Verso un’etica del cibo, riflessioni sulla scorta della presentazione del libro “Fine pasto” di Vito Teti

Siamo passati dall’epoca del troppo poco, dall’epoca delle pance vuote, a quella dell’abbondanza. C’è sempre un troppo di mezzo. O troppo magri o troppo grassi. Ma in tutto ciò sono le classi meno agiate a non essere mai a “norma” e a dover inseguire modelli che gli vengono imposti dall’alto dai media e dalle classi egemoni. Prima andava di moda la pinguedine, ora la magrezza e un corpo snello e asciutto. In un contesto simile per riequilibrare le posizioni, per eliminare i troppo e le differenze tra un Occidente troppo nutrito e un resto del mondo che fa la fame, andrebbe ridato senso al cibo. E per fare ciò un aiuto ci potrebbe venire dal passato, recuperando i lasciti positivi che ci arrivano da esso.

Fine pasto, di Vito Teti, cerca di ridare senso alla questione alimentare, chiarendocela, storicizzandola e socializzandola. Il suo autore ci rivela infatti che la cosa più terribile dopo veder un uomo morire di fame è quella di vedere un uomo che mangia da solo. E come non riallacciarsi qui ai pranzi veloci di cibo spazzatura nei fast-food. Teti ci parla di nostalgia, di un pasto raffinato che si consumava, seppur tra grosse difficoltà, una volta, in maniera sana e con lentezza. Oggi, e questo è il punto principale del libro, si è persa la sacralità del cibo e del pasto, ne andrebbe invece rivalutato l’aspetto sociale contro il mero dato biologico o economico. E a questo punto come non ritornare con la mente alle innumerevoli diete che non tengono conto dell’aspetto conviviale del cibo, con personalizzazioni esasperate dei grammi di pasta o di carne che ognuno dovrebbe consumare. Ma se questo è un aspetto patologico dell’alimentazione più proprio del mondo occidentale, c’è il problema della scarsa alimentazione e della carenza di cibo nel resto del mondo. Per dividere la torta in realtà basterebbe davvero poco, considerando che il 10% della popolazione mondiale consuma il 40% del cibo disponibile. Sarebbe anche utile per un Occidente che teme “un’invasione di emigranti”, popolazioni affamate che non hanno niente da perdere nei loro paesi di origine dove le carestie e le guerre sono all’ordine del giorno. La soluzione per i problemi legati all’alimentazione in Occidente e  per quelli ancora più gravi nei paesi in via di sviluppo sarebbe quella di ridare sacralità al cibo quindi, mediante un’etica del mangiare. E in tutto questo ci potrebbe aiutare superare una visione antropocentrica del cibo e dell’alimentazione. Pertanto ogni volta che mangiamo, teniamo conto di come il cibo che consumiamo è stato prodotto. Mangiare è anche un atto morale ed etico e in questo modo andrebbe affrontato.

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