L’insostenibile pesantezza del “benessere”.

[In foto, un uomo Rohingya]

 Dieci anni fa non avrei mai previsto quest’anonima giornata d’autunno in un fine luglio quanto mai caldo e inquinato. Dieci anni fa avrei potuto anche vedermi sposato, volendo, oppure lontano da queste contrade pacifiche finché ‘un ‘bbò n’atru. Ma mai mi sarei visto circondato da salme e onoranze funebri come fossero il nostro pane quotidiano. L’omologazione mediatica ha vinto tutto. L’Internet non chiuderà mai i battenti finché vivrà l’homo immemorus, cioè quello che ha scordato come disconnettersi.      
E così, dieci anni fa non avrei mai avuto gli strumenti giusti per prevedere l’effetto di questo bombardamento di stragi e terrore nella mia testa. Ho il voltastomaco. Forse, anzi, ho già vomitato le viscere più rosee e speranzose e non rimane altro che disperazione. Il Terrore sta vincendo tutto. Su che basi vogliamo libertà e diritti? Pure la Rivoluzione Francese non si poté realizzare senza lo spargimento di sangue di molti innocenti. DI sicuro dieci anni fa mi sarei visto già laureato e con più diritti a dire la mia. Ecco cosa mi manca, oltre ad una pura e tamarra vacanza in una località balneare in cui ti servono anche il culo. Mi manca una firma, un timbro, un attestato statale, un riconoscimento pubblico e uno personale. Mentre crolla un intero pianeta io sto qui, nel mio centro, a far guerra a milioni di terroristi nel mio animo e l’intero arco della mia vita potrebbe benissimo passare così.
A cinquecento bambini bruciati e massacrati corrisponde il mio peso sul petto ogni mattina, per le troppe sigarette del giorno precedente. A una sparatoria negli States mi risponde il barbone fuori di sé che asserisce d’essere pezz’i mmerda e si ‘mbriaca e gira ccu li cani, ché tanto non gli importa di chi lo prende per il culo. E, peggio, di chi lo compassiona.
In una vecchia biblioteca si disegna la Cultura che vince in un mondo senza Terrore e, quindi, non nel nostro. Mi sta stretta, troppo, la grammatica e le sue regole ipocrite e del tutto umane. Siamo comodi; la comodità la cerchiamo sempre. Ma nelle poche cose non umane che son rimaste – come l’amore, gli animali, il mare, la montagna – siamo una frana. Ad ogni merda galleggiante nel mio golfo dell’Eden corrisponde un cittadino attivo che predica con in mano una matita e una tessera elettorale. Ma ha già perso pure lui. Poverino.
Un patto. Un patto di non belligeranza dovrebbero firmare il portafogli e le mani, la mia unghia incarnita e le scarpe troppo strette, Dio e il suo popolo. Tra le tante persecuzioni nel mondo le peggiori son quelle a scapito degli atei, seguiti solo dai Rohingya, i quali vengono massacrati, pensa ‘mpò, da uno stato buddhista. Credo che Mussolini abbia fatto qualcosa di buono, un mascarpone magari, un pollo arrosto, chissà come cucinava. E Ghandi avrà avuto torto in qualcosa, perdio! Ma se dici “sfumature” oggi pensi al massimo ad una donna in avanzata età con qualche rimpianto sessuale, oppure pensi al parlamento italiano.
Quante cose non avrei mai previsto dieci anni fa. Ho un disordine tutto speciale, fuori e dentro. È che si può dire “benessere” ma non “esser bene”. Chi è bene? Forza! Forse studiassimo più storia e meno marketing o più filosofia. Forse per i prossimi dieci anni riuscirò a prevedere meglio tutte le cose. Forse potrò anche fare un bel bagno nel mio mare.

Domenico D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisei anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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