Canto della Calabria.

Una volta ti ho cantata, mia bellissima terra,
alla stregua di come si canta una donna
da tenere per mano, facendosi
incantare, guardandoti ancora
e ancora da dietro un finestrino diretto
al mio divenire.

Ho paura, mia terra, di scordare
il profumo di quei fichi d’india cantati,
dei ciliegi in fiore,
degli ulivi più inselvatichiti
e ho paura di scordare il profumo
di quelle mie parole antiche.

Cosa ne ho fatto di te?
La mia puttana, sì,
ma una puttana benedetta.
Benedette le tue acque,
benedetti i tuoi mari, benedette
le montagne ed ogni gambo
e pistillo d’ogni singolo fiore.
Benedette le sue capre
e i suoi montoni; Benedetto io.

Ho praticamente adempiuto
al mio dovere di falso poeta,
immischiandoti nelle rime,
nelle raccolte e nelle sillogi più
stupidamente bucoliche;
ti ho sedotta più di quanto
tu abbia fatto con me.

Ho divorato la semenza
e leccato le transumanze più segrete;
u granu alli porci!
U granu alli porci!

Solo per scordarmi di tutto questo
ho sputato nelle rughe
di tutti i Zi ‘Ntoni e
di Zi Peppi; sferruzzavo
i tumori da Cummari Rina
e da Za’ Luigina. Chi li ricorderà?

Non aspetti mica il tuo Messia,
no, un si cretina tu e
mi ridi in faccia mentre
tento d’accoppiarmi coi tuoi frutti.
Ma li ràdichi, terra mia, li ràdichi
su sempri chilli.
Alle radici tue non son giunto
che con una sola impronunciabile
parola: Dio.

Non solo non mi desterebbe
sorpresa alcuna scoprire la casa
du Patri Eternu nta li vosca tua,
ma un profondo inchino gli farei e
con riverenza gli chiederei:
che altro desidera?

Guardami, terra mia, sentimi,
tricientumila libri un bastanu
ppi ti parrari in italiano;
ah se potessi parlare tu
in che lingua lo faresti?

Le conicelle! Le conicelle!
C’è più vita nelle tue conicelle
erette a S.Antoni, a S.’Ngiuanni,
a S.’Fhranciscu, che nelle tue
piazze. C’è puzza nelle tue piazze,
di vecchio, e il mio vomito sta ancora
riempiendo i canali d’irrigazione
cittadini.

Oh terra mia quand’è stato
l’attimo preciso in cui
ti ho voltato le spalle?
Quando ho creduto più
di quanto dovessi credere
negli uomini? Quando ho
amato il mio riflesso
negli occhi di un dolce viso?
Quando ho scritto invece di parlare
e viceversa?

Io son diverso
adesso, e il mio respiro più profondo
è impercettibile ai tuoi venti
e a tutta l’acqua da disgrazziata
ca un si’ atru.

Ma credo. Credo ancora
nel canto che ci ha cullati
la nostra prima
notte d’amore,
quando ti carezzavo il volto
e ti leccavo anche l’anima.

Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisette anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Storia delle Religioni, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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