Joan e il destino del mondo- Capitolo II

Joan camminava silenziosamente all’interno del sottobosco, facendo attenzione a ogni minimo rumore e a ogni fruscio attorno a sé. Tutto sembrava tranquillo.
Proseguì senza problemi, camminando su un soffice terreno di foglie brunite, e la sua mente vagava, cercando di digerire tutto quello che aveva appreso nelle ore precedenti. Sentiva ronzare la magia tutt’intorno a sé, e l’aver risolto l’enigma delle due uova lo aveva reso orgoglioso, non senza esserne però anche profondamente turbato: è difficile rendersi conto di avere un potere dentro di sé mai sospettato prima, e cercare poi di conviverci.
Capiva di cambiare attimo dopo attimo, in seguito all’uso della magia; e si chiese quale prezzo avrebbe dovuto pagare. Non lieve, si disse; ma un destino lo avvolgeva, e lui lo percepiva chiaramente. “Chissà, forse fa tutto parte del gioco”, pensò.
La strada attraverso il bosco cominciò a salire, e alzò gli occhi.
Cominciava a intravedere in alto davanti a sé i bordi verdi di una strada pianeggiante, immersa probabilmente tra fiori e arbusti: la strada che portava al Castello di Tufo.
Si diresse con decisione da quella parte, ma una voce apparentemente giunta dal nulla si fece udire nel silenzio del bosco.
“Io ci andrei piano, se fossi in te; devi prepararti, prima”.
Joan si voltò, e davanti a sé vide una ragazza, che stava con la schiena appoggiata a un albero, a braccia conserte, e lo osservava con uno strano sguardo, a metà tra il serio e lo strafottente.
Sentì una strana sensazione dentro di sé, come di una notevole frenesia mista a una pace infinita; ma cercò d rimanere imperturbabile.
“Perché?- chiese- E tu chi sei, innanzitutto?”.
“Io sono Ariandra- rispose lei, e gli occhi nocciola scintillarono- e sono un Genio a Metà”.
Joan rimase interdetto: quella strana ragazza sembrava spuntata dalla terra stessa, e aveva un che di inquietante, pur trasmettendogli una certa strana fiducia.
“E cosa sarebbe un Genio a Metà?”, chiese.
Lei si avvicinò, quasi danzando sulle foglie. “ Forse un giorno ti racconterò l’intera storia, ora non c’è tempo. Comunque, sappi che E’ una stirpe molto antica- rispose- che abita questa terra da innumerevoli anni, ed è sempre stata vista con sospetto, perché ha sentimenti limpidi, verità chiare e amicizia alla luce del sole. Nandèra col tempo ha dimenticato tutto questo; e noi siamo rimasti in pochi. Io abito qui nel bosco, e ormai sono rimasta da sola. Quel mago si è mangiato tutto, e per questo voglio aiutarti. I tuoi occhi sono sinceri. Vuoi il mio aiuto?”.
Lui la guardò, e lesse nei suoi occhi una profonda sincerità: sentì che poteva assolutamente fidarsi di quella ragazza del bosco con le foglie nei capelli.
Le raccontò l’intera storia, e lei alla fine scosse la testa. “Sei in un bel guaio- disse, battendogli una mano sulla spalla- e stare in bilico tra due Maghi è sempre pericoloso, ma immagino te l’abbiano già detto. Io però posso aiutarti con il guardiano del Palazzo di Tufo”.
Lo prese per un braccio, e lo condusse verso un cerchio d’alberi da dove si potevano vedere distintamente le prime propaggini del Palazzo. Joan riusciva a vedere quanto fosse imponente quella costruzione, e come tutto sembrasse spoglio, davanti all’entrata.
“Dove sarebbe, questo Guardiano? Io non vedo niente”, sussurrò.
Ariandra sorrise, e scosse la testa. “Vedi, è proprio questo il problema- rispose- ci cascano tutti, ma lui C’E’. E’ proprio per questo che lo chiamano Inconsistente: non lo puoi vedere, né toccare.. ma è lì. E ti sussurra molte cose nella mente, e ti sfida; vince sempre lui, perché la sua mente è molto antica, e conosce molte cose”.
