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Per archeologi e storici che si occupano di Magna Grecia settembre ha un sinonimo: Taranto. Da 56 anni, infatti, nella città pugliese si tiene il più importante convegno di studi in merito, organizzato dall’Istituto di Storia e Archeologia della Magna Grecia. Gli Atti del convegno, pubblicati annualmente o a cadenza biennale, costituiscono una sorta di Bibbia per la materia, o almeno una miniera quasi inesauribile di dati. A Taranto si va da studenti, borsisti (ogni anno vari istituti pubblici e privati mettono in bando decine di borse di studio), meno frequentemente da relatori. Anch’io quest’anno “vado a Taranto”, come si dice nel gergo tra colleghi, senza bisogno di specificare altro, ma il mio sarà un diario del tutto personale, su una città che mi affascina sempre e da sempre.

Giovedì 29/09

ore 10.40 Rotatoria Cosenza Nord. Il pullman arriva, puntuale, fermandosi un po’ dove capita, visto che le linee gialle che delimitano la fermata sono sbiadite e tutti, puntualmente, ci parcheggiano sopra per fermarsi al tabacchi o al McDonald’s.

Comincia il viaggio verso Nord, risalendo la valle del Crati lenta e verde. Il sole è accecante, come settembre sa darne al Sud: casolari, filari carichi d’uva e brutti capannoni industriali. L’autogrill di Tarsia mi ricorda un viaggio in macchina, una confessione e un abbraccio. All’uscita campeggia l’Hotel Ferramonti, con il suo portico arancio e una palazzina incompiuta, penso che non ho mai visitato il campo di internamento fascista. A Spezzano le alte cime dell’Appennino si sfrangiano in colline basse e dolci: eucalipti disegnano campi ordinati, rosseggiano i fichi d’India. I campi arati me ne ricordano altri, percorsi a fatica con le zolle su cui è pesante il cammino, sotto il sole cocente o sferzati dal vento, cercando sul terreno tracce del passato. Da qui si avvicinano i possenti contrafforti del Pollino, a breve la vista si aprirà sull’altro mare. Agrumeti, pescheti che fra marzo e aprile si aprono al rosa intenso, le solite deviazioni sulla strada che fanno sobbalzare la penna.

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Inizia da qui l’arco jonico di siti antichi: Torre del Mordillo, Sibari, Francavilla Marittima, Trebisacce, Amendolara. Ragazze africane si prostituiscono sulla provinciale, meloni marciscono abbandonati nei campi.

Francavilla Marittima sta adagiata alla mia sinistra, sulle balze che precedono il monte Sellaro, le cui grotte nascondono il millenario santuario della Madonna delle Armi: uno dei luoghi più suggestivi mai visitati in Calabria. Una donna seduta poco distante parla sempre al telefono in una lingua che non conosco, con intercalari in italiano, tipo “Grazie di tutto” e “Ciao ciao”. A Villapiana c’è il bar Zurigo: con le infinite possibilità di errore che ciò comporta, ho sempre immaginato che il proprietario sia stato per anni emigrato lì, portandosi dentro i colori dello Jonio, tornato, si è portato dietro un nome e la nostalgia che a volte ci prende anche di luoghi che non abbiamo mai amato.

Finalmente la strada costeggia il mare, vicino Trebisacce greti sassosi corrono a mare, percorsi solo da giovani piante di pini marittimi. Cerco tra le colline quella di Broglio, dove per la prima volta ho piantato una trowel nel terreno, sotto gli occhi attenti di Renato Peroni, che col suo taccuino e la coppola bianca era il terrore di tutti i suoi assistenti.

ore 12.00 Trebisacce. Olive, melanzane, cachi, melograni, uva, pomodori, peperoncini: il fruttivendolo che ha piazzato il suo banchetto vicino alla stazione vende tutte le stagioni. Sul pullman sale R., non posso più scrivere.

ore 14.10 Taranto. Da sud quello che ti accoglie arrivando in città sono le decine di migliaia di metri quadrati della raffineria Agip, la sagoma dell’ILVA che domina il quartiere Tamburi, il porto mercantile. Ricorda tante, troppe città del Sud stuprate da impianti industriali invasivi e pericolosi, miraggio di una industrializzazione che ha devastato il territorio e causato migliaia di vittime: Crotone, Augusta, Priolo Gargallo vicino Siracusa. Il sole però brilla sempre sulla città e ci addentriamo nei vicoli di via Duomo. Dai balconi ci guardano alcuni abitanti, spezzoni di vita in dialetto tarantino, che non sempre riesco a capire.

Pranzo con R. e G.

Lascio il bagaglio nella mia stanza, che ha un letto in ferro battuto e vista sulle tre colonne superstiti del tempio di Apollo da un lato, il Mare Grande di fronte e il castello aragonese sulla sinistra. Non potevo chiedere di meglio.

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ore 15.45 Arrivo alla sede universitaria nel convento di San Francesco d’Assisi, dove la sessione pomeridiana del convegno è già iniziata. Qui iniziano i miei appunti di archeologia, che ovviamente vi risparmio.

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ore 19.30 Un brutto raffreddore mi prende mentre sono al convegno ed esco per trovare una farmacia. La più vicina è oltre il ponte girevole, che collega l’isola del Borgo Antico con la penisola del Borgo Nuovo. Il ponte ottocentesco è stato rimodernato negli anni ’50 e unisce il Mar Grande al Mar Piccolo: dev’essere impressionante quando i due semiponti aprendosi lasciano passare le navi più grandi che attraversano il canale navigabile.

ore 22.10 La mia prima sera tarantina finisce presto, quando mi metto a letto con un malessere  fisico generale. Al Palazzo di città danno un concerto, sembrano musiche tratte da un qualche film di Fellini. In lontananza brilla il faro di Capo San Vito.

Di Daniela Costanzo

Archeologa. Bibliofila. Abibliofoba. Lettrice vorace, scrive fin da quando è in grado di farlo, ma declina puntualmente la responsabilità di spiegare i contenuti, con l'elegante pretesto che "la penna ne sa di più di chi scrive".

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