PROVOCAZIONE E RETTORICA – Estratti della mia tesina di liceo

Provocazione e rettorica

Non esiste niente di nascosto che non si debba manifestare e niente accade occultamente,ma perché si manifesti. Se qualcuno ha orecchie per intendere, intenda.”(Vangelo secondo Matteo)

Premessa

Oggetto di questa tesina è la provocazione, in particolare quella di natura intellettuale e morale. Intendo con questo termine un atto capace di produrre una reazione energica nell’interlocutore, una reazione “pro veritatis” cioè una chiamata alla verità. Si tratta quindi di una chiamata radicale, estrema, come un grido lanciato contro l’ipocrisia e la spontaneità repressa, come espressione intensa di un bisogno di comunicazione sincera e trasparente che cerca di stimolare nell’altro una presa di posizione altrettanto sincera e non artificiale, favorevole ad una ricerca comune della verità.

Ma che cos’è la verità? Questa è la domanda centrale della nostra vita e, non a caso, è la domanda fondamentale rivolta da Pilato a Gesù nel dialogo della Passione che costituisce il fondamento della storia cristiana . In pagine precedenti del testo evangelico Gesù aveva in effetti già anticipato la risposta alla domanda di Pilato: “io sono la Via, la Verità, la Vita”, quindi la verità non va cercata in una affermazione verbale ma in una prassi, in una pratica che testimonia senza possibilità di inganno un contenuto in cui si crede. Ognuno di noi è la Vita e la Verità, eppure questo il mondo lo ha scordato, per l’istinto dell’uomo di alienarsi nelle cose che possiede e nei suoi ruoli sociali. Gesù chiama alla sequela, contro il fariseismo, che consiste nel dire una cosa per farne poi un’altra (i farisei sono coloro che “dicono e non fanno”). Voi invece, dice Gesù ai discepoli, quando incontrate un fariseo che vede il bene e lo riconosce, lo proclama enfaticamente per poi tradirlo nei suoi comportamenti, non perdete tempo in chiacchiere, ma fate quello che dice, guardandovi bene dal fare quello che lui fa. Una possibile interpretazione di provocazione verbale è questa: l’opporsi ai Farisei, ma non tacendo; Predicando il Male e facendo ,dopo averlo riconosciuto da se, il Bene (i Futuristi bombardarono i musei o compirono atti vandalici nelle città d’arte? I surrealisti erano forse assassini? No, eppure cito testualmente dal secondo manifesto del surrealismo di breton ”Il più semplice gesto surrealista consiste nell’ uscire per strada, rivoltella in pugno ,e sparare a caso tra la folla”). Bisogna fare ciò che è giusto per se e per gli altri non in quanto retorica e speculazione, ma in quanto vita, empatia e spontaneità. Un uomo che fa il bene solo perché segue le indicazioni della morale e dell’etica non sa cosa sia il bene, un uomo che fa il bene perché è stato educato al bene non sa cosa sia il bene. Eppure di fronte a questo tipo di provocazioni l’uomo superficiale, il conformista, è solito scandalizzarsi e puntare il dito. Il suo piccolo universo chiuso e bigotto, fondato su certezze da lui ritenute assolute, quali l’arrivismo e l’ipocrisia, è scosso sin dalle fondamento e questo egli non lo accetta. Le credenze conquistate tramite una riflessione profonda sono elastiche e aperte al confronto, sono le credenze per abitudine, le credenze conformiste che ostacolano la ricerca in qualsiasi campo, a scandalizzarsi.

La ricerca della verità è ascolto e obbedienza ma è anche provocazione, contraddizione, grido. La giovinezza è ricerca totale dell’obbedienza alla verità anche attraverso la sana provocazione, evitando come la peste le trasgressioni alla moda e le obbedienze ciniche, utili al proprio tornaconto, senza rispetto di se stesso e dell’altro. L’uomo non soffre soltanto per il bene che non comprende, ma ancora di più per quello che vede enunciato a parole e poi smentito nei fatti e nelle azioni. Abbiamo bisogno di giovani grintosi e di carattere, maschi e femmine, dotati di qualità morali collegate alla capacità di ascoltare, di com-prendere, di discernere e di obbedire al bene, facendo la cosa giusta, e, per altro verso, di contraddire il male e di provocare verso il bene, facendo altre cose necessarie e giuste.

