“Sul corpo dell’attore” la prospettiva di Alessandro Toppi

“Sul corpo dell’attore” la prospettiva di Alessandro Toppi

Penso al corpo dell’attore come a una testimonianza dell’umano, necessaria e irrinunciabile in quest’epoca di relazioni filtrate, a distanza, telematiche. Penso al corpo dell’attore nella sua dimensione di pezzo di carne, muscoli energici, occhi che guardano mentre sono guardati, penso al corpo dell’attore come alla resistenza antica e senza tempo del bisogno dell’uomo che ha l’uomo, qualcuno che ascolta qualcuno che parla, ti vengo incontro, c’era una volta, ecco le mie mani, adesso sediamoci, silenzio, dimmi o stammi a sentire.

Dimenticato per decenni, oscurato da secoli, ora proiettato nei video della medialità più superficiale e più cool, ripreso e rimandato in diretta o differita come immagine messa a parete, sostituito dai manichini, ridotto a due dita che lo simboleggiano, tramutato in segno performativo (eco d’un suono, tratto pittorico, istallazione immobile) o cineteatralizzato, costretto a recitare a favore di telecamera, contabilizzato e messo in lista con gli arredi da posizionare sul palco, impoverito e marginalizzato perché accetti progetti in cui non crede, nano affossato tra le costruzioni maiuscole dei Nazionali – non mi sorprende che lo si ponga (artisticamente e burocraticamente) in uno stato di servitù ulteriore in quello che dovrebbe essere il suo regno – penso ancora e comunque al corpo dell’attore come alla scena primaria per cui il petto, le braccia, la schiena, le gambe e le dita, le pause o i movimenti diventano e sono patria, sede, qui, coincidenza, evento, possibilità, circostanza nel quale e per il quale il teatro accade e diventa teatro.

In epoca di cortei smagriti in fiumiciattoli, di proteste o appartenenze a colpi di like, d’irrappresentanza partitica, di dirette politiche in skype, di socializzazione virtuale e comunicazione a una massa impersonalizzata più delle masse personalizzate ideologicamente nel passato penso al corpo dell’attore come a una resistenza politica, a un’ostinazione civile, un punto di vista espresso al mondo e sul mondo dall’orlo-proscenio, da un baratro fatto di chiodi, d’assi di legno, qualche volta un tappeto. Avanzo per dirti, mostrarti, farti vedere, avanzo provando a stabilire un dialogo, avanzo per condividere qualcosa, metterlo in cerchio, avanzo per non far sparire, per richiamare, ricordare e ripetere, avanzo sperando di riuscire a darti, avanzo sperando tu ci sia: attorno a me, di fronte a me, contro di me o assieme a me.

Invisibile all’avanguardia di Ivrea ’67 quanto per Franceschini e soci nel 2014 (nei documenti di allora come in quelli di oggi “attore” è la parola che non si può pronunciare), questione non questionata se non da qualche accademico in saggi rimasti all’interno dei dipartimenti accademici, pilastro messo di lato come fosse un orpello dai dibattiti sulle grandi riforme impossibili, esso stesso incapace di manifestarsi al di sotto del palcoscenico rivendicando i diritti inviolabili e connaturati alla propria esistenza – come se svanisse alla luce del sole, trasparente di giorno in attesa di riprendere peso la sera della replica – non può che essere il punto di partenza, la prima riga, d’ogni discorso teatrale a venire che sia degno di senso, rispetto ed ascolto. Ci penso adesso mentre sto scrivendo un articolo da cui fuggo per un attimo.
Chi guardare altrimenti? Di chi scrivere? Su cosa riflettere? Di cosa riempire le recensioni? E per chi pensare e ponderare regole e codici, per quale motivo distribuire fondi e tenere aperte le sale, generare nuovi spazi svuotando cantine, arricchire i Massimi, organizzare i festival moltiplicando gli sforzi se non per fare in modo che ancora domani, di più domani, un attore – un’attrice – un danzatore – una danzatrice – abbia la possibilità concreta di sottrarsi dal buio del fondo alla luce, mostrandosi alla comunità come un feto fattosi uomo, perché come un essere nuovo emetta il primo gesto, dica il primo vagito, d’una vita destinata a consumarsi nel mentre del consumo dell’opera (che non è fatto formale ma il discorso di un uomo agli uomini, di cui l’attore si fa carico diventandone il tramite)?

Effimero quanto effimeri siamo tutti noi sul palcoscenico della vita – e per questo nostro fratello e nostra metafora – eppure unico e resistente quanto unici e resistenti ci illudiamo d’essere tutti su questo stesso palcoscenico, punto egocentrico e trama ricca di moltitudini, sogno di un ombra e momento carnale, il corpo dell’attore non mi passa stamattina e mi resta invece come pensiero, come urgenza, bisogno.
Come una fissazione, un tarlo, un amore, non posso dimenticarlo, non ci riesco, anche quando apparentemente questo corpo non c’è, sembra non esistere, riposa in un altrove lontano.

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