Mia Nonna ed il suo Femminismo quotidiano.

 

 

Questo documento non ha la pretesa di divenire storicamente rilevante ma, a mio parere, le rivoluzioni non sono sempre e solo quelle nelle quali si impugnano le armi e si combatte per far valere i propri ideali; le rivoluzioni sono anche e soprattutto quei piccoli passi compiuti nel quotidiano, quelli messi in atto con conseguenze ad oggi aberranti: schiaffi, minacce di morte, vite non vissute.
Ecco, oggi voglio parlarvi della Calabria degli anni ’40-’50, quella costituita da famiglie patriarcali, del conseguente valore femminile pari allo zero, di mafia mista alla vita di tutti i giorni, di sacrifici e sofferenze nel periodo della guerra.

Il femminismo che vado affrontando in questo discorso non è quello di cui si sente parlare oggi, forte ed estremo, o quello vissuto da tutto il mondo dopo le rivoluzioni d’amore degli anni ’60; questa è una lotta ad armi impari, una lotta (come già detto) svolta nella vita di tutti i giorni, portata avanti con saltelli piccolissimi e soprattutto inconsci, di chi non sa, di chi sottostà a dogmi dettati da una cultura fin troppo radicata, una tipologia di valore femminile diverso dalle altre donne, segregate in casa e utilizzate solo per far figli.

Vi inoltro brevemente nel quadro storico in cui ci troviamo. Parliamo della Calabria del primo dopoguerra, a ridosso della seconda guerra mondiale. Mia nonna, Gemma Molinaro, nasce a Nicastro (attuale Lamezia Terme) il 26 Luglio del 1929, crescerà in una famiglia composta da sola madre (il padre morirà un anno dopo la sua nascita) e da moltissimi fratelli e sorelle (per la precisione 18, tra i quali vi saranno diversi lutti nel corso degli anni; mia nonna, essendo la più piccola, ne conoscerà molti meno).

L’intervista è stata condotta secondo la modalità “non strutturata”,con eventuali rilanci da parte mia, per mantenere una rotta riguardo i temi da affrontare. Credo sia rilevante, a questo punto, spiegare il perché della mia decisione: sono convinta del fatto che una testimonianza di questo livello sia molto più utile se lasciata alla sua naturalità, con la messa in gioco di moltissimi episodi della vita quotidiana; più che il rispondere ad una domanda specifica, in questo caso sono convinta sia meglio lasciare alle parole il loro scorrere naturale per trarre fuori le sfumature più belle di un modo di vivere che esiste solo nei ricordi di queste valli sconfinate di testimonianze che sono i nostri nonni, le zie, gli zii ed i signori di un tempo (modo di vivere che deve confrontarsi assolutamente con le vicende contemporanee per poterne concepire i miglioramenti, i punti di scontro e d’incontro e, soprattutto, quello che ancora può essere modificato). Inoltre vi preciso che l’intervista non è integrale (mia nonna parla moltissimo) e, soprattutto, è stata tradotta dal dialetto Calabrese semplicemente per poter renderla fruibile ai più.

 

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  [M.G. 15 anni circa]

Oh No’, ma com’erano trattate le donne ai tuoi tempi?

Schiave. Dovevi lavorare. Io ho lavorato da quando avevo 8 anni. Compiuti i 10 anni ho iniziato a vendere fichi d’india. All’età di 12 anni, invece, vendevo allo Scolastico [Scuola Elementare Maggiore R. Perri di Lamezia Terme] poiché la ci stavano i militari e loro compravano le arance per esempio ad 1 centesimo, a 2 centesimi, e poi quando finivo la cesta andavo a riempirla, e facevo così dalla mattina alla sera.

Adesso te ne dico una… Mia madre [riferito a tutti i suoi figli] aveva ideato il metodo di tenere [seguendo un ordine cronologico] un figlio a casa ed uno a  lavorare, quelli che stavano a casa avevano il pregio di andare a scuola. Tra 10 figli rimasti 5 non abbiamo mai visto la scuola.

E tu avresti voluto andarci a scuola?

Assolutamente!!! Non è stata una mia decisione non andare, non mi ha proprio mandata a scuola! Se lei invece ci avesse fatto fare due anni di scuola l’uno, ci sarei potuta andare anche io almeno fino alla seconda elementare! Avrei avuto una testa migliore di un professore e di una maestra di scuola; nella mia vita non ho saputo scrivere una lettera, ma per numeri e conti non mi ha mai superata nessuno, che i fatti miei li ho saputi sbrogliare sola in tutta la mia vita.

E il matrimonio con nonno?

E’ una storia lunga…  Avevo circa 13 anni, c’era mia sorella che si vedeva con un appuntato dei carabinieri e che la voleva seriamente, un bel giovane. Noi [la famiglia] ogni volta che veniva a casa lo acclamavamo! Un giorno uscirono insieme e mia madre disse ad un certo Salvatore [futuro marito di mia nonna] di andare con loro poiché lasciarli soli non sarebbe stata buona cosa, e nel frattempo gli disse anche “se fossi stato vedovo ti avrei dato Gemma in sposa’’[mio nonno era già sposato ed era più grande di lei di 15 anni], e così lui rimase con questa pulce nell’orecchio.
Una volta era così, in tempi di guerra e senza marito, l’obiettivo di mia madre quello di sistemare le figlie.

