Vincent Van Gogh: estratto dalla mia tesi “Il sole nero”

Vincent Van Gogh

“Più divento dissipato, malato, vaso rotto, più io divento artista, creatore… con quanta minor fatica si sarebbe potuto vivere la vita, invece di fare dell’arte.” (Van Gogh- lettera al fratello Theo del 29 Luglio 1888)

Vincent Van Gogh è stato uno dei pittori più geniali degli ultimi secoli, le cui opere hanno influenzato fortemente la pittura del Novecento, ma ha condotto una vita tormentata, accompagnata da malessere fisico e mentale e dal mancato riconoscimento della sua grandezza, fino al suo suicidio.

Egli nacque il 30 Marzo 1853 a Zundert, un piccolo paese olandese, figlio di Theodorus Van Gogh, un pastore protestante, e Anna Carbentus. Vincent frequentò la scuola del paese e in seguito un collegio, dove imparò a disegnare. Dal 1866 al 1868 frequentò una scuola tecnica a Tilburg, dalla quale fu fatto ritirare dalla famiglia a causa dello scarso rendimento e delle difficoltà economiche del padre. Abbandonati gli studi Vincent trova lavoro tramite lo zio paterno alla casa d’arte Goupil e Co., che si occupa della vendita di riproduzioni di opere d’arte a L’Aia. Dal suo lavoro è stimolato ad approfondire tematiche artistiche e visitare musei e collezioni d’arte, inoltre il lavoro gli offre la possibilità di viaggiare e trasferirsi a Bruxelles, Parigi e Londra. Infine, dopo un episodio depressivo a causa di un amore non corrisposto, il nascere del suo interesse religioso e il crescere della passione per l’arte, inizia a trascurare il lavoro fino a lasciarlo nel 1876. Lavorò in seguito come insegnante e commesso, mentre si dedicava sempre più a studi teologici. Dalla fine del 1878 seguì quella che riteneva una missione, vivere in povertà tra i minatori predicando il vangelo e prendendosi cura di loro per come poteva (donando loro i suoi pochi averi, cedendo il suo letto ai malati e curando i feriti). Questa sua eccessiva (per la sua condizione) dedizione ai poveri minava il suo stato di salute e preoccupava i familiari, soprattutto il fratello Theo, con il quale mantenne una corrispondenza epistolare per tutta la vita e che lo sostenne economicamente. Fu proprio Theo che nel luglio del 1880 lo convinse a incanalare queste generose pulsioni sociali e religiose nel campo dell’espressione artistica e così Vincent a Ottobre si trasferì a Bruxelles dove si iscrisse all’Accademia delle belle arti per imparare la tecnica pittorica. Dopo aver studiato prospettiva e anatomia e aver fatto amicizia con altri pittori, lasciò l’accademia nel 1881 e si ricongiunse alla famiglia, per poi trasferirsi a L’Aia. Qui ha convissuto con una prostituta, che aveva anche pensato di sposare, e ha contratto la gonorrea, da cui è guarito dopo un ricovero in ospedale. Alla fine del 1883 tornò a vivere con i genitori che si erano trasferiti a Nuenen, dove allestisce un suo studio artistico. Dai tempi della sua iscrizione all’accademia si era impegnato spesso a ritrarre lavoratori umili. Nel 1885 il padre morì d’infarto dopo un litigio con lui, una sua vicina di casa con cui aveva avuto una relazione tentò il suicidio e il parroco del paese lo accusò di aver messo incinta una ragazza che aveva posato per lui. Visto che il parroco in seguito a questo sospetto aveva vietato ai parrocchiani di posare per lui e quindi Vincent era stato costretto a dipingere solo nature morte, nel Novembre del 1885 decise di trasferirsi ad Anversa, dove frequentava le chiese e i musei della città. Successivamente si trasferì a Parigi ospite del fratello Theo, che gestiva una piccola galleria d’arte. Qui conobbe altri pittori, tra cui Gauguin, e approfondì la sua conoscenza artistica, come quella del movimento impressionistico, che ebbe una influenza su di lui in quanto Van Gogh iniziò a tralasciare le tematiche sociali per dipingere paesaggi e nature morte.  Sicuramente tra Vincent e Theo vi era un sincero amore fraterno, tuttavia nella convivenza non mancavano i litigi, visto il carattere sì generoso, ma anche imprevedibile e collerico di Vincent. Così nel Febbraio del 1888 egli decise di trasferirsi ad Arles, nel sud della Francia. Sarà proprio ad Arles che si manifesteranno in forma acuta le prime crisi psicotiche. In riferimento alle sue lettere, Van Gogh soffriva dal 1885 di disturbi fisici, probabilmente dovuti alla malnutrizione e all’eccesso di alcol e sigarette, disturbi che migliorano quando va via da Parigi. Ma al miglioramento fisico si accompagna un mutamento psichico.

