‘A Tridicina – Cap II

II

   Il giorno dopo era n’atra vota in classe; tornato al lavoro giusto ppi fari ‘a mossa e per non lasciare adito a troppe critiche che già – ‘nci parìa – lo solevano disegnare come ‘u professorino trentenne che prende congedo ‘na volta al mese, non si sentiva granché bene e il suo colore aveva preso un nonsoché di gialinusu. Se la mattina precedente s’era alzato dal letto cumu nu cani rabbiusu, da dopo chilla telefonata era n’unico, intero, agglomerato di pinzìari e di paure. Detto volgarmente s’avìa un po’ “cacatu u’ puricinu”, ma s’impegnava al massimo per apparire il più possibile come al solito. E pua lui era sempre stato d’un colorito ceruleo: il congedo del giorno prima l’avrebbe sicuramente coperto facendo pensare a ‘na febbricola stagionale. Ca mo’, ‘nta chilli juarni, ‘a temperatura pareva per davvero fare i porci comodi sua.    
Ovviamente nun ci riuscìa mica a non pensarci a quella maledetta telefonata. In classe, poi, erano pochi (‘na decina abbondante), tolte tutte le interrogazioni e consegnati l’urtimi compiti in classe (che Totò aveva giustappunto portato quel giorno), non rimaneva granché da poter fare ‘nta chilli urtimissimi giorni dell’anno. Pure in condizioni perfettamente normali, Totò, avrebbe evitato volentieri di intrattenere i ragazzi ccu ‘ncunu discurzu pomposo, qualche lezioncina dell’ultim’ora, qualche argomento di chilli in fondo al libro che nessuno mai pensa daveru di poter fare. Figuràmuni, quindi, se quel primo giorno di giugno, dopo ‘na minaccia di morte regolare ricevuta il giorno prima, Totò ‘ndi putìa aviri gula.
L’intricato flusso dei suoi pensieri fu interrotto, di colpo, da Giuseppe – ‘u sotuttoio della classe – ca parìa insoddisfatto di quell’inutile e vuota attesa.
«Professò ‘a ‘sto punto non possiamo uscire prima?»
Cci’avìa parutu di ridestarsi da un sonno profondissimo in cui era completamente solo. S’accorse, allora, che chilla decina di ragazzini non solo era là presente ‘nta stessa stanza con lui, ma che pure vociavano abbastanza rumorosamente. I due gemelli in fondo erano impegnati addirittura in un’accesa partita di briscola, di chilli ca ‘u càrricu si jetta con forza spaccando, quasi, il banco. Mo’ Totò poteva sbroccare del tutto.
«Giusè fosse per me saremmo già in vacanza, va’ dal preside e scriviti ‘na falsa firma di tua madre su un foglietto e va’ nìasci se vuoi» gli rispose così, piuttosto sgarbato, e il suo essere profondamente preoccupato fu sempre più difficile da nascondere agli occhi dei suoi alunni. Ma che gliene importava. Chi ‘ndi putìanu sapiri ‘sti scalmanati?
Il fatto è che ancora doveva metabolizzare quant’avìa sentito a chilla cazza di cornetta. S’era già fatto tremila domande tutta la notte, poi era riuscito a ciumare qualche oretta e, alzatosi, se ne fece altre tremila. Aveva pensato assai, ma proprio assai, a chillu giallo di Sciascia che ‘ncigna con una minaccia di morte ad un farmacista ca nun c’intrava nenti con nessun losco affare. Il farmacista non dà peso alla faccenda, manco nu decimo di grammo rispetto a lui, a Totò, e pensa tranquillamente ca si tratta di ‘ncunu scherzo. Pua però l’ammazzanu.
“Ecco” avìa pensato Totò “non sarebbe manco n’incipit originale per un romanzo, aja alla miseria!”. Ma di fare ‘a vittima di un romanzo giallo – ‘a classica vittima che mori ‘ntu primissimo capitolo – Totò un ci pinzava proprio. A tremila, anzi seimila, possibili spiegazioni ad una minaccia di morte, però, cci’avìa pensato, sì. Manco una che fosse valida. Era sicuro ca nun avìa fatto nessun torto, a nessuno. Non s’era minimamente litigato con chicchessia, al massimo, il peggio che avesse fatto, s’era paroliato ogni tanto a scuola ccu ‘ncun’atru docente o qualche segretario o col personale di collaborazione. Ma dubitava seriamente – e prese seriamente a considerarla come prova della sua ancora non perduta lucidità mentale – ca ‘u signor Esposito ccia putìa aviri a morte con lui per qualche circolare non firmata o ppi chillu cazziatuni riguardo ai gessetti che venivano costantemente rubati.