Questa storia arrivò alle orecchie di mio fratello Vincenzo, il più grande di tutti… Gli dissero che questo Salvatore frequentava la nostra casa. Venne a casa gridando “Giannina!’’[la sorella maggiore].“Vincè, non è in casa” risposi io. “Ci sei tu, è lo stesso’’ mi disse, poi continuò a parlare riferendosi a me “Guarda questa strada… vedi come è rotta? Tuo fratello dove vuole che vai? Dalla strada rotta o da quella liscia? Se vai da quella rotta e ti fai male, che vuoi, sei sempre mia sorella, devi andare dalla strada liscia… Se ti succede qualcosa con Salvatore, la prima a patire le pene sarà tua madre che lo ha fatto entrare in casa’’. Io avevo infinitamente paura di lui infatti mi tirò uno schiaffo che per quindici giorni non ho potuto mettere piede fuori casa, e mi disse “Sai perché non ti ammazzo? Per un pelo! Ma ricordati che se ti succede qualcosa con lui…’’ e io risposi…“Vincè, chi ti ha raccontato tutto questo non ti ha voluto bene, ti ha voluto male. Quante volte mi hai incontrata da sola con la roba da vendere, senza nessuno?’’, mi guardò e mi disse “Sì, su questo hai ragione!’’ e mi baciò sulla guancia “ma ricordati che questo è il bacio di Giuda”. Allora da lì non ci poté più essere quell’amicizia, per via di questo discorso, e questa situazione perdurò anni. 

Poi successe una cosa con una delle mie sorelle… Avevo circa 19 anni e vendevo fichi d’india sotto il mercato […]comunque avevo un posto nel quale una signora mi faceva gentilmente tenere le ceste, la bilancia e tutte le altre cose… Una delle mie sorelle andò e mi rubò tutto. La mattina seguente quando andai non trovai nulla! La signora mi guardò e mi disse “Signorì, non fate il mio nome, ma è stata vostra sorella, stamattina alle 4 è venute a prendersele!”. In quel momento era arrivato un carico di fichi d’india e non avevo assolutamente posto nel quale metterle, ovviamente ero disperata. Venne poi mia sorella Giannina con l’altra sorella chiedendomi cosa fosse successo e io, per tutta risposta, le dissi ”qualcuno mi ha preso tutte le robe’’, l’altra sorella di fianco a lei [la colpevole] mi disse “Grandissima puttana! Allora vuoi dire che sono stata io?”.

Così me ne andai a casa, disperata e piangente, e per la via incontrai uno dei miei fratelli, Turi, e gli raccontai l’accaduto. Lui, sconvolto, andò e picchiò mia sorella, provocandole molti dolori. Così lei lo denunciò alla polizia.

In tutto questo putiferio incontrai la moglie di mio fratello Vincenzo [quello che l’aveva minacciata] e mi chiese del perché non fossi andata a trovarlo a casa sua siccome era stato molto male. Così lei disse a mio fratello che io avrei voluto andare a trovarlo, ma ovviamente avevo paura che lui mi facesse qualcosa, così, sotto suo invito preparai un fagottino con i doni e glieli portai.
Quando fui lì parlammo del più e del meno e, da un momento all’altro arrivò mia sorella Angelina gridando contro di me e incolpandomi di tutto l’accaduto. Mio fratello, che non sapeva, mi chiese cosa fosse successo ed io gli raccontai tutto… “Vincè, non ho voluto farmi forza perché ho incontrato Turi, semplicemente mi ha fatto questo, questo e questo e quindi chiunque dei miei avessi incontrato glielo avrei detto!’’. Mio fratello mi guardò e mi disse “Gemma, hai ragione. Vai a querelarla, costituisciti parte civile per tuo fratello perché tua sorella ha sbagliato, non può permettersi di sputtanarti lì al mercato, davanti a tutti, di rubare le tue cose e prendersi gioco di te!’’.

La storia finì dopo un po’ di tempo con noi [fratelli] che togliamo le denunce l’un l’altro e quindi tentiamo di mettere le cose in pari. Mio fratello dopo quel momento mi diede fiducia e mi disse che avrebbe persino firmato lui le carte riguardante l’unione con Salvatore e così fui libera di poter stare con lui.

Mi sposai poi negli anni ’80 non appena uscì la legge sul divorzio, quando avevo già tutti i miei figli.

[Ci tenevo a precisare che mio nonno Salvatore aveva già moglie e figli, quindi il tormento dato a mia nonna da parte di tutta la famiglia ed anche da questo fratello nasceva dal fatto che lui, oltre ad avere moglie e figli, era anche molto più grande di lei, e, siccome allora la legge sul divorzio non era ancora stata nemmeno pensata, l’unione sarebbe stata simile alle attuali convivenze, senza assolutamente nessuna consacrazione a livello cristiano e dunque assolutamente anti-ecclesiastico. Impensabile per quel tempo. Per questo avevo intenzione di specificare questi avvenimenti, poiché mia nonna, seppur con un consenso, è riuscita a portare avanti una storia che avrebbe fatto più scandalo di un matrimonio riparatore o di una scappatella, definita come classica “fujutina d’amore”. L’importante è quindi contestualizzare il tutto, solo così si potranno cogliere quei piccoli passi che possono cambiare il modo di vedere le cose.]

