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C’è un posto in Calabria tra la fiumara dell’Amendolea e Valletuccio sull’Aspromonte, nell’area grecanica, dove l’anima riposa e i sensi si inebriano: la natura porta in sé una tale forza che il paesaggio circostante diventa luogo dello spirito, la natura diventa tutt’uno con l’uomo, un posto dove il cielo e le nuvole parlano con l’uomo, gli pongono domande, e l’uomo in quel tutt’uno di terra e cielo è spaesato, non capisce più dov’è’…è un sogno? Un déjà-vu? È una nuova dimensione, in cui l’essere si riconosce alla perfezione, dove gioca a nascondino, e che alla fine fa tornare a casa felici, pieni, completi. Dinnanzi a tale immensità,l’uomo pare confessarsi, improvvisamente, inaspettatamente, tra sentimenti cangianti come il vento. Tra il grigio dell’enorme fiumara che ricopre ogni angolazione, il verde scuro dei monti e l’azzurro del mare con la foschia sdraiata sull’orizzonte, dietro cui si nasconde parte della Sicilia orientale, l’uomo pare subire metamorfosi. In un silenzio sacro, le piante e gli animali entrano a far parte del mondo dell’uomo e viceversa.

C’è un posto, ai piedi dell’Aspromonte dove ancora aspra la lingua greca continua a resistere imperterrita, grazie all’amore dei pochi grandi studiosi ‘rimasti’, una grecità antica che si vede e si sente nei fiori, che scendono giù per le vallate, che si percepisce nei gesti, negli umori, nei valori dei pochi abitanti rimasti nel paesello – circa 2.600 attualmente, con recenti arrivi di immigrati indiani e rumeni bene accolti dalla comunità. Una grecità che serve a restituire ragione identitaria laddove l’identità è assai necessaria in un momento di forte sdradicamento come quello attuale, in una terra sempre più dinaliata, stuprata, prostituita, venduta ai migliori offerenti.

Questo posto dell’anima, insieme a tanti altri posti dell’area grecanica – spesso ignorati, dimenticati o fatti oggetto di mera strumentalizzazione – è San Lorenzo. Un piccolo borgo che confina con Bagaladi, Condofuri, Melito Porto Salvo, Montebello Jonico, Roccaforte del Greco, associato nella storia alla figura di Garibaldi che fece visita di passaggio dopo lo sbarco a Melito nell’agosto del 1860. In piazza Margherita infatti, appare imponente il grande e magnifico albero di quercia, di cui Domenico Minuto grande conoscitore dei luoghi ne parla ne ‘La quercia greca’, l’olmo di San Lorenzo. E il piccolo borgo è cosparso di spiritualità, la si sente nei vicoletti di San Gerasimo, nella Chiesa adiacente  la piazza, nella quale figura un San Lorenzo in pietra del 700’ e la statua marmorea della Madonna della neve, risalente al XVI secolo, la si percepisce dinanzi una chiesa sconsacrata ora murata. La si percepisce nell’aria. Quando arrivi e scopri di non voler più parlare.