Joan la guardò. “Ma tu come fai a sapere tutte queste cose?”, domandò, un po’ perplesso.
“L’ho sfidato molte volte- rispose, e il suo sguardo sembrava perso in un infinito vuoto- ed egli ha accettato la mia sfida. Non combatte i mezzosangue come me, perché secondo le leggi di Nandèra siamo benedetti dal Grande Caso, e per lui è stato come un gioco. Io l’ho trovato sfiancante”. Sorrise, e sospirò. “Comunque- riprese- ecco quello che dovrai fare: ti avvicinerai lentamente all’ingresso, e ti siederai davanti al portone, e attenderai lì. Egli creerà immagini nella tua mente, e tu dovrai sforzarti di non parlare subito, perché le immagini saranno potenti e angoscianti. Ritirati dentro il tuo cuore, e lì troverai la risposta alle domande che farà sorgere nella tua mente. Solo allora ti farà entrare. Potresti essere il primo a riuscirci, e vale la pena tentare anche solo per questo, non credi?”.
Joan era perplesso, a dire il vero: non aveva paura, ma quella storia di guardare nel cuore, domande nella testa e guardiani invisibili lo aveva mandato decisamente in confusione. Ma avere a che fare con la magia, evidentemente, comportava problemi del genere.
In fondo, non aveva niente da perdere, e aveva una missione da compiere.
Annuì, e si avviò verso la salita del Palazzo.
Si girò a guardare Ariandra, che lo salutò allegramente con un cenno della mano.
Lui scosse la testa. “Questi Geni a Metà non devono avere la testa completamente a posto- pensò- speriamo che non mi abbia raccontato un gusto di frottole”.
Continuò a salire, avvolto da una improvvisa e fittissima nebbia.

Il Palazzo era ora di fronte a lui, ed era immenso. Joan era alto, ma di fronte a quella costruzione si sentì minuscolo come una pulce. Persino il Castello d’Ocra sfigurava, di fronte a quel Palazzo.
Non contava il fatto che fosse di tufo, un materiale di certo non lussuoso; era la sua grandezza che colpiva, la sua posizione in cima a quella collina, al di sopra di un bosco intricato e pericoloso, lo spettrale silenzio che aleggiava tutt’intorno, e la sensazione acuta e vivida di essere continuamente osservati. “Dev’essere quel Guardiano”, pensò Joan.
Non aveva dimenticato i consigli di Ariandra, quindi si sedette nell’erba davanti al massiccio portone di tufo, e chiuse gli occhi.
Dapprima non sentì nulla; solo il vento fischiava minaccioso, scompigliandoli i lunghi capelli. Aleggiava un silenzio di morte, e la mente all’interno del castello sorrise, perché amava vedere lottare il suo Guardiano contro l’ennesimo sciocco.
Joan però non aveva paura, e si si isolò da ogni cosa, guardando dentro sé stesso, e scendendo sempre più in profondità fino nei recessi più oscuri della sua anima.
Le domande affiorarono a migliaia: sui suoi genitori, sul medaglione che portava al collo, su Borèo, sulla magia dentro di sé. Le domande lo sconvolsero, lo fecero piangere e urlare silenziosamente, ma la paura non lo prese mai. Cadde sempre più giù, e il buio lo avvolse.
E infine, lo vide.
Era altissimo, e si sedette di fronte a lui, guardandolo con terribili e penetranti occhi grigi. Aveva la pelle olivastra, e lunghi capelli neri intrecciati tra loro. Vestiva di pelli marroni e nere, e al collo portava un medaglione d’ambra. Parlò, e la sua voce sembrò provenire dalle profondità della terra.
“E’ sorprendente- cominciò- ben pochi hanno potuto vedere il mio volto, e chi ci è riuscito non cammina sulla terra di Nandèra da molti secoli, ormai. Da tanto tempo nessuno aveva occhi aperti come i tuoi. Sarà davvero un peccato porre fine alla tua vita, con la mia domanda”.