Nemica della verità, quindi, è la retorica (o rettorica), intesa non alla maniera ciceroniana di arte comunicativa, bensì come strumento di falsificazione della realtà e di manipolazione delle relazioni umane, in famiglia, a scuola, nel lavoro, nella politica.

Amica della verità è la persuasione, intesa come ricerca comune, umile, lontana dai pregiudizi e dalle false certezze di cui quotidianamente siamo bombardati. Quindi, per quanto possa sembrare paradossale, il primo passo per giungere alla consapevolezza è disimparare, cambiare ininterrottamente prospettiva, dubitare…

La ricerca sincera della verità e della persuasione è anche l’unico modo per diventare adulti responsabili. Ma questo obiettivo appare sempre più lontano e di difficile realizzazione. La vita reale sembra diventata un’appendice della vita artificiale e della sua retorica; la recita non è più corollario della vita, ma è la vita reale che sembra diventata il corollario (scomodo) della recita. La fiction (cioè lo spettacolo televisivo, politico, culturale) tende a soppiantare la realtà dell’ingiustizia, della disuguaglianza, dell’infelicità, a relegare la vita vera in un’angusta periferia, rispetto agli idoli luccicanti del successo a tutti i costi, del denaro, del consumo, del godimento proteso all’infinito anche se privo di motivi interiori. Si ha l’impressione che l’età adulta sia un triste inganno, perché non si può più diventare adulti e responsabili, ma il mondo e le sue regole sembrano chiederci di restare bambini per sempre, come il protagonista del “Tamburo di latta” di Gunter Grass. Il nostro grido è quello di chi vuole diventare adulto perché questa è la vocazione umana universale, ma gli adulti sempre più spesso non sanno più dirci come farlo, e allora rischiamo di restare tutti infantili, rimproverandosi a vicenda per questo: genitori e figli, educatori e allievi.

Proverò allora a utilizzare il linguaggio provocatorio, dissacrante di un possibile manifesto futurista o surrealista di inizio Novecento e dire:………………………………………….

Educazione, crescita e apprendimento

Io abito in una casa tutta mia,

né mai nessuno in qualcosa ho imitato

e-sempre ho burlato ogni maestro,

che se stesso in burletta non mettesse .”(Nietzsche-iscrizione sulla porta di casa)

L’educazione è la nemica della saggezza, perché l’educazione rende necessarie tante cose di cui, per essere saggi, si dovrebbe fare a meno. “(Pirandello- Il piacere dell’onestà)

Le potenzialità spaventano, mutiliamo i giovani! La creatività è pericolosa, a cosa serve la capacità d’innovazione all’ordine costituito?A niente, è solo una terrificante minaccia. Il pensiero e l’opinione non sono forse forme di creatività? Nella scuola che ufficialmente dovrebbe stimolare a esprimersi spontaneamente in realtà le idee sono estratte sotto coercizione e ricatto. La conoscenza va trasmessa in pillole, è questo l’imperativo di qualsiasi potere, senza spirito critico o libera opinione. Bambini agite come figli dei padri e rispettate le tradizioni. Beccate le briciole di pensiero, ma non fatele vostre. Non può esistere una trasmissione forzata del sapere in quanto questa esclude la consapevolezza e il desiderio di apprendere, siamo giunti al paradosso: in funzione delle regole di finta trasmissione del sapere è stato sacrificato il sapere stesso. L’industria culturale andrà avanti su strade sempre più luminose, ma escludendo la cultura vera. L’apparenza che comporta il riconoscimento da parte dei “maestri” è l’unico metro di giudizio. La conoscenza è divenuta ostile agli studenti, in quanto studio e realizzazione interiore sono posti in conflitto e il pensiero individuale e libero si perde nei sentieri cupi e nascosti che attorniano la via maestra della cosiddetta educazione civile. Il sapere finalizzato alla sopraffazione e al guadagno è un’assurdità. Studia perché questo è il solo modo per essere apprezzato, l’unico modo per ottenere compensi e riconoscimenti. Non interrogarti sulla validità di ciò che impari, imparalo perché è questo che gli altri si aspettano da te, ma per l’amor di Dio, in nessun modo attieniti alla morale di ciò che hai letto, sono assurdità, buffonate, utili solo ad essere enunciate a memoria per impressionare gli interlocutori. E quanto buffi sono i diffusori/spacciatori delle verità in pillole, di cui ormai essi stessi sono assuefatti, tanto da considerare scadenti tutte quelle fornite dai clienti, che non abbiano la stessa provenienza delle loro. L’unico vero insegnamento della scuola è la dipendenza dal riconoscimento altrui, che è la negazione di ogni individualità a favore di un appiattimento e una spersonalizzazione totalizzante. Persino la conoscenza personale può avere conseguenze nefaste, tutto dipende dalle cause che spingono lo studioso ad approcciarsi ad essa e dall’uso che questi ne fa. Troppo spesso il sapere si tramuta in strumento di supremazia borghese e arma retorica per giustificare qualsiasi idea nata per proteggere un interesse materiale. E cosa dire di colui il quale s’interessa di letteratura solo per aver garantito almeno un momento di evasione dall’oppressione della realtà? L’unica vera funzione della conoscenza dev’essere la ricerca, che si sviluppa in correlazione allo spirito critico, perché chi si abbandona alla prima verità che incontra, perde la propria identità.

