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Ieri 16 giugno Ignazio Marino (ex sindaco di Roma) ha presentato il suo libro “Un marziano a Roma” per la rassegna di incontri di Trame, svoltasi a Piazza San Domenico, Lamezia Terme.

Marino vittima, e per certi aspetti colpevole, di gravi errori politici, si racconta, o meglio parla della sua esperienza al Campidoglio durata lo sprazzo di 18 mesi. L’ormai ex sindaco della Capitale ci dice di una Roma in cui regna il degrado e l’abbandono. Una città in cui il senso civico è scarso dai cittadini fino ai piani alti della politica. Con vari aneddoti, ci parla di negozianti che buttano scatole di cartone fuori dai cassonetti dell’immondizia senza curarsi nemmeno di piegarli (rischiando così di intasare il traffico), dei bagni del Campidoglio abbandonati a sé stessi luridi e maleodoranti, di sale prestigiose del Comune con i parquet pieni di strisce nere frutto di decenni di sigarette spente per terra, e di sprechi mostruosi. A tal proposito ci fa degli esempi che sfiorano l’irrealtà e il fantasmagorico.

Il comune di Roma spende ogni anno milioni di euro in affitti, pur essendo dotato di un apparato immobiliare ricchissimo, tuttavia non solo non valorizzato, ma addirittura svenduto. Su tutti spicca il caso di un palazzo nobiliare tra il foro di Traiano e di Augusto dato in concessione ai Cavalieri di Malta per soli 12 euro. Per buona pace dei Cavalieri di Malta, se questo palazzo fosse affittato ad un prezzo congruo e di mercato si potrebbe recuperare qualche centinaia di migliaia di euro all’anno: dato che il debito di Roma ammonta a 22 miliardi e mezzo di euro, ce ne sarebbe bisogno! Debito che tra l’altro va a gravare su tutti i cittadini italiani, che dovranno versare 500 euro all’anno fino al 2040 per sanarlo. A questo dovrebbero pensare coloro che vorrebbero le prossime olimpiadi a Roma, dato che tra l’altro dobbiamo ancora sanare tutti i debiti dei giochi del ’60!

Un altro grave problema segnalato da Marino, è l’espansione eccessiva della città. Marino sottolinea che invece di riqualificare vecchie fabbriche o strutture, si è preferito costruire su terreni originariamente agricoli, con speculazioni immobiliari pazzesche, senza tuttavia tener conto che si è edificata una città mostruosa, con quartieri a rischio idrogeologico, scarsamente illuminati e con una rete viaria e di trasporti pubblici deficitaria (con i conseguenti problemi di degrado e di emarginazione sociale). Ultimo tassello che Marino inserisce nel suo quadro dell’elenco degli sprechi, è la gestione dei rifiuti da parte dell’azienda municipalizzata Ama, che non solo faceva gravare sui suoi bilanci spese folli per i cassonetti della spazzatura, ma che sullo smaltimento dei rifiuti, su tutti quelli della carta, andava addirittura in perdita, quando in realtà avrebbe dovuto guadagnare. Secondo Marino anche Mafia Capitale sarebbe stata interessata a questo particolare aspetto della gestione dei rifiuti e l’avrebbe condizionata anche influenzando alcuni consiglieri di maggioranza, fatto che insieme ad altri avrebbe se non determinato comunque facilitato la sua sfiducia in Consiglio e quindi caduta.

In fine, due domande da parte degli interlocutori giornalisti Francesco Grignetti (La Stampa) e Gaetano Salvetteri circa i suoi errori, se ce ne fossero stati, nella gestione della città e sull’intervento in un’intervista del Papa, che avrebbe negato di aver ivitato Marino nel suo viaggio episcopale a Philadelphia. Sul primo punto Marino prima scherza, ma non troppo, affermando di aver sbagliato a candidarsi. In seconda battuta, e questo è tutt’altro che un errore lieve per uno come lui che voleva operare il cambiamento nella città eterna, ammette di aver accettato i nomi dei candidati nelle liste del PD senza nemmeno visionarle, dimenticando forse per ingenuità, lo si spera, che attraverso le nomine dei candidati si sarebbe formato il Consiglio che poi gli avrebbe dato la possibilità di governare. Questo a parere del sottoscritto è un errore politico gravissimo, che ha reso tutta l’impalcatura del suo mandato costruita su una montagna di sabbia. Infine sul Papa, risponde che in realtà era stato invitato dall’arcivescovo di Philadelphia e che forse il Papa non ne era rimasto informato. Sta di fatto che la sconfessione del Papa ha segnato la sua fine politica, «avendo dato il segnale per sciogliere i cani», cioè della rappresaglia per tutti coloro che avevano Marino e la sua voglia di cambiamento in scarsa simpatia.

Quel che rimane da questo incontro, è l’impressione di un uomo, oltre che di un politico, rimasto solo, abbandonato innanzitutto dal suo stesso partito. È certo che Marino stava mettendo in crisi vecchi equilibri ossificati da tempo. Probabilmente si è illuso di poter operare un cambiamento basandosi su pochi uomini di fiducia o tecnici, dimenticando che per cambiare una città ci vuole innanzitutto un forte partito, o movimento dal basso, che remi nella stessa direzione di chi la governa, e il PD almeno a detta dell’ex sindaco, non l’ha fatto. Certo che Roma è una città molto complessa, piena di risorse per risorgere, ma al contempo così mal governata per decenni da sembrare un caso disperato, un po’ come l’Italia, appunto.

Di Davide De Grazia

Il poeta non è altro che un canale, un medium per l'infinito, che si annulla per fare posto a forze che gli sono immensamente superiori e, per certi versi, persino estranee. D'altra parte chi sono io di fronte al tutto, ma al contempo, cosa sarebbe il tutto senza di me?

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