“Questo potrebbe non essere così certo”, sussurrò Joan. Lo sforzo era stato grande, e parlare ad alta voce gli era doloroso.
Il Guardiano lo guardò. “Sei sicuro di te, ed è un bene, ma fino a un certo punto- rispose- questo potrebbe portarti alla perdizione, oggi, e in futuro, se sopravviverai. Ma non credo accadrà, Joan”.
Il ragazzo sussultò. “Io vedo molte cose- disse il Guardiano- e i nomi di tutti coloro che mi sfidano li conosco prima che essi nascano. Ora ascoltami: cosa porta il vento tra le fronde, il giorno che alzi lo sguardo?”.
Joan lo guardò, e rimase di sasso. Che accidenti di domanda era quella? Scosse la testa: il tutto gli sembrava assurdo.
Vide l’uomo sorridere, e improvvisamente sentì una fitta terribile. Il petto sembrava infuocato, e improvvisamente cominciò a mancargli il fiato. Cominciò a sudare copiosamente.
Eppure, anche in quel momento, non si fece prendere dal panico. Molti erano morti perché non avevano saputo rispondere, evidentemente perché avevo pensato come lui che quella domanda non avesse senso.
Con un ultimo sforzo di lucidità si sforzò di ricordarsi le parole. “cosa porta il vento tra le fronde, il giorno che alzi lo sguardo?”. Non capiva cosa volessero dire, quelle parole.
I secondi passavano, lenti, pesanti e inesorabili, ed egli sentì la morte incombere.
Poi, come un lampo nella notte, ebbe un’idea: e se fosse una domanda personale, rivolta lui, una cosa che solo lui poteva comprendere? No, ma come avrebbe potuto il Guardiano sapere che lui..
“Io vedo molte cose”, aveva detto. E forse era davvero così.
Quando aveva alzato lo sguardo? Il giorno in cui aveva incontrato Borèo.
E quel giorno c’era un vento terribile, lo ricordava bene.
Chiuse gli occhi, nascondendosi nella parte più profonda di se stesso, cercando di trovare la risposta, che sapeva di avere tra le mani.. ma che temeva.
Ecco su cosa puntava il Guardiano: sulle paure e i desideri più profondi di ognuno, che facciamo fatica ad accettare e a rivelare a noi stessi, ma che in realtà abbiamo e sentiamo con forza.
La sua resistenza era agli sgoccioli. Doveva fare presto.
Alzò gli occhi verso il Guardiano, con aria di sfida. “Una terra tutta mia, dove possa condurre un popolo che mi segua”, disse, con voce strozzata.
Il Guardiano si irrigidì, e i suoi occhi divennero bianchi come la neve.
Poi esplose in mille pezzi, e il vento si portò via le sue ceneri.
Joan rotolò sull’erba, travolto dall’esplosione.
Quando rialzò gli occhi, vide il portone del palazzo di tufo aprirsi lentamente davanti a lui.
Ce l’aveva fatta. Era ancora scosso per il segreto che aveva rivelato, per quel profondo desiderio che nemmeno lui credeva di avere. Era forse quella la sua magia? Scoprire cose che nessuno vedeva?
E come avrebbe trovato una terra e un popolo?
Sembrava un desiderio assurdo e folle; ma intuiva che, se non avesse aiutato Borèo, quella domanda sarebbe rimasta per sempre senza risposta.
Si alzò a fatica, e si avviò verso il portone.
Ora il Mago l’attendeva, ed egli era pronto.
“Grazie, Ariandra”, sussurrò, mentre entrava a fatica all’interno del Palazzo di Tufo.

I suoi passi risuonavano potenti nell’oscurità, e la porta si chiuse pesantemente dietro di sé, con un tonfo e un rimbombo.
Non vedeva assolutamente nulla davanti a sé, ma stranamente sentiva di sapere dove andare: sempre dritto. Era forse la sua magia che si manifestava?
Joan non sapeva cosa pensare, e Borèo non gli aveva detto nulla; ma, mentre percorreva l’oscuro corridoio, si rese conto che la magia che possedeva si manifestava sempre in situazioni di profonda oscurità. Davvero forse lui poteva trovare le cose nascoste.
