In uscita il 22 novembre “Suite of the Nine Mountains” nuovo lavoro solista di Giorgio Caporale

Giorgio Caporale si racconta: “Non mi piacciono etichette, ho sempre cercato approccio con altre persone”

 

Giorgio Caporale è un musicista lametino che non ama le definizioni. Dopo il liceo artistico a Catanzaro prosegue i suoi studi in architettura ma si rende ben presto conto, stando sin dalla tenera età a contatto col mondo della creatività e dell’arte, che la sua strada è la musica. Giorgio Caporale, infatti, è figlio d’arte, suo papà Francesco Antonio Caporale, pittore e sculture noto, ha rappresentato la sua fonte d’ispirazione e la materia prima dalla quale iniziare a mescolare diverse forme espressive e diversi colori.  Il suo percorso artistico musicale ha formato nel tempo un variegato bagaglio, passando da generi diversi, iniziando col rock, col gruppo ‘Contatto’ col jazz, poi col blues e altro ancora, ma ciò che colpisce di Caporale è la sua ricerca e la sua ‘costante’ sperimentazione, la capacità di esplorare sempre nuovi linguaggi e soprattutto la sua apertura al mondo. Vive la musica in maniera totalizzante, come il completamento di un percorso artistico. Attraverso la musica cerca di esprimere le sue emozioni e il suo unico scopo è quello di trasmettere altrettante emozioni gli altri.

Hai dei maestri di riferimento? Come ti sei formato?

Certo, ho avuto numerosi maestri di riferimento, come Gigi Cifarelli Bebo Ferra e altri, che per lo più sono stati anche maestri di vita per me, per il resto ho approfondito viaggiando molto. Dentro casa avevo la fortuna di avere diversi strumenti, dal sitar, alle percussioni, alle chitarre, ma la cosa fondamentale non sono stati tanto gli strumenti quanto i dischi, i vinili di mio padre che io mettevo su continuamente, per cui già da bambino avevo un ascolto piuttosto impegnativo, che andava dal rock al jazz, al blues… ascoltavo di tutto, passavo ore e ore sui dischi. Successivamente mi sono messo a suonare, a livello non proprio professionale ma volevo comunque spingermi oltre nelle cose, e lì ho capito che l’unica cosa da fare era lo studio, quindi non soltanto limitarmi ai dischi.

Che rapporto hai con la musica? Qual è stato il tuo approccio partendo dagli esordi ad oggi?

L’idea è stata ed è tuttora una ‘costante’, è molto importante per me parlare di progetto. Ho sempre cercato qualcosa di completo. Anche nell’ascolto di un brano mi capitava di andare sempre a ritroso, c’era la voglia, l’esigenza, di scoprire di più sull’artista.

E in questo tuo ‘cercare’ c’era qualcosa che ti riconduceva a te?

Certo, la musica è stata per me anche una ricerca introspettiva. Se io ascoltavo un famoso jazzista andavo sempre a ricercare nelle origini, e questo è anche un modo per scavare dentro se stessi. Strada facendo è diventata una traccia fondamentale della mia vita, un rapporto intimo che ho cercato e che continuo a cercare. È come se avessi una vita parallela in cui io sono qua sulla terra ma contestualmente c’è un qualcosa che cammina insieme a me, che mi insegue, e con la mente e l’anima sono lì… a toccare le cose più spirituali.

Il tuo percorso artistico è maturato negli ultimi tempi?

Chiaramente si, ogni qualvolta mi approccio ad un progetto, ad esempio quello su John Lennon, è sempre qualcosa di impegnativo e pregnante, non tanto dal punto di vista tecnico – musicale, perché su questo ci si può lavorare facilmente, quanto piuttosto per il tipo di approccio alla biografia dell’artista, in modo particolare rispetto alla ‘melodia’.

Cosa intendi per melodia?

Viviamo in un periodo in cui si cerca sempre di fare troppo perdendo di vista la melodia. La melodia non si studia ma si sente, e in questo mi avvicino a Lennon perché c’è dietro una poetica, un impegno sociale, un’essenza profonda. Per me è molto importante indagare sulle scelte di vita di un artista rispetto alle scelte di un altro, è in questo fluire di informazioni l’azione per me più affascinante in assoluto. Lennon è universale. La cosa difficile è suonare la sua ‘voce’.

