La legge del più forte

Al telegiornale parlano di bullismo.
Di nuovo.
Si guardano le immagini girate con la sfocatura, si ascolta la voce del giornalista che parla in maniera impostata e tutto appare lontano.
Sembra quasi un racconto di un sogno più agitato del solito, uno di quei sogni che turbano appena svegli ma che alla fine restano semplicemente un brutto sogno.
Questa lontananza rende ciechi, freddi ed ignari di una realtà che è più vicina di quanto si possa immaginare, una realtà che si svolge sotto gli occhi ma nessuno ha il coraggio di vedere o di parlare. Read more


Intervista ad Antonio Saffioti: “Io non capisco la loro lingua ma posso sorridere”

Dalla prima presentazione del suo esordio letterario autobiografico scritto con Marco Cavaliere, con circa 200 presenze, ad oggi giunto alle sesta tappa del tour di “Chi ci capisce è bravo” Antonio Saffioti, giovane lametino laureato in Giurisprudenza e conosciuto da tutti, grandi e piccoli in città, conta almeno 1000 copie vendute. Read more



L’ulteriore Violenza contro l’amore- il punto di vista di un uomo.

La vera violenza che ho sentito, è sempre stata questa frase ormai orribilmente classica: ” se l’è andata a cercare”.

Risuona in testa, forse perché è violenza verbale: sì, come se mentre leggo questa frase, mi avessero dato un pugno. Sono a terra, incredulo. Non capisco cosa sia successo, non credo a quello che sta succedendo, sono in stato di shock.

C’è veramente qualcuno che lo dice e lo pensa. La mia mente si rifiuta di far entrare questo concetto dentro di sé.

Forse allora, chi dice queste frasi è peggio di chi ha compiuto l’atto fisico. Il giudizio di persone che erano accanto alla vittima, totale distacco, bigottismo. Non ho altro da pensare che non sia umano, che sia mostruoso, viscido, orripilante.

Quando lessi la notizia di quella povera ragazzina nostrana, ripetutamente violentata, tutto il paese sapeva, nessuna faceva nulla.
Era veramente colpa della mafia? Era come al solito avere un potere ed abusarne, senza che nessuno possa alzare un dito? Da quel che ho letto no, non era colpa solo di chi abusa del proprio potere. Perché chi la conosceva non ha detto di avere paura, ha detto che era “COLPA sua”.

Colpa di una bambina che non sa nulla del mondo, che ha bisogno di essere protetta, educata, ha bisogno di vivere una vita piena di sogni e speranze.

E quindi mi è naturale chiedermi cos’è la cosa più disumana tra l’atto fisico, e questo giudizio, questa mancanza di amore verso la propria figlia? Una cosa è animalesca, istintiva, l’altra mi sembra pura e volontaria malvagità… ma senza controllo, una pazzia.

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La cultura dello stupro.

Innanzitutto è d’obbligo fare la distinzione tra stupro e violenza carnale.
Lo stupro è una costrizione tramite violenza o minaccia a compiere o subire atti sessuali, la violenza carnale, invece, ha luogo con un vero e proprio rapporto sessuale.
Quindi è stupro qualsiasi forma di costrizione con la forza fisica o con la forza psicologica, con l’utilizzo di qualsiasi oggetto (naturale o artificiale).
Ed è stupro qualsiasi forma di violenza fisica anche sugli uomini, i quali dalla nostra società, ancora troppo maschilista, vengono definiti “meno uomini”. E non sto parlando solo di persone transgender, ma anche di uomini cisgender. Read more


Violenza contro le donne o violenza contro l’umanità?

<<Uccidiamo tutti gli uomini così risolviamo il problema della violenza degli uomini sulle donne>>. Scusate l’ironia macabra. Qui nessuno vuole negare il gravissimo problema. Ma a me piace anche andare oltre e analizzare la questione al di là del perbenismo e dell’ideologia borghese fondata sul conformismo, la superficialità e la creazione di un clima di terrore sociale addirittura tra i generi. Che facciamo, impediamo l’amore o la passione? Allora tutti i problemi collaterali saranno finiti. Qui si sta creando un clima di terrore volto secondo me a nascondere altre problematiche. Non mi stupirebbe, si è sempre fatto così e si farà sempre così fin quando non si vorranno analizzare le questioni da un punto di vista strutturale. Read more



Mia Nonna ed il suo Femminismo quotidiano.

 

 

Questo documento non ha la pretesa di divenire storicamente rilevante ma, a mio parere, le rivoluzioni non sono sempre e solo quelle nelle quali si impugnano le armi e si combatte per far valere i propri ideali; le rivoluzioni sono anche e soprattutto quei piccoli passi compiuti nel quotidiano, quelli messi in atto con conseguenze ad oggi aberranti: schiaffi, minacce di morte, vite non vissute.
Ecco, oggi voglio parlarvi della Calabria degli anni ’40-’50, quella costituita da famiglie patriarcali, del conseguente valore femminile pari allo zero, di mafia mista alla vita di tutti i giorni, di sacrifici e sofferenze nel periodo della guerra.

Il femminismo che vado affrontando in questo discorso non è quello di cui si sente parlare oggi, forte ed estremo, o quello vissuto da tutto il mondo dopo le rivoluzioni d’amore degli anni ’60; questa è una lotta ad armi impari, una lotta (come già detto) svolta nella vita di tutti i giorni, portata avanti con saltelli piccolissimi e soprattutto inconsci, di chi non sa, di chi sottostà a dogmi dettati da una cultura fin troppo radicata, una tipologia di valore femminile diverso dalle altre donne, segregate in casa e utilizzate solo per far figli.