Il corridoio diritto e piano si interruppe bruscamente, e Joan sentì sotto i suoi piedi l’inizio di una scala. Stava per cominciare a salire, quando una voce musicale e secca lo fermò.
“Non puoi andare avanti senza luce, non credi?”, chiese.
E all’improvviso, Joan fu avvolto da una luce accecante, che riempì tutto quello che si trovava attorno a lui.
Quando riuscì ad alzare lo sguardo, il giovane guardò in alto, e vide, in cima ad una lunghissima scalinata, una piccola figura vestita con un lungo mantello viola e nero, che lo guardava seriamente. Aveva in mano una enorme fiaccola luminosa, composta da un metallo che Joan non aveva mai visto. Era quello il Mago?
Anzi, si corresse.. era QUELLA il Mago. Perché era una donna.
Joan era sorpreso. Non aveva immaginato che il Mago potesse essere..
“Non te l’aspettavi, eh?- disse IL Mago, sorridendo- Non se lo aspetta mai nessuno, a dire la verità. Sciocchi e prevedibili. Come se l’arte delle cose più profonde che sono in noi, che tutti chiamate volgarmente Magia, possa essere di proprietà solo dei maschi. Forse in un’altra terra. Non certo qui. Però, a parte questo, tu mi hai sorpreso, ragazzo. Hai ucciso il Guardiano, e non lo credevo possibile. Chi sei?”.
Joan si riprese dallo stupore iniziale, e fissò orgogliosamente il Mago. “Il mio nome è Joan- disse- e ho un compito che mi è stato affidato da Borèo, il Signore del Castello d’Ocra”.
Il Mago lo guardò ancora più attentamente, alzando un nero ciglio. “Ah, dovevo aspettarmi qualcosa del genere- commentò la donna- solo uno dei poveri “destinati” di Borèo poteva avere una possibilità contro il Guardiano. Benchè abbia molte riserve su di lui, devo ammettere che ha talento e intuizione.. nonostante le sprechi per quell’impresa ormai triste e inutile”.
“Lui la ritiene importante”, commentò Joan, sorprendendosi delle sue stesse parole. Non aveva una simpatia per Borèo, eppure lo stava difendendo. Quella donna gli sembrava fin troppo sicura di sé, anche se esercitava un certo fascino su di lui.
La donna scosse la testa, come se provasse fastidio per quella difesa di un suo rivale, e disse : “Immagino che sia alla frutta, per essere venuto a cercare aiuto da me. Quindi pensa che io possa risvegliare quella fanciulla? E come sarebbe possibile?”.
Joan guardò il Mago, e si ritrovò a spiegargli tutto. Aveva la strana sensazione che ci si potesse fidare di Cambia-l’anima, nonostante la sua sicurezza e arroganza.
Il Mago scosse la testa. “Tu sei giovane-commentò- ma non sei certo uno sciocco, e sai che un aiuto magico prevede patti, e i patti non sono mai senza prezzo. Sei io ti aiuto, dovrai passare molti giorni della tua vita ramingo per il mondo, e senza certezze. Anche se tu dovessi riuscire nelle tue sette imprese, ci sarà un prezzo da pagare, e io lo richiederò senza esitazioni. Sei ancora disposto a tuto questo?”.
Joan annuì, senza esitazioni. La lotta col Guardiano gli aveva rivelato il sogno della sua vita, e ora comprendeva che l’unico modo per trovare la strada verso il sogno era compiere le Sette Imprese, qualunque prezzo avesse dovuto costagli.
Cambia l’Anima lo guardò seriamente, e annuì. ”Bene- rispose- così è stato dunque deciso. Seguimi, allora”.
Senza dire altro, si voltò, e si incamminò su per il resto della scalinata, verso una massiccia porta d’argento. Joan la seguì, lanciando un ultimo sguardo al corridoio sotto di sé.
Ora era illuminato, e potè vedere come fosse spoglio e disadorno.
