculativo, sebbene contenga degli elementi interessanti. Lo psicanalista Sachs ha affermato che uno dei fattori della creatività artistica è il trasferimento del narcisismo dall’ Io agli oggetti; secondo Fine avverrebbe lo stesso processo negli scacchisti.

Questi descritti finora sarebbero tratti generici della personalità che secondo Fine sono comuni tra i giocatori di scacchi di ogni livello. Dall’analisi dei campioni effettuata dallo psicanalista emerge che alcuni di essi “si servono degli scacchi per soddisfare fantasie di onnipotenza e rivelano, col passare degli anni, un grado maggiore o minore di regressione; le loro psicosi, comunque, non risultano mai particolarmente gravi”. Queste psicosi si manifestano generalmente con sintomi di paranoia e megalomania.

Altri campioni invece risultano del tutto sani psicologicamente e conseguono notevoli risultati sia negli scacchi che in altri campi.

Sicuramente dovendo classificare Bobby Fischer in uno dei due gruppi, propenderemo per il primo. Fischer è nato a Chicago il 9 Marzo 1943 ed ha avuto una infanzia infelice, in quanto i genitori si sono separati poco dopo la sua nascita e lui è cresciuto con la sorella e con la madre, che aveva continuamente difficoltà finanziarie. All’età di sei anni Bobby ricevette in dono una scacchiera e si appassionò presto al gioco, che negli anni successivi prese il posto di tutto il resto: la scuola, gli amici e persino la famiglia. Nel 1956, all’età di 13 anni, vinse il campionato juniores degli Stati Uniti. Quando stava per compiere 15 anni vinse il campionato nazionale assoluto, e poco dopo divenne Grande Maestro (la massima categoria agonistica prevista dal regolamento della federazione internazionale), a quei tempi il più giovane della storia. Nello stesso periodo lasciò definitivamente la scuola per dedicarsi unicamente agli scacchi, con la speranza di riuscire a diventare campione del mondo. Tutti riconoscevano il talento di Bobby, ma altrettanto evidente era la sua eccentricità e il suo essere goffo, provocatorio e polemico. Dal 1958 al 1970 partecipa alle competizioni internazionali con risultati buoni, ma non all’altezza delle sue aspettative. In quegli anni per un periodo si ritira dalle competizioni di qualificazione per diventare sfidante del campione del mondo, in polemica con i giocatori russi, accusati da lui di mettersi tra di loro d’accordo sul risultato delle partite, influenzando significativamente la classifica finale dei tornei. I giocatori russi a quel tempo, e da decenni, detenevano incontrastati il predominio nei tornei internazionali e da lungo tempo erano sempre russi i campioni del mondo che si succedevano l’uno all’altro. L’Unione Sovietica aveva reso gli scacchi lo sport nazionale, oltre che il simbolo della supremazia intellettuale del regime, in contrasto con la decadenza occidentale. Molto è stato detto dell’avversione di Fischer nei confronti delle donne, che riteneva meno intelligenti degli uomini e incapaci di giocare a scacchi. Dall’età di 16 anni viveva da solo, la madre si era trasferita altrove. Verso la fine degli anni sessanta fino al 1977 aderì alla Worldwide Church of God, una setta religiosa fondamentalista. Nella conversione religiosa Fine vede la ricerca di un padre indistruttibile, comune a tutti gli uomini, ma nel caso di Fischer acuita dal fatto di non aver mai conosciuto il proprio padre e dal continuo attacco alla figura paterna costituito dal giocare a scacchi (nell’interpretazione simbolica di Fine). Nel 1970 ritorna a competere in un torneo internazionale per qualificarsi come sfidante del campione del mondo, all’epoca il russo Spassky. Vince il torneo e in seguito, in una serie di match, sbaraglia tutti gli altri giocatori pretendenti al titolo. Nel 1972 a Reykjavik (la capitale dell’Islanda) si svolge quello che è stato definito “Il match del secolo”: la sfida per il titolo di campione del mondo di scacchi tra il russo Boris Spassky e lo sfidante statunitense Robert James Fischer. La sfida ha avuto una grande importanza politica, essendosi svolta nel pieno della guerra fredda ed è stata seguita da un numero impressionante di persone. Dopo aver perso le prime due partite (una a forfait), Fischer riesce a rimontare e alla fine si aggiudica il titolo con un punteggio di 12 ½ a 8 ½.

Fischer a quel punto ha ciò che ha sempre desiderato: è il campione del mondo, ha soldi e fama, in patria è accolto come un eroe. Per questo appare inspiegabile il suo improvviso ritiro dalla sfera pubblica e dalle competizioni agonistiche, per sprofondare progressivamente in un abisso di isolamento, paranoia, deliri antisemiti (Fischer aveva origini ebree) e vagabondaggio.

