“Sul corpo dell’attore” la prospettiva di Alessandro Toppi

“Sul corpo dell’attore” la prospettiva di Alessandro Toppi

Penso al corpo dell’attore come a una testimonianza dell’umano, necessaria e irrinunciabile in quest’epoca di relazioni filtrate, a distanza, telematiche. Penso al corpo dell’attore nella sua dimensione di pezzo di carne, muscoli energici, occhi che guardano mentre sono guardati, penso al corpo dell’attore come alla resistenza antica e senza tempo del bisogno dell’uomo che ha l’uomo, qualcuno che ascolta qualcuno che parla, ti vengo incontro, c’era una volta, ecco le mie mani, adesso sediamoci, silenzio, dimmi o stammi a sentire.

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Consiglia un libro: I Vicerè di Federico de Roberto. Il “vero” Gattopardo

Andiamo a scuola, all’università e oltre.. e sentiamo sempre il termine “gattopardesco”, che sta a significare “cambiare tutto perchè nulla cambi”, una frase che mostra il trasformismo della politica italiana, degli italiani stessi e delle sue classi dirigenti. Deriva dal romanzo “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, scritto nel secondo dopoguerra del Novecento. Da allora, questo termine è diventato proverbiale.
Pochi sanno però, che “Il Gattopardo” non è un romanzo così nuovo e innovativo come potrebbe sembrare, perchè qualcuno era arrivato prima di lui a raccontare una storia molto simile. Tomasi di Lampedusa riprende infatti molto, se non quasi tutto, da un romanzo storico dei primi anni sessanta dell’Ottocento, “I Vicerè” di Federico de Roberto, che narra la storia della famiglia siciliana degli Uzeda, di chiare origine spagnole- erano infatti stati i Vicerè dell’isola- mentre in Italia stava avvenendo il grande terremoto dell’Unità, con tutti i suoi lati positivi e negativi.
La storia si concentra sulla vita di Consalvo Uzeda, il figlio maggiore del conte Uzeda, che attraverso una vera e propria formazione, giunge alla sua crescita e maturazione, che coinciderà con il suo ingresso nella politica italiana, all’insegna del trasformismo, al grido di “Viva la Repubblica! Viva la Monarchia!”, in un paradossale, comico e tragico discorso finale, che è il suggello definitivo a vicende tutte all’insegna dei continui ribaltamenti di bandiera, da parte di quasi tutti i personaggi.
Il romanzo è un grandissimo affresco storico, che ci parla della Sicilia feudale e tardo-Borbonica, con tantissimi personaggi che ci mostrano praticamente tutte le classi sociali, ma con uno stile narrativo per nulla moralista o didascalico, anzi: lo stile di questo romanzo è decisamente realista e amaro, e porta il lettore a immergersi totalmente nelle vicende e nella vita dei personaggi, alcuni memorabili, come i tre zii di Consalvo, tre personaggi che sono quasi il simbolo del trasformismo.
E’ un romanzo disincantato, che mostra senza retorica, senza veli e senza ipocrisie la realtà dell’epoca, e che rivela a chi legge come si sia formata l’Italia in quegli anni, diventando una vera e propria controstoria dell’Unità d’Italia.
Un romanzo che per questo è stato ostracizzato per più di cento anni, perchè cozzava decisamente contro l’immagine rassicurante, romantica e didascalica che le scuole, l’opinione pubblica e la politica avevano dato dell’Unità.
Per questo, quando il clima attorno all’Unità cominciò a cambiare, e gli storici cominciarono ad analizzare il periodo con lucidità ed equilibrio, il ricordo dei Vicerè e del suo autore era sbiadito e offuscato da questa damnatio memoriae, tanto che il romanzo il Gattopardo all’epoca- era il 1960- sembrò davvero innovativo.
Non era affatto così, e lo si vede dalla trama de Il Gattopardo,che riprende ampiamente i Vicerè.
Un romanzo assolutamente da leggere, di cui non voglio svelarvi nulla, perchè è una continua sorpresa a ogni pagina.
Lascio solo come assaggio una frase di uno dei personaggi principali, per rendere l’idea della storia:

“In questa casa chi fa il rivoluzionario e chi il borbonico; così sono certi di trovarsi bene, qualunque cosa avvenga!”

Buona lettura!

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E dover sempre temere

di dir la cosa giusta

usando le parole sbagliate.

Esser chiamato egoista,

piangendo lacrime salate.

Passar per senza cuore

per averlo donato,

subir l’odio

per aver troppo amato.

Osservare lo scorrer del tempo

come rinchiuso in gabbia,

dove sbarre di ricordi

e un pagliericcio di rimorso

sian le sol cose ch’io abbia.

E se una chiave per tal prigione

esiste invero,

non sarà custodita in sorrisi bugiardi,

ma incastonata in un cuor sincero.


PATRES – Tra memoria e identità

PATRES, Produzione Scenari Visibili

Questa sera h. 22.30 Castello di Squillace per INNESTI Contemporanei

Patres parla dei padri di questo tempo, parla dei padri e dei figli che si riconoscono uguali come fragili e uniti da un vincolo di sangue indissolubile. Troppo spesso viviamo questo tempo con passività e indifferenza, attendendo dal domani una sorpresa, un dialogo, un confronto senza fare nulla affinché questi arrivino. E così, il tempo, proprio lui, scorre senza farci accorgere, e ci scopre poveri, sempre più poveri. Patres parla di miseria umana ma anche di amore profondo, parla di speranza, di una terra che si mostra arida, ma ricca di sentimento, seppur nascosto.

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