Cleto Festival VI – “No pasaran” recensione e intervista a Giuseppe Bornino

Una bandiera palestinese appesa al muro e due ragazzi che tenevano in mano due striscioni: “Free Palestine” e “Stop bombing Gaza”.

Questa l’ambientazione per lo spettacolo teatrale “No pasaran, viaggio utopico nel cuore della Palestina” di Giuseppe Bornino, dell’associazione Il Filo di Sophia. Un’interpretazione scoppiettante di Bornino, con un grande coinvolgimento del pubblico, ma trattando temi impegnati sotto un profilo sociale e politico. Sono state raccontate storie della striscia di Gaza e della Palestina, paese oppresso da Israele e dai confini indefiniti, dove la disoccupazione raggiunge il 70%, dove anche il lavorare diventa una forma di resistenza e di rivendicazione di appartenenza alla propria terra. Sono stati fatti parallelismi con la situazione italiana e le nostra storie di resistenza e di partigiani, inframmezzati da citazioni, come quelle di George Orwell e testi rap sulla resistenza palestinese. Uno spettacolo che colpisce e invita all’impegno, che si è concluso con il pubblico disposto in cerchio e con il pugno alzato e la bandiera palestinese sollevata dalle mani dell’attore. Lo spettacolo si è svolto nella via Il Barrio, nel secondo giorno del festival di Cleto, alle 20:30.

Giuseppe Bornino ci racconta che Il Progetto Teatro Sophia è nato proprio a Cleto 4 anni fa e ogni anno la prima del nuovo spettacolo viene proposta a Cleto. Inoltre lo spettacolo si inventa sulla base del tema del festival, che quest’anno è stato “i luoghi”. In genere il suo compagno negli spettacoli è Armando Canzonieri, che quest’anno non ha potuto partecipare. Lo spettacolo “No pasaran” inizialmente doveva essere un reading, ma poi accanto alle letture, Giuseppe si è reso conto che era necessaria anche una parte performativa per il coinvolgimento del pubblico. Infatti per questa associazione è importante il rapporto con il pubblico. Il pubblico, secondo Giuseppe, non è formato da spettatori ma da “spett-attori”, che diventano protagonisti e vengono coinvolti nella scena anche brutalmente. L’intento non era raccontare qualcosa, ma provare a far rivivere sensazioni, passioni, istinti e speranze del popolo palestinese oppresso da Israele. Al posto di un teatro civile, spesso pieno di retorica e moralismo, a Giuseppe piace parlare di un teatro incivile, un teatro anarchico e della libertà, dove il corpo e l’immaginazione assumono un ruolo centrale. Gli spettacoli del Teatro di Sophia mutano con il mutare delle condizioni ambientali in cui si svolgono. Giuseppe afferma di non voler lanciare messaggi in modo retorico, e neanche rappresentare, ma cercare di far rivivere delle esperienze, anche con grande difficoltà, trattandosi, la questione palestinese, di un tema delicato e a cui Giuseppe si interessa da anni.

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Vincenzo Costabile

Laureato triennale in psicologia con una tesi su creatività e psicopatologia. Giocatore e istruttore di scacchi. Ho la passione per tutte le espressioni artistiche e soprattutto: poesia, letteratura, cinema, fotografia, teatro e musica. Scrivo poesie, storie, riflessioni e articoli giornalistici, suono la chitarra e fotografo. Mi piace svolgere attività di volontariato e mi interessa la politica. Amo viaggiare, sebbene per me il senso principale del viaggio sia immergersi in una nuova cultura.

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