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E la situazione generale? Com’era lavorare, essere donna, avere responsabilità?

Io ho sempre lavorato, ho sempre fatto tutto da me. Dei soldi che guadagnavo metà li davo a mia madre, l’altra metà, di nascosto, la tenevo segretamente custodita in modo tale da poter farmi un piccolo capitale nel tempo. Ho sempre avuto questa mentalità, io dovevo lavorare, dovevo avere i miei soldi. Così sono riuscita a portare avanti una famiglia e quattro figli.

C’era stato un momento nel quale non avevamo molti soldi, né per pane e né per carbone. Abbiamo mangiato per un po’ con qualche soldo che avevo nel petto [una volta non esisteva il portafogli, semplicemente si tenevano annodati in un fazzolettino e riposti nel reggiseno], ma non tutto il mio gruzzolo, quelli erano al sicuro, ma quei pochi soldi che avevo poi finirono.  Così incontrai mia madre il giorno di Pasqua e mi chiese che cosa avessi cucinato, e che potevo avere cucinato? Non avevamo niente…
Così lei mi chiese se volessi tornare a lavorare
[lavoro che aveva stoppato una volta rimasta incinta del primo figlio], così io, incinta di 7 mesi, il giorno dopo Pasqua tornai felicissima a lavorare! E quando mia madre chiese a mio marito se fosse possibile [di nuovo riguardo il consenso della figura maschile] lui non disse niente, anzi, chiese quali fossero i miei desideri, ed io risposi “Domani torno a lavorare!’


Un altro avvenimento importante fu quando comprai la casa
[quella attuale nella quale vivo anche io], c’erano stati dei vari battibecchi su chi avrebbe voluto acquistarla e a chi cederla. Così, senza chiedere permesso a nessuno, andai al mercato, misi il telo sul mio posto di lavoro e me ne andai, presi con me due signori che conoscevo dicendogli “compari, se venite con me vi regalo 50 mila lire l’uno, ma dovete accompagnarmi a Messina’’ [proprio lì si trovava il padrone della casa, mia nonna non sapeva come poterci arrivare, proprio per questa ragione lo chiese a questi due signori], mandai una raccomandata per annunciare il mio arrivo e andai.
Non dissi niente a nessuno, né ai miei figli, ai parenti o a mio marito. A chiunque mi chiedeva dicevo di
essere andata a prendere mio figlio a Catanzaro. Nessuno doveva sapere che in realtà stavo andando a fare battaglia per comprarmi la casa.

Arrivata a Messina andai direttamente dal proprietario… “Don Antò’’ gli dissi “Io da qui non me ne vado finché non ho almeno una carta scritta dalle vostre mani, perché io ho quattro figli e sono una in una stanza! I primi due piani devono essere miei, degli altri potete farne quello che volete! Mettetelo sullo strumento, che anche se dovessero andarci i topi a ballare lo compro io’’.  Così gli ho lasciato 600 mila lire di acconto dicendogli “Don Antò, se mi pento io, vi tenete i miei 600, se vi pentite voi dovete darmene il doppio. Scrivetelo”. Così scrisse su carta bollata.
Tornai a casa alle due di notte.


Non mi sono mai fatta prendere per fessa, sono andata lì, ma ho vinto.

 

Qui si conclude la “breve” intervista che ho fatto a mia nonna. Come già detto non è una storia classica delle donne che hanno spazzato via secoli di dominazione maschile, ma è di quelle che hanno un valore estremo, di quelle cose che vanno ricordate. E’ importante capire il quadro storico, è importante comprendere quanto c’era (e c’è) di contraddittorio all’interno della cultura calabrese, di quanto però, in un modo o nell’altro ognuno riesca a fare ciò che ha intenzione di fare. Mia nonna è cresciuta nella tipica famiglia calabrese di quegli anni. Ma ha saputo evitare, crescendo, di farsi mettere i piedi in testa. Questi sono piccoli avvenimenti emblematici diciamo, di quello che ha fatto nella sua vita, ma ce ne sono moltissimi altri che mettono in luce la sua forza di donna. Di quanto mi abbia insegnato che essere donna non è essere debole, che non ha mai avuto da chiedere a nessuno, che si è sempre fatta forza delle sue sole energie.

Intendo lasciare questa a tutti voi con il consiglio di scoprire e documentare ogni avvenimento raccontato da quei pozzi di meraviglia che sono gli anziani, soprattutto con l’auspicio di poter compiere, ogni giorno, le nostre piccole rivoluzioni.

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Franz Tropea

Nata in una pozza d'acqua scura, intrisa di colori scintillanti. Poco poco viva, poco poco morta; in perpetua oscillazione tra una vana porta, logora e spoglia, e l'Isola-che-non-c'è.

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