In qualche modo le eccentricità e i sintomi nevrotici (o il disturbo di personalità) mostrati da Fischer fino al suo ritiro dal mondo scacchistico potrebbero essere simboleggiati da una classica battuta sul giocare a scacchi: “Quando si fa una mossa dalle conseguenze incerte, se si vince era un geniale sacrificio, se si perde uno stupido errore”. Fischer ha vinto, nonostante in alcune circostanze ha dimostrato essere il più strenue nemico di sé stesso: le sue stravaganze sono perdonate, i suoi comportamenti antisociali sono visti solo come un aspetto del suo genio. Ma ormai a 29 anni, quando diventa campione del mondo, la sua personalità è formata: e la personalità di Fischer, che si è dedicato unicamente agli scacchi in modo ossessivo (nonostante un Q.I. stimato superiore a 180, che gli avrebbe potenzialmente potuto permettere buoni risultati anche in altri campi), non si è sviluppata in maniera organica. La sua vita sociale e sentimentale era sempre stata insoddisfacente e i giornalisti, prima che diventasse campione, lo descrivevano come goffo, bizzarro, socialmente inadeguato ed egotista. Probabilmente le ragioni del ritiro di Fischer dalla scena pubblica vanno ricercate nel suo sentirsi incompreso, perseguitato e utilizzato per fini che divergevano da una dimensione prettamente sportiva. Inoltre essendo diventato campione non aveva più un obiettivo da perseguire e sul quale concentrare le proprie energie.

Ponterotto e Reynolds in una ricerca del 2013 hanno fatto una analisi psicobiografica di Fischer basandosi sulle risposte al test SWAP date da alcuni esperti biografi del campione. Si tratta di una procedura che ha chiaramente dei limiti, non essendo l’esaminato a rispondere direttamente alle domande, ma l’inter-rater reliability (ovvero l’accordo tra giudici diversi) fornisce validità alla ricerca. La SWAP (Shedler-Westen Assessment Procedure: Shelder e Western, 2007) è un test diagnostico, composto da 200 item, che indaga la presenza di disturbi della personalità e sindromi cliniche. Oltre alla SWAP sono stati valutati anche i risultati al test Values in Action Inventory of Strengths (VIA-IS: Peterson e Seligman, 2004), composto da 240 item e realizzato per individuare i punti di forza della persona e le caratteristiche psicologiche positive.

Ciò che emerge dalla ricerca è che Fischer negli anni 1972-73 aveva una personalità paranoide, con tendenze ossessive ed elevati livelli di ostilità, ma aveva anche importanti risorse psicologiche positive, come la capacità di usare produttivamente le proprie abilità, la creatività (intesa come la capacità di guardare le cose ed approcciarsi ai problemi in modo innovativo), il gusto delle sfide, la capacità di trovare soddisfazione e significato nel perseguire obiettivi a lungo termine.

Da quando lascia gli scacchi le risorse psicologiche di Fischer gradualmente diminuiscono e aumentano i tratti psicopatologici. Attenendoci alla teoria di Fine potremmo dire che quelle pulsioni e quei conflitti che trovavano sfogo nella pratica degli scacchi adesso si trasformano in sintomi patologici più severi.

Accusa il governo degli stati uniti, gli ebrei e il KGB di complottare contro di lui per rovinargli la vita o ucciderlo. Allontana definitivamente chiunque gli provochi disappunto, definendolo uno “sporco ebreo”. Dopo 20 anni di isolamento e di ritiro dalla pratica agonistica, ritorna a giocare nel 1992 contro il suo vecchio rivale Spassky. La sfida si tiene in ex Jugoslavia che allora era sotto l’embargo dell’ONU, pertanto era vietato svolgere manifestazioni sportive nel paese. Fischer ignora il divieto e vince il match. Da allora, diventato ricercato internazionale, è costretto a darsi alla fuga e nascondersi. Viene arrestato nel 2004 nell’aeroporto di Tokyo. Mentre è detenuto nelle prigioni giapponesi riesce a ottenere la cittadinanza islandese, il paese in cui era diventato campione del mondo. Ponterotto e Reynolds nella loro ricerca hanno effettuato anche l’analisi psicologica di Fischer, nel periodo 2005-06, gli anni in cui viveva in Islanda. Ciò che ne emerge è un significativo abbassamento delle risorse psicologiche e un aggravarsi del disturbo di personalità paranoico, che adesso mostrava anche tratti schizotipici e antisociali, con tendenze narcisistiche, passivo-aggressive e schizoidi. Visse in Islanda fino al 2008, anno in cui morì, dopo aver rifiutato le cure mediche. Aveva 64 anni, il numero di caselle della scacchiera.

Vincenzo Costabile

Laureato triennale in psicologia con una tesi su creatività e psicopatologia. Giocatore e istruttore di scacchi. Ho la passione per tutte le espressioni artistiche e soprattutto: poesia, letteratura, cinema, fotografia, teatro e musica. Scrivo poesie, storie, riflessioni e articoli giornalistici, suono la chitarra e fotografo. Mi piace svolgere attività di volontariato e mi interessa la politica. Amo viaggiare, sebbene per me il senso principale del viaggio sia immergersi in una nuova cultura.

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