L’imperituro divenire dell’eudaimonia: dall’utopia edonistica all’esistenzialismo kierkegaardiano

Amore e ricerca della felicità come cardini dell’autarkeia.
Temi da sempre al centro della riflessione filosofica alla pari di altri come i fondamenti teleologici del katéchon alla parusìa dell’Antikeimenos (secondo un’inclinazione squisitamente teologica), il problema del conoscere e del divenire o ancora l’ente che sottende l’archè del “tutto integrato”, mutuando una terminologia cara all’antropologo Bronislaw Malinowski.

Epicuro nella “Lettera a Meneco sulla felicità”, così come nel “Tyche physeos” (opera che sarà fondamentale per Lucrezio quando comporrà il suo De rerum natura), definisce l’amore un bene dinamico al quale attingere con una moderazione che si potrebbe definire oraziana, onde evitarne gli inevitabili turbamenti in un animo che al contrario deve raggiungere l’oikeiosis nell’hedonè, mediante beni catastematici come la philìa: “bisogna dunque esercitare ciò che procura la felicità, perché se abbiamo questa, abbiamo tutto, ma se manca, facciamo di tutto per averla” (Epicuro: “Lettera sulla felicità”).
La felicità resta un anelito, un’utopia sfumata, avversata dalla “tragicità dell’amore”, come ricorda Virgilio in un passo del Libro IV dell’Eneide parlando dell’innamoramento di Didone.
Restano celebri i suoi versi: “uritur infelix Dido totaque vagatur urbe furens”.

Amore e felicità sono interdipendenti ed in crasi profonda nonostante sia impossibile tentare qualsivoglia reductio ad unum nell’accostarsi a temi di cotanta complessità, da sempre ed ancora, al centro della riflessione letteraria nonché speculativa.
Valori assoluti che nemmeno il relativismo etico dell’era postmoderna (la società liquida di Bauman insegna), sembra aver inficiato.

Il periodo successivo all’idealismo tedesco di Fichte e Schelling, vede in S. A. Kierkegaard, tra i padri dell’esistenzialismo, un attento studioso dei temi in questione, su cui giungerà ad imperniarsi tutta la filosofia successiva.
L’eudemonia per il pensatore danese si raggiunge nel “nihil admirari” (Orazio, Epistole, I, 6, 1), ecco che anch’egli attinge al pensiero classico, unitamente alla capacità di lasciarsi attraversare passivamente dal fato, posizione su cui si porrà in totale continuità A. Schopenhauer in un suo saggio considerato il “manifesto” dell’eudemonologia: L’arte di essere felici.

La medietas di latina memoria e non un’indifferenza fine a se stessa, deve essere l’aretè dell’uomo contemporaneo, laddove invece impera il pensiero inautentico, troppo spesso preda di fallaci momenti.
L’amore dovrebbe tornare ad essere concepito nella sua dimensione metafisica, utile allo sviluppo dell’io nelle sue estrinsecazioni più evidenti e profonde.

L’alveo naturale di sentimenti profondi per come li narrava Saffo o Platone ne il Fedro (uno dei suoi 34 dialoghi), in cui si raggiunge una dimensione kantianamente “sublime”.
Scrive dunque il filosofo ateniese: “al vedere la bellezza di quaggiù, ci si ricorda della vera bellezza e si mettono le ali”, proponendo così un modo nuovo di guardare all’universo interiore degli esseri umani.

Una dimensione che innalza lo spirito, ponendolo in una condizione che trascende tutte le inutili discrasie immanenti nella nostra realtà.

Alessandro Filardo

Ogni libro narra una storia. Ogni storia ci apre un mondo; racconta un'idea. Sia data all'umanità la possibilità di raccontarsi liberamente ed ella esprimerà i valori più elevati del suo universo interiore.
Adoro perdermi in questi pensieri per scorgerne la bellezza imparando a viverla quotidianamente.

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