Secondo quanto sostiene Karl Jaspers, eminente psichiatra e filosofo tedesco, nella sua opera Genio e follia: Strindberg e Van Gogh, è proprio in questo periodo, tra la fine del 1887 e l’inizio del 1888, che prende il via il processo morboso che porterà Van Gogh a sviluppare la schizofrenia. Ad Arles Van Gogh si stabilisce presso la nota casa gialla, ritratta in alcuni dei suoi quadri, e viene raggiunto da Gauguin, il che gli fa sperare di dare vita ad un movimento di pittori attorno al loro laboratorio. Questo sogno viene infranto a seguito della prima crisi psicotica acuta del 24 Dicembre 1888. La sera prima Van Gogh, mentre bevevano assenzio presso un caffè, aveva scagliato un bicchiere contro Gauguin, probabilmente per delle divergenze sui loro progetti o gusti artistici. Il giorno dopo Van Gogh va incontro a Gauguin con un rasoio, ma quando questi lo fissa negli occhi Vincent corre via e si mozza un orecchio, che consegna ad una prostituta. Viene ricoverato in ospedale e Gauguin lascia la città. Il 7 gennaio gli è concesso di lasciare l’ospedale, ma da quel momento, a parte qualche periodo di remissione dei sintomi, non sarà più lo stesso e crisi del genere si ripeteranno con frequenza. A Marzo viene ricoverato in manicomio ad Arles e dal maggio del 1889 al maggio del 1890 vive nel manicomio di St. Remy, in cui si era trasferito. Dopo le dimissioni viene seguito a Auverssur-Oise (vicino Parigi) dal medico Gachet, con cui stringe amicizia. La sera del 27 Luglio Van Gogh si sparò e morì il 29 Luglio, dopo due giorni in cui era stato a letto a conversare lucidamente con il dottor Gachet. Quando la malattia (identificata da Jaspers nella schizofrenia) di Van Gogh è nel suo stadio preliminare, nel 1888, l’intensità di lavoro come pittore aumenta considerevolmente, per poi diminuire dopo la prima crisi. Secondo Jaspers non è solo la quantità di lavoro ad essere influenzata dal disturbo, ma l’intero stile pittorico e infatti i quadri che hanno avuto maggiore influenza sulle generazioni successive sono stati proprio quelli dipinti dal 1888 al 1890. Lo psichiatra precisa che la schizofrenia non è creativa di per sé, tuttavia nei casi in cui il talento, la tecnica e la personalità preesistono alla malattia, quest’ultima può far scoprire profondità inesplorate. L’impressione che ha Jaspers è che “le opere del 1888-1890 racchiudono tensioni e agitazioni che sembrano voler esprimere questioni vitali e universali”.

