Ultime ore di Matera; appunti.

22/01 – 10:15
Matera è bellissima. Quanto la notte appena passata. Passeggiando, tra i sassi, penso a quanto possano essere infinite le nostre possibilità nella vita, se solo stiamo abbastanza svegli da “perderci” per ritrovarci. O se dormiamo abbastanza – quando tutti gli altri son svegli.

10:40
Perdersi è bello. Credo che poche cose al mondo siano dannose – ancor più che inutili – che le guide turistiche.

11:25
Il sole illumina le uniche arterie principali che si snodano fra i sassi; qualche automobile le attraversa, serpentinamente, intaccando di poco la tranquillità che ricolma Matera quest’oggi. Mi chiedo se sia sempre così, almeno al mattino. Mi affermo di trovarmi in un luogo che vivrei da oggi stesso. Qui è tutto così impregnato di bellezza, paesistica e antropica. Ma ciò che più d’ogni altra cosa fa sentire questa bellezza a me consona è l’accettazione che codesta bellezza sia di un problematico familiare. Qui la bellezza non è perfezione: son così i luoghi che voglio vivere.

23/01 – 10:40
È successo che son morto, come amabilmente ho cercato di dirti poco più di mezz’ora fa, dimentico di tante cose e memore di molte altre. Son morto, tempo fa, con occhi sopiti da inganni senza tempo e parole scivolose come il ghiaccio. Poi è successo che son tornato a nascere; immeritatamente, forse, mi è stato fatto dono di una seconda vita e di un altro paio di occhi. Più profondi, io credo, i nuovi occhi; più profondi per accogliere l’irrappresentabile che è in te; più taglienti, per scavarti a dovere con garbo e perizia. La mia rinascita parte da te ed io, mia cara, non son altro che il frutto del tuo parto e del tuo seno. Da esso io provengo e da esso rinasco solo per farvi ritorno.

10:50
C’è questa piazza – dal nome Vittorio Veneto – che cinge passanti, cittadini, studenti e viaggiatori e li circonda con pietra bianca e levigata. Vorrei chiedere ad ogni singola persona che transita nel mio raggio se sa bene dove si trova. Non appena qualcuno mi darebbe retta io gli domanderei:
«Scusi, mi sa dire dove siamo?»
«A Matera!» mi sentirei rispondere.
«Sì!» continuerei «ma dove siamo?»

10:53
Se sul merito della mia seconda vita avrò sempre qualche dubbio, mai ne avrò di certo riguardo questi due giorni che stanno per terminare con una profonda discesa verso sud. Come già ti ho detto: lo meritavamo entrambi. Solamente alcune porzioni di mondo, là fuori, stentano a riconoscercelo.

10:57
Nonostante tutto mi sarebbe piaciuto scriverlo davvero questo benedetto romanzo. La mia prima e unica decisione – quella di non prendere decisione alcuna – è stata il mio baluardo di coerenza fino a questo momento di chiusura. È importante non pentirsi di alcune cose. Io non mi pento di non aver mutato tale idea. Sia chiaro: se l’obiettivo doveva essere far in modo che il romanzo si scrivesse da sé… forse il risultato non è affatto soddisfacente. Ma se invece, com’è più vero, dovevo esser io a lasciarmi scrivere dal romanzo, anziché il contrario, allora credo di aver adempiuto al mio dovere. Niente e nessuno potrò intaccarmi in quest’idea: il mio primo vero romanzo, alla fine, non solo mi ha scritto e s’è lasciato scrivere, ma ha vissuto e si è lasciato vivere.

11:03
E il Salto di Lucia? Finì davvero con una botta in testa? Oppure io stesso vi son finito dentro ed è tuttora in corso? Finirà quando finiremo noi? Ma come finiremmo noi? In verità, credo che amarti sia un infinito iniziare ed un altrettanto infinito finire. Amarti credo sia esser riuscito, semplicemente con una penna (e chiudo queste pagine con la stessa penna che ha solcato il tuo ventre, stanotte), a bloccare il mondo – come fece Lucia – e a renderlo vivo. Per sempre.

Credo possa bastare così, caro lettore, con un caffè macchiato ad un bar di piazza Vittorio Veneto, a Matera. Ed un paio di bagagli per l’imminente ritorno. Ma prima aspetto Lucia. Voglio chiederle se anche per lei possa bastar così.

Domenico D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisei anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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