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Caro diario,
chi mi conosce lo sa: sono una persona di pochissime parole, e queste tendono ad annullarsi completamente quando sono di fronte a persone che non conosco. Forse è proprio per dar libero sfogo alle parole che mi rimangono intrappolate dentro che ho iniziato a scrivere. Dacché ho memoria, ho sempre avuto un gran interesse verso penne e quaderni. Il mio primo approccio con le parole, che mi tenevo dentro, è stato semplicemente questo: comprare un quaderno o un diario e scrivere ciò che mi passava per la mente. Ricordo ancora quasi tutti i mieidiari segreti, ne avevo una cura maniacale, non passava giorno in cui non scrivessi qualcosa: un litigio, un’emozione, la giornata appena trascorsa. Ancora mi rivedo a prendere il mio diario e scrivere e scrivere, prima di andare a letto. Un’ abitudine, questa, durata fino agli anni del liceo. Alle scuole superiori, però, qualcosa cambiò: provavo una certa vergogna a scrivere ciò che pensavo. Avevo timore di rileggere ciò che durante il giorno avevo pensato e provato. Avevo sempre la terribile sensazione che quelle parole, le mie parole, fossero ridicole, senza senso, orribili. Non sapevo più scrivere di me e dei miei pensieri e ciò non fece altro che fortificare la corazza del bozzolo in cui sempre più richiudevo.
Fu proprio in quel periodo che mi avvicinai tantissimo alla lettura. Le parole mi mancavano ed ero sicura che solo in un luogo potevo ritrovarle e, quel luogo, erano proprio le pagine di un libro. Il primo che acquistai, e che ancora oggi custodisco gelosamente, fu “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen. Da quel momento in poi il comprare libri, e l’entrare in libreria, divenne una meravigliosa abitudine e avventura. Con il tempo ho imparato a selezionare i miei autori e i miei generi preferiti, anche se il più delle volte, ancora oggi, acquisto ad occhi chiusi. In questo lasso di tempo abbandonai totalmente la scrittura per rifugiarmi nelle parole degli altri: mi davano conforto e mi tenevano compagnia. Sentivo che ogni parola era  messa la posto giusto, arrivava quando più ne avevo bisogno. A me non restava altro che scorrere le righe e lasciarmi cullare. Gli anni del liceo passarono così, a divorare libri su libri, a nutrirmi di parole di altre epoche e di altre persone.

Ben presto, però,  mi accorsi che le mie parole, quelle che negli anni ero riuscita a seppellire in me, in realtà erano ancora vive. Ancora, però, non mi sentivo pronta a riprendere la penna in mano e a scrivere. Mi sentivo più sicura a digitare le parole, mi veniva più semplice: era come se lo schermo del PC fungesse da barriera tra me e le mie stesse parole. Fu allora che aprii il mio blog: lì era facilissimo scrivere, quando più ne sentivo la necessità mi bastava digitare sulla tastiera del cellulare. Chiusi e cancellai quel blog più o meno due anni fa: era un pomeriggio estivo e sentivo che ormai era giunto il momento di chiudere quella parentesi.
Ricominciai a scrivere su carta senza troppe pretese, alcune volte ricopiando semplicemente le frasi che più mi avevano colpito durante la lettura. Nell’inverno dello stesso anno, entrai a far parte della bella e stimolante realtà di Manifest e mi addentravo per la prima volta in una situazione del tutto nuova: scrivo e condivido le mie parole con altri, ricevendo in cambio altre parole. Oltre a Manifest, in quello stesso periodo, avevo capito e trovato chi apprezzava le mie parole e, questo, mi serviva sempre di più come stimolo a non smettere, un’altra volta, di scrivere.
Ancora una volta, però, la vita e le sue situazioni mi portarono nuovamente a detestare le mie stesse parole. Quello che che scrivevo era intriso di una grande malinconia e rabbia che non volevo condividere con nessuno.  Le parole, quelle frasi: intere pagine piene che però a me apparivano totalmente vuote. Nonostante ciò, però, non volevo abbandonare nuovamente la mia scrittura, le mie parole.
Furono proprio i libri a salvarmi nuovamente: decisi di provare a dire la mia su ciò che leggevo. Le mie prime recensioni le scrissi con un po’ di paura, non le feci leggere a nessuno. Man mano che leggevo e scrivevo , acquistavo sempre più sicurezza tanto da far leggere una mia recensione alla persona di cui più mi fido. Potevo far di più, non mi diedi per vinta e quando arrivai ad avere il coraggio sufficiente a condividere una recensione con gli altri, allora, la scrissi su Manifest.

Da quel giorno sono arrivata a condividere con voi più o meno diciassette consigli sui libri da leggere. Scrivere di libri mi ha fatto bene, mi ha aiutata a non abbandonare carta e penna. Non è solo scrivere dell’autore e della trama, ma è scrivere e condividere con altri e con me, un mio pensiero, una mia prospettiva. Scrivere quelle poche righe di considerazioni personali, mi lascia libera di far volare quelle parole che altrimenti rimarrebbero sepolte dentro me.
Recensire libri mi ha aiutata a capire che le parole le so ancora usare e mettere assieme, mi ha suggerito di non abbandonare la penna. (e le mie parole)

t.

Di Teresa Borgia

Per paura e timidezza verso me stessa evito ogni forma di descrizione: interiore ed esteriore. Scrivo in gran segreto per mettere in ordine pensieri e sentimenti confusi e per riprendermi da notti insonni.

Un pensiero su “Perché ho iniziato a recensire libri?”

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