Individualismo e individualità

Ci è stato insegnato a vivere ignorando la differenza fra individualismo e individualità, eppure essa è fondamentale per formare una società sana: il primo consiste nel vivere aderendo a norme e convenzioni civili, ma attraverso un insieme di comportamenti finalizzati unicamente, o in maniera molto spiccata, al conseguimento dell’interesse del soggetto che ne è autore, il quale persegue i suoi fini anche a costo di danneggiare, o comunque limitare, gli interessi del prossimo. L’individualità è la costante affermazione dell’inviolabilità del proprio io in relazione alle dinamiche sociali di un essere razionale dotato di coscienza di sé e in possesso di una propria identità, che non teme il confronto e il cui unico interesse è la ricerca, la cui unica certezza è che non ve ne siano altre. Tuttavia la natura aborre talmente le certezze (l’assoluto per come lo intendiamo noi), da non accettare come verità assoluta neanche il fatto che non ve ne siano altre. Dunque l’uomo si sente erroneamente giustificato ad ammetterle tutte selezionandole e vagliandole in base agli avvenimenti della vita di ciascun individuo. Il dramma dell’uomo moderno è l’aver fatto del proprio nuovo Dio l’atto stesso di uccidere Dio (Dio inteso nel senso Nietzschiano del termine). Egli è, infatti, l’unico animale malato d’assoluto, ne è tanto ossessionato da identificarlo inconsapevolmente anche con le piccole cose della vita quotidiana: dall’impotente sottomissione al desiderio e al possesso ed alle gioie e ai dolori, alla ricerca delle grandi consolazioni come il senso religioso personale e la metafisica, senza tener conto che la ricerca della verità è più preziosa del suo possesso.

L’assoluto non l’ho mai conosciuto, ma lo conosco così come chi soffre d’insonnia conosce il sonno” ha scritto Carlo Michelstaedter nella sua tesi di laurea La Persuasione e La Rettorica (1910), completata la sera prima che si togliesse la vita con un colpo di rivoltella alla testa, imbrattandone di sangue le ultime pagine. Il suo non fu, come sarebbe naturale credere, un gesto di viltà o di fuga dalla vita; il suo gesto fu la conseguenza ultima del suo pensiero, che egli accettò con determinazione e coraggio fino all’ultima tragica conseguenza, il suo fu un suicidio metafisico. E quale angosciante segreto si celava fra quei fogli insanguinati e scarabocchiati? Quale immutabile stato di cose? Cos’è la Persuasione? Cosa la Rettorica?