“Spesso si può fare qualche torto senza per niente accorgersene” aveva pensato ancora “oppure si può essere vittime incoscienti d’ancunu tortu i ‘natru”. E ma di chi? Totò ormai era indipendente da qualche anno: dopo aver lasciato perdere col dottorato e preso tutte le minisupplenze ca ci capitavano aveva trovato un ottimo equilibrio di vita solitaria. I suoi genitori erano ormai lontani. Dopo il divorzio sua madre s’era trasferita a Pavia e là s’era rifatta ‘na vita col suo capo, un broker d’assicurazioni, suo padre, ‘mbeci, continuava a lavorare in giro per mezz’Italia, guidando chilli cazzi di mostri articolati, ed erano più di dieci anni ca nun passava più di qualche giorno alla casa, in Città. Possibile che c’entrassero loro in qualche modo? No, macché. La loro vita non era mai stata minimamente legata alla Città, la vita di Totò invece sì. E poi la voce al telefono aveva il chiaro accento cittadino.
Forse era davvero uno scherzo, ‘a sto punto. Forse sì. Ma ‘u farmacista di Sciascia gli tornò alla mente e decise che lui non sarebbe stato così sprovveduto. Non avrebbe minimizzato così facilmente la cosa. E pua, forse, ‘u farmacista di Sciascia era n’ùaminu pratico e austero. Illu no. Illu sa stava cacandu regolare.
All’uscita, si diresse con decisione verso la sua vecchia Peugeot, parcheggiata sempri llà, sutta ‘u ficu, vicino i campetti di pallacanestro. Stava pensando ca, quasi quasi, non gli avrebbe fatto poi così male raccontare questa cosa a Franco, il più fidato dei suoi amici, anche se avevano discusso amaramente ‘a sira prima. Sì, decisamente non poteva cchiù di tanto ancora tenersi questo peso, doveva parlarne.
“Dove ti trovo oggi pomeriggio? Devo parlarti” gli scrisse un sms mentre s’infilava in macchina e appizzava u’ motori. Manco s’accorse – solito rincoglionito all’uscita – dei quattro ragazzetti ca parìanu ‘mbrigarsi e ‘mbuttarsi accanto alla macchina vicina – chilla du vicepreside tra l’altro – con ‘na foga così animalesca da ricoprirli ‘i chilla classicissima e stereotipata (eppure esiste!) “bulleria” di provincia. Se ne accorse in retromarcia, quando vide che nel gruppetto c’era puru Michele, detto dai più Michelino, suo alunno di terza ca Madre Natura volle tenere considerevolmente più basso dei suoi coetanei. Sbuffò sonoramente. Manco qualche giorno prima s’era ritrovato n’altra scena simile: ‘na coppia di bulletti, scuri, niguri cumu tizzuni, se l’erano presa con un ragazzino di seconda chisà ppi  quale importante e vitale ragiuni! Di ‘sto Michele, Totò un di sapìa molto, così come di tutti i suoi alunni, essendo alla scola da solo un anno, ma ‘stu ragazzetto gli era parso sempre molto tranquillo. Decise che era meglio per tutti esplicare la sua presenza di professorino, sì, ma pur sempri prufissuri oh. Proprio mentre al Michelino arrivava ‘nu buffittuni malignu dietro ‘u cuzzìattu.
«E bravo Michelino, bravo allu ciùatu» prese a dire uno degli altri tre. Non erano alunni di Totò; ‘nci parìa ca un l’avìa mai visti per tutta la scuola.
«Che succede qua?»
«Nenti, nenti succede…» rispose ‘u cchiù grassoccio. S’accorsero d’u professorino in macchina, vigile e fermo, e andarono via cumu si nenti fussi.
«Michelì che fai? Tutt’apposto?»
Per tutta risposta ‘u ragazzino annuì e si ‘ndi jiu dal lato opposto. Totò sbuffò ancora, mentre sistemava i specchietti ca ogni bota doveva chiudere per impedire ca ‘ncuna pallonata di chilli vastasi cci’arrivasse dritta. “Bulletti” ripeté a mezza voce tra sé e lanciandosi in una sorta d’autodiscorso moralistico sull’educazione dei figli. Ci nd’avissi dittu quantu ‘u linu ai maledetti genitori ca manco immaginano la scostumatezza di certi figghioli, figli di papà e di mammà assìami.
Pomeriggio si mise d’accordo con Franco. Alla risposta dell’amico, Totò sbuffò n’atra vota molto più sonoramente che prima. Franco sarebbe andato alla missa. A S.Antonio.

Domenico D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisei anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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