Uno strano Mago, questo Cambia l’Anima, eppure gli ricordava Borèo: il corridoio per nulla lussuoso era molto simile. C’era un legame tra loro, lo sentiva.
Scacciò quei pensieri, e seguì il Mago su per le scale.

La donna aprì la porta, sempre rigorosamente di tufo, e Joan seguì la piccola figura, che avanzava decisa e scattante, facendo svolazzare i suoi lunghi capelli castani. Aveva una coda intrecciata con una immensa varietà di fiori che Joan non aveva mai visto. Dovevano trovarsi in qualche radura nascosta della foresta, e il ragazzo immaginò il Mago mentre li coglieva, avvolta dalla profondità della notte, e si acconciava i lunghi capelli, con gli scuri occhi neri che brillavano nell’oscurità.
Non si stupiva del fatto che molti la temessero: in quegli occhi rischiava di affogarci, travolto da oscure forze; eppure, lui provava una strana fiducia verso Cambia l’Anima. Forse non faceva niente per niente, come gli avevano più volte detto; eppure, sentiva che aveva un grande senso dell’onore. E che non l’avrebbe ingannato.
Non sapeva il perché di quella sensazione; forse era la sua magia nascosta e ancora non del tutto consapevole che gli mandava dei segnali. Scosse la testa, e seguì il Mago oltre la porta.
Quando alzò lo sguardo, rimase a bocca aperta.
Si era aspettato di trovare una grande stanza, con un tavolo al centro, finestre illuminate dal sole nascosto, una grande biblioteca, alambicchi, bottiglie con pozioni, qualche strano essere grigio pronto a servire la sua padrona; ma di fronte a sé trovò un immenso e lussureggiante giardino, pieno di piante di ogni tipo, animali di ogni genere che correvano o dormivano liberi, suoni e rumori che avvolgevano tutto con una musica soave e cantilenante. Il sole brillava, e non si vedeva la fine del giardino. Joan si guardava attorno, come ubriaco.
“Ma come….?”, domandò, senza riuscire a finire la frase.
Il Mago si girò verso di lui, e i suoi occhi neri brillarono. Il suo viso perfetto espresse un sorriso antico come la magia stessa. “Questo è permesso dal Potere- spiegò- e io lo uso in questo modo, per rendere la mia casa adatta al mio cuore. Non voglio mostrare nulla all’esterno, e per questo ho scelto il tufo; ma all’interno, tutto quello che desidero è un giardino, per vivere in pace”.
“Ma le visioni che mostri ai viandanti?- chiese Joan- e i patti stretti? Il Guardiano? Cosa ti hanno fatto gli altri, se davvero vuoi vivere in pace?”.
Gli occhi di Cambia l’Anima lanciarono fiamme. “Essi desiderano il potere, tutti quanti- rispose duramente- e devono essere sviati, perché la magia è per pochi eletti. Tu sei entrato qua dentro, ed eri destinato a farlo; ma altri sporcherebbero e insozzerebbero tutto. Non posso permettere che il Dono venga usato da mani lorde di malvagità ed egoismo”.
Joan sentì un odio profondo, in quelle parole; ma non si spaventò affatto. “Io aravo i campi, prima che Borèo venisse da me- rispose- e credo che tutto venga dalla terra, e alla terra ritorni; persino la magia, secondo me, ha questo destino. Dovrebbe essere alla portata di tutti, senza liste per gli eletti”.
Il Mago scosse la testa. “Cambierai idea- ribattè- e ben presto. Ora seguimi”. Senza dire altro, si diresse verso un piccolo fiumiciattolo, al centro del giardino, che scorreva pigro e silente. Un cervo stava bevendo dalle acque, ma quando vide il Mago, sfrecciò via. La donna parte non farci caso, e si chinò sulle limpide acque. Mosse la mano sinistra avanti e indietro, e sull’acqua comparve un volto.
Joan si avvicinò, per distinguerlo meglio, e vide che si trattava di un uomo molto vecchio, che fissava il Mago con uno strano sguardo, a metà tra l’esasperato e il trionfante.
“Ebbene- lo sentì dire- sei di nuovo qui. Che cosa vuoi, questa volta?”.