Ieri a San Lorenzo, nel terrazzamento del ‘Piccolo museo – Archivio Laurentino’, ho assistito e poi preso parte ad un momento di intimo ‘sentire’ a proposito dei 20 di storia e cultura che legano tutt’ora amicizia ed etica – come dice bene Silvana Guarno, e su iniziativa del Circolo del Cinema Il Pettirosso e Accademia dei vagabondi, e con America Liuzzo è stato presentato il programma Estate 2016 de ‘I Barbari’, una serie di attività che si susseguiranno nel mese di Agosto tra volontari e appassionati, con l’aggiunta di escursioni e altri momenti di ascolto reciproco. Ciò che ho avuto modo di costatare ieri, in questo luogo nuovo per i miei occhi e per il cuore, è stata tanta reciprocità. Una reciprocità di intenti, di curiosità, di semplicità, rivolta alla ricerca continua della ‘memoria’, al recupero e alla trasmissione della memoria, alla riscoperta e alla valorizzazione dei luoghi. Auspicano nell’accoglienza come motivo di arricchimento,i laurentini o santolorenzoti,  e sono donne come America Liuzzo, per metà venezuelana ritornata in Calabria ormai da 20 anni, esperta di musica tradizionale, a portare entusiasmo e voglia di fare, a curare percorsi nel borgo – come quello di ieri, a sentire l’esigenza di parlare di cibo e ad organizzare piatti da condividere. Perché insieme a Domenico Minuto, Silvana Guarno, America Liuzzo e tanti altri, oltre alla ‘pioggia di poesie’ così definita, si è parlato anche di cibo con la partecipazione di Vito Teti. Ma ieri 11 giugno si è ricordato anche Corrado Alvaro, a 60 anni dalla sua morte. Ebbene, si conosce abbastanza oggi Alvaro? Forse si, forse no. E cosa direbbe o farebbe oggi l’uomo che, da sempre per salvare la propria onestà intellettuale, rifiutò ogni compromesso politico? Oggi che noi giovani siamo sempre più confusi? E non solo in fatto di ‘restare’ o ‘andare’, ma in fatto di ‘credo’, a chi o a cosa dobbiamo credere? Abbiamo fame di conoscenza ma chi è pronto ad insegnarci qualcosa senza aspettare di salire su un podio? Senza aspettarsi o pretendere nulla? A chi dobbiamo credere noi oggi nella terra che continua ad amare gli eccessi, gli opposti, e si cela dietro tanta contraddizione il dire e il fare, il bene e il male, l’essere e l’avere?

Ieri nel piccolo museo laurentino di San Lorenzo, mi è sembrato di sentire una preghiera laica, quando si parlava di Alvaro, quando prima del pasto e non dopo, si parlava della religione dell’acqua, del cibo come elemento che nell’atto stesso della condivisione e del gusto è amore puro, un ritorno a sentimenti passati, ricordi di infanzia. Nel suo momento agonizzante Alvaro chiese un bicchier d’acqua, gli dissero com’era l’acqua, rispose ‘perfetta’ – dice Vito Teti. E nel cibo dell’abbondanza odierna ritorna il cibo delle pance piene di ieri. Con il cibo, dopo il cibo, arriva il vino. “Sorbito ora con una maestà grande, ora sparso pel palato appena, ora traboccato come una medicina, ora succhiato poco a poco, ora calato a sorsi con riverenza. Ora tutti si arrovescian sulle seggiole e alcuni diventavano più espansivi e più affettuosi”. Come si evince da tali frammenti estrapolati da ‘Un paese’ e altri scritti giovanili, pubblicato nel 2014 da Donzelli, a cura di Vito Teti, il giovane Alvaro all’età di 21 anni già intercettava le genti d’Aspromonte.

Rientro da San Lorenzo con più pace, con le idee più chiare su tante cose ma con una leggera inquietudine tipica di chi vuol ‘restare’ ma non sa ancora cosa realmente fare restando. Restare o andare? Chi può essere in grado di capirlo? Chi può dire ai giovani di restare in questa Calabria diventata ormai solo illusione e inganno? Chi può dire di restare a chi è stanco di stare da solo? Chi può dire di andare senza provare a cambiare le cose cambiando prima se stessi? E quindi?Che ci faccio qui? Fuori luogo, fuori dal tempo e dallo spazio, ancora. Davanti ad un tramonto antico che commuove Chianalea di Scilla e davanti la bellezza artificiale e luccicante di sposi a nozze in sequenza tra vicoli?

Lo scatto fotografico è di Andrea Bressi, un grazie speciale ad Andrea, esperto di musica tradizionale che ieri in maniera instancabile ha allietato tutti i presenti nel Circolo e durante l’escursione. Grazie a Vito Teti per l’invito, per avermi voluta vicino a lui, e grazie a tutti i presenti per la bella accoglienza.

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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