Rispetto al tuo stile o genere cosa affermi?

Il mio stile non è altro che la voglia di potermi mettere continuamente in gioco e a confronto con l’altro, con la realtà circostante. Non mi limito a suonare sempre le stesse cose, mi piace cercare nuovi linguaggi. Nel mio ultimo disco che uscirà a breve ho tentato di fare questo.
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Come si chiama il disco? E quando l’uscita?  

Beh, anzitutto c’è da dire che il disco in arrivo è un ‘viaggio’, un lavoro che ho costruito strada facendo. Alcune cose le ho registrate dove mi trovavo, molte in zone di montagna, da qui il nome ‘Suite of the nine mountains’, alcune in macchina, altre in spiaggia. Così ho potuto afferrare le mie sensazioni. È un diario di viaggio, in un momento particolare della mia vita, è una sorta di autobiografia circoscritta, che si riflette col presente. Il disco è in uscita il 22 novembre per MusicArte.

Quali strumenti hai utilizzato per il disco?

Fondamentalmente la chitarra, ma anche qui era una ricerca, una sperimentazione di effetti e colori diversi. Non ho un ‘genere’, non mi piace definire, ingabbiare, mi piace suonare ciò che sento. Il mio percorso parte dal blues, dal rock, ho un bagaglio vario, e dunque oggi suono tutte queste cose, che ho ascoltato dimenticato e ripreso nel tempo.

Quindi si può dire che ami anche l’improvvisazione?

Certo, l’improvvisazione è una costante.  Amo l’improvvisazione proprio perché è sempre diversa.

Dove hai trovato l’intuizione che ti ha condotto al titolo del disco? Qual è il tuo approccio rispetto ad esso e al passato?

‘Suite of the nine mountains’ sono le stanze delle nove montagne, le stesse ‘melodie’ che si ripercorrono in tutti i nove brani. Un disco per cui posso affermare che la sfida continua. Ho fatto delle cose in passato che mi hanno dato tanto ma ora penso ai nuovi progetti, ho sempre cercato l’approccio con altre persone, lo studio di altre persone, l’apertura. Non mi sono mai fossilizzato. La cosa bella è suonare con persone diverse, non ho mai limitato nessuno, ho sempre detto ‘suona quello che senti’, in una massima libertà.

Sei un po’ uno spirito libero?

Si, le etichette non mi piacciono. Voglio che la mia musica arrivi dentro l’anima delle persone.

Rispetto al Nord, qui nella tua città la musica com’è vissuta? Ci sono più difficoltà per emergere? 

Non c’è molta differenza tra quello che siamo noi qui e i musicisti che vivono al nord, c’è un pregiudizio. Sicuramente mancano gli spazi e il confronto sano. Mentre fuori non si limitano al confronto ma è un modo di crescere, qui c’è chiusura mentale ma ci sono però artisti fantastici. Bisogna che ognuno di noi trovi terreno fertile e non bisogna aspettare che arrivi qualcuno che ci dica cosa fare, dobbiamo passare all’azione.

Cosa senti di dire ai giovani che intendono percorrere questa strada per il loro futuro?

Il mio invito è ‘fare’. Essere coinvolgenti e trovare il confronto positivo. Chiedersi ogni giorno ‘cosa mi rende felice’? E agire.

Hai un motto?

Posso suonare quello che voglio perché lo sento.

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Valeria D'Agostino

Nata e cresciuta a Lamezia Terme, ha 29 anni, i suoi studi sono giuridici ma attualmente è la letteratura ad essere al centro di ogni cosa. Componente del blog collettivo Manifest. Corrispondente per un giornale locale, collabora con alcune riviste nazionali online. È vicepresidente di Scenari Visibili, associazione culturale teatrale, fa parte del direttivo TIP Teatro. Appassionata di poesia, antropologia, luoghi e paesaggio.

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