La donna sorrise. “C’è del lavoro per te, vecchio. I patti richiedono notai, e tu lo eri un tempo. Esci da lì”.
“Si sta così bene, qui- rispose il vecchio, sbadigliando- perché dovrei fare tanta fatica?”.
La donna smosse di nuovo le acque, e Joan sentì il vecchio gemere. “Perché- rispose lei, tagliente- c’è un patto tra noi, lo hai scordato? Lei vive solo grazie a questo”.
L’uomo impallidì, e annuì in fretta. Il viso scomparve improvvisamente, e le acque si agitarono, bagnando Joan e il Mago.
Quando il ragazzo scosse i capelli bagnati e alzò gli occhi, vide il vecchio di fronte a sé.
Lo osservò per bene, e vide che in fondo non era poi così anziano: i suoi capelli non erano bianchi, ma grigi, con ancora qualche filo castano; i suoi occhi brillavano di vita repressa, e il suo sguardo pareva vagare lontano, in cerca di chissà quali luoghi e quali volti.
Il vecchio mise le mani sui fianchi, e lo guardò con aria decisamente professionale.
“Ebbene, cosa abbiamo qui?- esordì, fissando Joan – un elemosiniere per lotte ereditarie, un innamorato senza speranza, un ladro in possesso di una fortuna, un..”
“Per favore, Tobia- sospirò Cambia l’Anima- non sopporto la tua cantilena, lo sai. Veniamo al dunque”. Schioccò le dita, e improvvisamente, sulla riva del fiume sulla quale si trovavano, comparve un piccolo tavolo di mogano con tre sedie. Joan non sapeva cosa accidenti fosse un notaio, ma un tavolo e delle sedie sì, e capì che avrebbero stretto uno dei patti per cui quella donna era famosa.
O famigerata, a seconda dei punti di vista.
La donna si sedette, e Tobia e Joan la imitarono. Il vecchio inforcò degli occhiali argentati- da dove li avesse presi, Joan non riuscì a immaginarlo- e da un cassetto del tavolo tirò fuori un immenso e polveroso libro, dalla copertina verde scuro e dai bordi azzurrognoli.
Sopra c’era scritto, a lettere cubitali: ACCORDI BILATERALI. REGISTRO PRECISO E FERREO.
L’uomo cominciò a sfogliarlo avanti e indietro, sollevando un mucchio di polvere; Joan sentì fortemente la VITA di quel libro, era come se lo stesse chiamando. Non riusciva a comprendere cosa gli stesse dicendo, ma si sentiva legato a quelle pagine, e intuì che da quel momento nulla di quello che avrebbe fatto avrebbe potuto essere cancellato, o dimenticato.
Era quella la truffa di Cambia l’Anima? Sarebbe diventato uno schiavo di quel patto?
Ebbene, non si sarebbe lasciato stritolare nella morsa da due maghi, giurò a se stesso. Avrebbe realizzato i suoi desideri, e nessun patto l’avrebbe fermato.
Tobia lo guardò. “Bene, bene- cominciò- il Registro Infrangibile ha appreso da te tutto quello che era necessario sapere. Sei consapevole, Joan, che se supererai tutte e sette le Imprese, e ti verrà dato ciò che hai chiesto, dovrai condividere alcune cose che otterrai durante i tuoi viaggi con la qui presente Cambia l’Anima?”.
Joan non rispose subito. Era quello, dunque, l’inghippo: era scritto che avrebbe trovato qualcosa, e la donna avrebbe dovuto prenderle per sé. Ecco come faceva con tutti. Non si stupì di come tanti la temessero.
Molti, probabilmente, avevano dato in cambio la loro vita. Bene, non ci sarebbe riuscita, con lui.
La guardò, ma il Mago non badava a lui. Fissava il vuoto, con una nera penna d’oca nella mano destra. Evidentemente, per lei, quello era un rituale; però sembrava nervosa.
Forse non amava fare patti con un rappresentante di Borèo, si disse il ragazzo.
Comunque, inutile preoccuparsi del futuro: ora non poteva fare altro che accettare.
