‘A Tridicina – cap I

I

   Chillu jornu i l’ultimo i Maju manco la Madonna del Carmine – ca, si sa, trattasi d’una delle più sconsolate e rabbujate – avrebbe potuto fare ancuna cosa per spegnere la furiosa rabbia (ca già a rabbia è rabbia) di Totò. Era nu tipo strano, illu, se per “strano” vogliamo si intenda non-comune alla stragrande maggioranza di l’abitanti della Città, eppure, da Città stessa era forse quello ca nd’incarnava alla perfezione chilli che molti chiamerebbero “i tratti peculiari”. Sapìa essere adattabile a situazioni diverse, e ‘na guccia di bipolarismo tipicamente giovanile l’aiutava particolarmente in questo. Canuscìa tutti l’angoli della Città, pure i più periferici, e sapeva ca puru chisti, a seconda delle situazioni, dell’ora, ma soprattutto di pirzuni che li frequentavano, potevano avere a tratti l’aspetto d’accogliente angolo qualsiasi, a tratti diventavano nojosi ca ti si scurava ‘u cori solo a passarci, a tratti addirittura infidi, pericolosi, da evitare molto volentieri ‘nsomma. Molto dipendeva, certamente, dal periodo dell’anno: ‘na città così dipendente dal ciclo delle stagioni nun s’era vista mai ai nostri tempi; da ‘stu punto di vista potremmo dire, dunque, che fosse ‘na Città molto molto naturale. Certe consuetudini, tradizioni, feste, parìanu esser’ormai ovvie cumu l’acqua e cumu ‘u suli. ‘A Tridicina di S.Antonio, ad esempio, era una di queste. ‘Ncignava proprio l’urtimo i Maju, con solenne messa intorno alle sei del mattino.
Mo le sei erano già passate da un pezzo, ‘u suli alto cominciava a quadiare strade e vicoli e nu fottio di gente aveva già fatto colazione ai principali bar del centro prima di smistarsi ognuno al proprio ufficio e alle proprie occupazioni: ‘no spettacolo di cui oggi non bisognerebbe affatto sottovalutare l’importanza. Ma, come m’apprestavo a dirvi poc’anzi, Totò era piuttosto furioso – per non dire ‘ncazzatu niguru – e al lavoro, quella mattina, non sarebbe andato mancu sicchì.
Il punto è che la sera prima, l’amico suo Franco cci’avìa fattu na ramanzina coi fiocchi per il suo comportamento degli ultimi tempi; come se non bastasse aveva rotto più o meno definitivamente con Antonella – chilla scem’i guerra – e s’i ‘na via era stata ‘na liberazione, dall’altra ne conseguiva un necessario periodo di riflessione su se stesso o, nent’i menu, sulle relazioni umane in genere. Cosa che, in quel momento, Totò nun avera fattu mai. La prima cosa che fece alzatosi dal letto fu avvisare la scuola.
«Pronto? Segretaria?» parlò di prescia, velocemente, dicendo il suo nome e chiedendo un giorno di congedo per malattia. Pareva che la signora – doveva essere chill’atra sperta da Di Cello – gli stesse raccomandando che avevano qualche problemuccio a coprire le sue ore di buco ma abilmente Totò la fulminò con un «grazie!» e le riattaccò ‘nta facci.
Con molta più lentezza, invece, andò a spogliarsi e a lavarsi in bagno, mentre ‘u caffè già niscìa da machinetta e aspettava d’essere scolato, come sempre, ccu nu’ cucchiaiu e mezz’i zuccaru. Rimase nudo come un verme a fare colazione. Si trattava di ‘na cosa ca nun di putìa fare proprio a meno. Come si diceva spesso da sulu ‘nta chilli momenti: “un c’è libertà cchiù grande di stari alla nuda ppi la casa”.
Nu pocu per il caffè, nu pocu per quella piacevole arietta frisca ca ‘u matinu ci trasìa sempre in casa, Totò cominciò finalmente a calmarsi e a scordarsi le tante, troppe discussioni, avute la sera precedente. Passò velocemente lo sguardo sul proprio tavolino e notò, ma senza ‘u minimo stupore, l’ammasso di compiti in classe ca ancora là, i na settimana o cchiù, occupavano il suo spazio domestico. Totò, trentenne professorino, da poco con incarico annuale al liceo classico d’a Città, fece del suo meglio per tirar fuori tutta la professionalità di cui si poteva esser dotati, verso le otto del mattino, ccu lu cosu i fora, per dare uno sguardo a qualcuno di quei fogli.
Con mellifluo gesto e non senza commentare a mezza voce con un «Chi jorda…» prese il compito di “Alessia, IV C” e cominciò a rotearci l’occhi i supra.
«Quinto Orazio Flacco nacque a Venosa nel 65 a.C. È considerato uno dei più grandi, se non il più grande, poeti latini. Vissuto in un particolarissimo momento storico di Roma, Orazio cominciò a manifestare sentimenti per la libertas quando…»
Più standard d’u libru stessu, pensò Totò. ‘Nci scrisse nu 7 con la biro blu e lo lanciò dov’era prima, più in là della zuccheriera e della tazzina di caffè. Rimase così, a leggere e rileggere ccu poca attenzione i vari compiti, e nessuno – decise – s’avìa meritato almeno un 9. Chillu che notava Totò, e che allo stesso tempo era causa di un piccolo sentimento pessimistico in lui, era ‘na troppa, ma troppa daveru, sicurezza con cui i ragazzi tentavano d’esprimersi nei compiti. Al di là d’a traccia che sceglievano. Pàrica niente fosse più importante, ppi d’illi, che apparire più convincenti possibili, sicuri, tanto proponendo come contenuti quelli più conosciuti e banali, tanto volendo utilizzare nella forma chilli odiosi termini tipu: “è risaputo”, “le fonti ci dicono” e così dicendo.
Mentre rifletteva su questo, leggendo n’altro compito (sulle tradizioni; Marco, sempre della IV C, avìa ‘mpapocchiatu quattro ciutìe su, appunto, ‘a Tridicina i S.Antonio) dalla calligrafia decisamente improponibile, Totò sobbalzò picchì ‘u telefono di casa prese a suonare; e unn’è ca sobbalzò per la rottura del suo silenzio, no, ‘nci piau ‘u ‘ntassu proprio perché il telefono fisso era ormai inutilizzato da tempo, e poi a quell’ora chi poteva essere?
«Pronto?» alzò la cornetta. Nessuna risposta. Qualcuno c’era dall’altra parte, era presente, ma nun parrava. «Pronto? Chi è?» Insistette. Totò stava già per riattaccare quando a nu’ centrimetro dal chiudere sentì finalmente una voce.
«Antonio?» era un uomo.
«Sì! Chi è?»
«Ancùnu ca un si ti stà attentu… t’ammazza» lo disse così. Semplicemente. Cumu s’avera dittu “Ciao mi chiamo Mario”.
Chiunque fosse aveva già riattaccato. E Totò rimase per almeno un altro minuto immobile, ‘na petra, ccu la cornetta alla ‘ricchia, ccu lu cosu i fora e un compito in classe nt’a l’atra mano su cui quattro righe sgangherate recitavano: “La Tredicina di S.Antonio si chiama così perché tredici sono le stelle che formano una corona…”

Domenico D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisei anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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