Di seguito è riportata una analisi di Jaspers sulla mutazione dello stile artistico di Van Gogh, un’analisi anno per anno del suo “nuovo stile” che ha seguito l’insorgere della schizofrenia:

  1. “Fino al 1886. Studi dignitosi di stile naturalista, poi impressionista. Superfici distese. Nessun accenno a scomposizione in forme tratteggiate.
  2. 1887. Prosegue lo sviluppo del colore. Nature morte e fiori di prim’ordine. Tutto è ancora abbastanza calmo.
  3. Seconda metà del 1887 fino alla primavera del 1888. Continua l’evoluzione. Fiori bellissimi. Lento avvio della schizofrenia, non ancora visibile nelle opere. Periodi di transizione. Appare il procedimento della pennellata che scompone l’unità del quadro, soprattutto nei paesaggi, che restano complessivamente calmi. Questo procedimento che sconfina nell’astrazione s’impone e permette talvolta una sorta d’incontro tra l’immagine e l’essenza stessa degli oggetti rappresentati. […] Si ha l’impressione di entrare nell’essenza profonda della realtà.
  4. Estate 1888. La potente tensione interiore ora s’esprime con perfetta sicurezza nelle opere. Una coscienza allargata e illuminata e un’enorme disciplina formale dominano la violenza dell’esperienza visuale. Questa vetta è raggiunta in un vertiginoso slancio.
  5. Dalla fine del 1888 fino al 1889. Prima crisi violenta nel Dicembre 1888. Aumenta il dinamismo del tratto. La tensione rimane sotto controllo, ma la capacità di sintesi non è più così libera: le opere diventano più regolari, i manierismi, nel senso migliore, aumentano. L’oggetto particolare, il dettaglio si ritirano sempre di più di fronte al movimento delle sole linee.
  6. Iniziando nel 1889 e aumentando nel 1890: segni d’impoverimento e d’incertezza accompagnati da una grande agitazione. Impulsi veementi, elementari, senza ricchezza creativa, sfociano nella monotonia. La terra, le montagne, appaiono come una massa prorompente, plasmabile. Ogni particolarità sparisce, una montagna potrebbe anche essere un formicaio, tanto sono vaghi i contorni. Si vede una quantità di tratti indifferenziati, un caos di linee che non tradiscono nient’altro che l’agitazione. Prima ogni movimento era sostenuto da una impalcatura costruttiva che ora tende a sparire. I quadri diventano più poveri, i dettagli più casuali. Alle volte l’impeto sconfina nel guazzabuglio informe. Energia senza oggetto, disperazione e terrore senza espressione. Non c’è più nuova formazione concettuale”.

La distinzione, come dice lo stesso Jaspers, non può essere così schematica e anche opere appartenenti all’ultimo anno, la fase precedente il suicidio, possono essere di prim’ordine. In ogni caso è evidente dall’analisi di Jaspers e dalle lettere di Van Gogh, oltre che ovviamente dagli stessi quadri, il mutamento di stile che ha accompagnato l’insorgere della schizofrenia ed è anche evidente l’incremento di lavoro nel suo stadio preliminare: lo stesso pittore scrive che in quel periodo poteva lavorare anche 12 ore al giorno e che aveva moltissime idee. Nell’ultimo anno di vita invece, le forze disgregatrici della schizofrenia diventano più invalidanti causando una diminuzione della quantità e qualità del lavoro e infine anche il suicidio.

Risulta notevole come Van Gogh anche durante la malattia, a parte nei periodi di crisi acuta, riesca a rimanere lucido e razionale e a guardare analiticamente i suoi sintomi. Possiamo vedere in questo la stessa ricerca della verità che ha animato le sue opere e la sua ricerca artistica e religiosa. Il pittore si stupisce degli elementi superstiziosi presenti nelle sue crisi acute. L’ethos che ha contraddistinto la natura e la vita del pittore (per lui la sua arte aveva principalmente una funzione consolatrice rispetto alla sofferenza umana) esiste indipendentemente dalla psicosi, anzi, dice Jaspers, in essa si consolida.

Vincenzo Costabile

Laureato triennale in psicologia con una tesi su creatività e psicopatologia. Giocatore e istruttore di scacchi. Ho la passione per tutte le espressioni artistiche e soprattutto: poesia, letteratura, cinema, fotografia, teatro e musica. Scrivo poesie, storie, riflessioni e articoli giornalistici, suono la chitarra e fotografo. Mi piace svolgere attività di volontariato e mi interessa la politica. Amo viaggiare, sebbene per me il senso principale del viaggio sia immergersi in una nuova cultura.

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