Annuì, e prese una penna d’argento che Tobia gli porse subito.
“Firma qui”, disse il vecchio, indicando uno spazio bianco alla fine di una lunga pagina piena di una fitta scrittura in inchiostro rosso.
Joan cercò di capire cosa ci fosse scritto, ma non ci riuscì.
Intuiva comunque che c’era qualcosa sotto, e lui sarebbe stato molto attento; ma per il momento fece finta di nulla. Era già abbastanza inquietante che quel libro potesse leggergli nella mente.
Appena ebbe firmato, il libro si richiuse da solo. Cambia l’Anima si alzò, schioccò di nuovo le dita, e il tavolo sparì, le sedie pure.. e Tobia tornò in acqua, con uno spruzzo e un tonfo.
La donna sorrise. “Sembra facile, vero?- disse- Eppure ci vogliono anni di pratica. Mi piacerebbe insegnarti, ma sei già di Borèo, ed è davvero un peccato”. Ancora una volta, Joan si sentì terribilmente attratto dagli occhi di quella donna; ma aveva una parola sola, e scacciò quel pensiero.
“Ho firmato un patto- le ricordò- e ora sono a tua disposizione. Dove devo dirigiermi?”.
“Sei rapido e frettoloso- commentò lei- Comunque, se è quello che vuoi… “. Fece una pausa, e gli fece cenno di seguirla.
Si addentrò nelle profondità della rigogliosa foresta; Joan si accorse che stavano scendendo sempre di più, fino ad arrivare ad un’altra porta di tufo. Il Mago la spalancò, e entrambi si ritrovarono fuori dal Palazzo di Tufo.
“Qui siamo vicini all’uscita della foresta- gli disse- e andando sempre diritto uscirai facilmente. Hai tre mesi di tempo per compiere le sette Imprese, e dovrai vagare per molti territori di Nandèra, con uno scopo ben preciso: portarmi i sette Animali Parlanti. Presto ci sarà un raduno di Maghi, per decidere chi sarà il Gestore dei Titoli, e ognuno di noi dovrà portare qualcosa di unico al raduno. E nulla è più unico dei Sette Animali. Ormai, sono gli unici che parlano con voce come le nostre. Nessuno sa dove si trovino di preciso, ma sono all’interno dei regni e delle repubbliche di Nandèra. Alcuni sono custoditi, si dice, e altri vagano liberi, pare; ma nessuno sa nulla con certezza. Sei in gradi di compiere queste imprese?”
Lo guardò seriamente, e Joan intuì la sua brama. Ebbene, avrebbe fatto quello che chiedeva, e avrebbe visto il mondo. E magari, avrebbe finalmente trovato il modo di realizzare il suo sogno..
Annuì. Lei gli strinse il braccio destro, e si inchinò, toccandosi la fronte. “Ebbene, vai, e che la Firma ti accompagni”.
Lui si inchinò, evitando di rispondere. Il tutto era decisamente inquietante.
Si voltò, scendendo la collina del castello, e non si voltò indietro.
Il Mago lo seguì con lo sguardo, sorridendo a lungo. “Sarai la mia arma inconsapevole. Ah, Boreo! Ora vedrai”, disse trionfante, e rientrò a grandi passi nel suo palazzo.

Joan proseguiva spedito, e lasciatosi la collina alle spalle, prese un piccolo sentiero. Poteva vedere la fine del bosco davanti a sé. Provò un immenso sollievo.
“Bene, e ora andiamo, e vediamo cosa ci attende”, disse, uscendo finalmente dal bosco.
Non si era mai voltato indietro, altrimenti avrebbe visto una piccola figura seguirlo silenziosamente, apparendo e scomparendo.
“Non ti lascio andare via così”, sussurrò Ariandra.

Pierluigi Cuccitto

Di Pesaro. Ho trentaquattro anni, vivo e scrivo da precario in un mondo totalmente precario, alla ricerca di una casa dell’anima – che credo di aver trovato – e scrivo soprattutto di fantasy e avventura. Ho sempre l’animo da Don Chisciotte e lo conserverò sempre!

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