Vi inoltro brevemente nel quadro storico in cui ci troviamo. Parliamo della Calabria del primo dopoguerra, a ridosso della seconda guerra mondiale. Mia nonna, Gemma Molinaro, nasce a Nicastro (attuale Lamezia Terme) il 26 Luglio del 1929, crescerà in una famiglia composta da sola madre (il padre morirà un anno dopo la sua nascita) e da moltissimi fratelli e sorelle (per la precisione 18, tra i quali vi saranno diversi lutti nel corso degli anni; mia nonna, essendo la più piccola, ne conoscerà molti meno).

L’intervista è stata condotta secondo la modalità “non strutturata”,con eventuali rilanci da parte mia, per mantenere una rotta riguardo i temi da affrontare. Credo sia rilevante, a questo punto, spiegare il perché della mia decisione: sono convinta del fatto che una testimonianza di questo livello sia molto più utile se lasciata alla sua naturalità, con la messa in gioco di moltissimi episodi della vita quotidiana; più che il rispondere ad una domanda specifica, in questo caso sono convinta sia meglio lasciare alle parole il loro scorrere naturale per trarre fuori le sfumature più belle di un modo di vivere che esiste solo nei ricordi di queste valli sconfinate di testimonianze che sono i nostri nonni, le zie, gli zii ed i signori di un tempo (modo di vivere che deve confrontarsi assolutamente con le vicende contemporanee per poterne concepire i miglioramenti, i punti di scontro e d’incontro e, soprattutto, quello che ancora può essere modificato). Inoltre vi preciso che l’intervista non è integrale (mia nonna parla moltissimo) e, soprattutto, è stata tradotta dal dialetto Calabrese semplicemente per poter renderla fruibile ai più.

 

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  [M.G. 15 anni circa]

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La Cima Della Piramide

Molto tempo fa, un giovane confuso, che arrancava nei meandri folli e ormonali dell’adolescenza, non si era limitato a conoscere solo un tipo di persone.

Era un giovane curioso, molto curioso. Aveva fame di conoscenza, di sapere tutto, come pensavano tutte le persone del mondo, di qualsiasi età…

Questo ragazzo era molto amico infatti, del gestore del suo locale preferito: dove molte cose, anzi dove tutto aveva avuto inizio… Tutte le amicizie che aveva quel giovane lo doveva a quel posto, quel posto che era un luogo di rinascita, tondo, infatti come una madre in attesa.

Anche se dall’altra parte, come dice il vecchio proverbio” la madre degli stronzi è sempre incinta”, così, quel luogo poteva come tutti i luoghi del mondo, avere numerose sfumatura… Nero, bianco, grigio… Rosa, rosso, molto rosso a volte… Del sangue versato a volte in quel luogo così meraviglioso… Sangue di persone che è sparito negli anni, come i ricordi che rappresentava.

Il giovane aveva incontrato una delle persone per lui, più interessanti della città.

Dopo qualche tempo di conoscenza, questa persona, Enzo, gli disse che aveva dei risentimenti verso altre persone che lo avevano tradito, e chiese al giovane aiuto per una specie di vendetta, esponendo le persone alla loro vera natura.

Amico fedele e pronto a sacrificarsi per gli altri, il giovane fece come gli aveva chiesto Enzo, capendo così che molta gente nel suo locale preferito non erano altro che viscidi ipocriti, disturbanti desideri verso persone molto più piccole di loro… e altra oscurità…

Alla fine quindi fu felice di aiutare Enzo.

Dopo aver compiuto la sua vendetta, Enzo decise di insegnare alcune cose al giovane inesperto.

Tra tutte le lezioni che gli aveva impartito Enzo gli disse qualcosa che sicuramente all’epoca, il giovane non era in grado di comprendere “devi salire sulla cima della piramide”, disse.

Era una frase da comprendere, ma il suo senso iniziale era: vedere tutti dalla cima della piramide.

Ma che senso poteva avere la superiorità descritta in questa metafora? Qual era il vero senso?

Nel passare del tempo, il giovane cercò di comprendere quello che gli aveva detto Enzo per conto suo… Pensò di salire sulle cime di varie montagne, una più alta dell’altra, man mano che cambiava e maturava…

Ma ogni volta succedeva qualcosa che lo faceva cadere, dalla cima fino al basso…molto in basso

Una caduta di miglia e miglia, dove si moriva ogni volta, un impatto che poteva addirittura creare un cratere.

Sul fondo forse ci rimaneva troppo, prima di riprendere la salita, di ricominciare a lottare.

Forse il significato ora è chiaro, dato che il giovane ha ormai la stessa età di Enzo all’epoca… Dato che ha sognato una piramide, però c’erano tante persone.. è una di coloro che aveva provocato una caduta era lì a fare un concerto…

La cima della piramide, ovvero, un luogo dove sentirsi in pace, sapendo che molta gente che è là fuori, non è impegnata a salire verso l’alto, ma guardare in basso, a giudicare gli altri, come facevano quelli che avevano tradito Enzo? Persone che non avevano alcun interesse nel progredire?

Sì, ma anche qualcosa di più profondo. Essere sulla cima della piramide significa, forse, solo conoscere bene sé stessi, e sapere di essere più in alto, essendo capaci di avere amore verso di sé, autostima, consapevolezza.

La salita è costante, un continuo crescere ed evolversi, al ricerca nella vita.

Sapendo di poter essere in alto, insieme alle persone che se rischi di cadere, ti tenderanno la mano.

 

  • Paolo Pileggi

 

 

 


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