La Persuasione è il tentativo, sempre vanificato dalla manchevolezza irriducibile della vita, di giungere al possesso di se stessi: ”Persuaso è chi ha in se la sua vita” chi non la cerca alienandosi nelle cose o nei luoghi comuni della società, chi abbandona quelle illusioni di sicurezza e di conforto che avviluppano chi vive abbagliato dalle apparenze create dai ruoli sociali e dalla retorica. La vita, soffocata dalla ricerca dei piaceri, della potenza, finanche dalla presunzione filosofica di possedere la via, non vive, perché in ogni istante ciascuno rimane avvolto dalle cure per ciò che non è ancora o dal rimpianto per ciò che non è più, mancando sempre l’attimo decisivo. La persuasione è la visione propria di chi ha compreso la tragicità della finitezza, ma gli uomini rigettano questa tragica consapevolezza ottundendosi nel divertissement, cioè il divertimento, inteso Pascalianalmente nel senso originale di deviazione e allontanamento (dal latino devertere, cioè deviare, allontanarsi). Tale divertimento non è dunque la festa o il gioco, ma è ogni azione ed attività che conduce l’uomo lontano dal pensare a se stesso e dal considerare la propria interiorità. La Rettorica è quindi l’apparato di parole, di gesti, di istituzioni con cui viene occultata l’impossibilità di giungere alla persuasione.

Ideali e idoli nella Società dello Spettacolo

Io considero il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte.”(Shakespeare)

La prima conseguenza della trasmissione della conoscenza in pillole e verità tascabili è la confusione e l’errore, ormai divenuta regola, di sostituire gli idoli agli ideali. Come si distingue un idolo da un ideale? L’ideale è una credenza, utopica o meno, profondamente riflettuta e conquistata dopo un’attenta analisi, che non si sottrae mai dalla sfera della discussione critica, quindi è in continuo mutamento e crescita. L’ideale si adatta all’individuo, al contrario di quanto succede per quanto riguarda gli idoli, che s’impongono sull’individuo mutilandolo. Gli idoli nascono quando l’idea fuoriesce dalla sfera di discussione critica, per imporsi come dogma. Questi vengono insegnati tramite la tradizione e l’abitudine, che pur infondendo un senso di sicurezza ed ordine, escludono l’autonomia e il confronto. Nella società moderna siamo invasi dagli idoli, che sono prosperati e hanno prolificato favoriti e diffusi dallo spettacolo che imperversa dominante e senza rivali, in quanto non pone alternative a se stesso. Lo spettacolo è la sovrastruttura della rettorica ed ha un unico e fondamentale comandamento: Apparire, sempre! Al di là di ogni preoccupazione etica o estetica. ”Tutto ciò che era direttamente vissuto, si è allontanato in una rappresentazione” (Guy Debord- La società dello Spettacolo), la rappresentazione perfezionata e artificiale di una realtà indissolubilmente legata all’apparenza, agli stereotipi e alla forma: la rappresentazione spettacolarizzata di una rappresentazione, un geniale processo di falsificazione del falso, che rende gli uomini nient’altro che spettatori di una burattinata, il cui palcoscenico non è che la riproduzione di quella grande farsa che è la vita di chi vive succube degli idoli e della rettorica.

Il gregge: l’automa e il dormiente

Vivere e’ la cosa piu’ rara del mondo. La maggior parte della gente esiste, e nulla piu’ “(Oscar Wilde)

E’ nell’inconscio collettivo che risiede la spaventosa consapevolezza che non è quella che ti insegnano a considerare vita, la vita per cui si nasce: è questo l’unico, fondamentale archetipo (inteso in senso Jungiano, per indicare le idee innate e predeterminate dell’inconscio umano). Un uomo-automa non è cosciente di essere tale, né sarà mai in grado di capirlo, per quanti stimoli riceva, in quanto è solo un ingranaggio di un meccanismo più grande di lui che ,per le sue capacità mutilate dal meccanismo stesso, è divenuto inconcepibile e inconoscibile. L’uomo-automa non desidera altra vita e non potrebbe mai desiderarla, perché non vive e conosce neanche la propria. Diventano automi, uomini-macchina tutti coloro che anziché vivere liberi, sia in solitudine che in società, sono vissuti dalla società e dalle abitudini. Gli uomini che si alienano nel possesso, nel desiderio e nella dipendenza dal riconoscimento altrui. Chi si ottunde nel sonno della ragione. Chi remprimere gli istinti vitali propri di ciascuna creatura vivente e non accetta l’attimo come unica certezza, come attimo assoluto. La spontaneità dell’attimo, sincero e irripetibile per definizione, in un mondo di automi, maschere, burattini e dormienti è sempre legata alla provocazione.

Provocazione e retorica della provocazione

Diffidate di chi viene a mettere ordine.” (Denis Diderot)

L’ordine è la virtù dei mediocri.” (Shakespeare)

La provocazione ha la funzione di dimostrare il relativismo dell’etica, della morale e del buongusto, concetti utili solo ai “deboli” nietzschiani ed all’arrivismo materialistico borghese; dimostrare che filosofi e artisti sono nel loro fondamento una cosa sola, ma parimenti inutili in un mondo fasullo e dominato dalla retorica; dimostrare che alla morte di Dio, a dispetto delle ottimiste previsioni di nietzsche, è seguita la morte dell’uomo. E’ l’arte propria dei folli, che come Pirandello afferma, sono coloro che ci scuotono di dosso tutta la logicità delle nostre costruzioni. Nello stato caotico in cui versa la natura e il mondo, la provocazione ha il compito di far emergere la falsità e l’inattuabilità di ogni schematizzazione totalizzante e forzata. Il suo fine è spezzare le opinioni e bandire l’assoluto. Rinnegare le tradizioni per affermare l’unicità e la personalità dell’individuo come creatore. Un atteggiamento provocatorio, in quanto incostante e facente parte di un grande flusso vitale, distrugge qualsiasi maschera: ottiene infatti sempre una reazione, favorevole o ostile che sia, sincera e spontanea. E’ quindi l’unico modo per rimuovere un atteggiamento o uno schema convenzionale radicato, perché vedere altre persone comportarsi in modo differente porta l’uomo abitudinario , sottomesso a quello schema, a riflettere sulla sua effettiva validità (se ne esiste una). Il compito della provocazione è quindi inserire Caos nell’ordine, poiché essendo la vita disordinata e imprevedibile, qualsiasi ordine o schematizzazzione risultano fittizzi, consolatori ed utili solo a pochi. Essa nasce come conseguenza alla falsità ed al relativismo, giustificata da grandi pensatori e studiosi che rivoluzionarono il modo di rapportasi al sapere ed al mondo, mettendo in luce le contraddizioni e l’incoerenza di quest’ultimo. Possiamo considerare quindi “padri” della provocazione moderna: in campo filosofico Nietzsche, per le sue riflessioni sulla morte di Dio e il relativismo dell’etica; in campo artistico le avanguardie storiche (Surrealismo, Dadaismo, Futurismo) per la loro presa di coscienza riguardo il processo di mercificazione dell’arte e lo sviluppo devastante del capitalismo che comporta la degradazione dell’ ”essere” in “avere”, la seconda ondata avanguardistica di metà novecento (Situazionismo) che prende atto, dopo l’avvento dello “spettacolo”, dell’ulteriore decadimento dell’ “avere” nell’ “apparire”; in campo letterario e teatrale è impossibile non ricordare Pirandello che mette in luce la fragilità dell’IO nella società moderna e la falsità dei ruoli sociali , Beckett che è un convinto sostenitore dell’impossibilità umana di giungere ad una conoscenza assoluta e della mancanza di senso e dell’assurdità della vita. Eppure simili sentimenti, anche se non con la stessa forza e violenza con cui si sono manifestati nell’epoca moderna, sono sempre esistiti nella storia dell’arte e della filosofia: ad esempio nella grecia dell’età ellenistica Luciano di Samosata parlava dell’esistenza come qualcosa di inspiegabile e della realtà come caotica e in continuo mutamento; Petronio nell’antica Roma trascorse tutta la vita prendendosi gioco delle abitudini, delle convenzioni e dei costumi del tempo (soprattutto con la stesura della sua opera il Satyricon), arrivando a compiere il suicidio impostogli da Nerone, non con Stoica solennità, ma con spensierata allegria.

Vincenzo Costabile

Laureato triennale in psicologia con una tesi su creatività e psicopatologia. Giocatore e istruttore di scacchi. Ho la passione per tutte le espressioni artistiche e soprattutto: poesia, letteratura, cinema, fotografia, teatro e musica. Scrivo poesie, storie, riflessioni e articoli giornalistici, suono la chitarra e fotografo. Mi piace svolgere attività di volontariato e mi interessa la politica. Amo viaggiare, sebbene per me il senso principale del viaggio sia immergersi in una nuova cultura.

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