Dell’utopia possibile di Dewey e di altri giorni

Si chiama ‘Spazi di cittadinanza’, il testo della relazione che John Dewey tenne al LIV meeting annuale della National Education Association of the United States (New York City, 1 – 8 luglio 1916).

È un testo che entra nel vivo della discussione negli Stati Uniti in un’epoca in cui è forte il flusso migratorio in entrata. Le sfide al profilo della citizenship che erano al centro della riflessione di John Dewey appaiono come buona riflessione sul nostro tempo presente. Il testo inedito in Italia esce oggi, per la collana ‘Quaderni Giangiacomo Feltrinelli’ e sempre oggi sarà presentato presso la nuova sede della Fondazione Feltrinelli a Milano. “Una sede iconica per una grande casa delle culture sociali” – dice Carlo Feltrinelli. Ebbene, apprendo la notizia da una lettura in prima pagina su il Domenicale de Il sole 24 ore di ieri, a proposito di un pezzo a firma di Armando Massarenti dal titolo “Se la cultura sa vedere più lontano della politica”. Qualcosa, insomma, che spinge a rileggere più volte e poi a fermarsi per riflettere e interpretare. C’è qualcosa in tale articolo che va oltre il nuovo libro sulla figura del grande educatore e filosofo pragmatista, personalità inserita tra quelle che hanno ideato e portato avanti il mondo della ‘scrittura creativa’ fin dentro le università, qualcosa che ad intuito credo sia pregna di significati differenti e tutti volti all’osservazione di certi valori.cover-2

“Il modo per affrontare il concetto d’identità-composta è accoglierla, ma accoglierla nel senso di estrapolare il bene di ogni popolo per fare confluire il suo specifico contributo in un fondo comune di saggezza e di esperienza”

Come afferma infatti lo stesso Massarenti, Dewey aveva le idee chiare già un secolo fa a proposito di temi strettamente attuali. Colpisce il suo interesse nella cultura, quale filtro necessario, attraverso cui esercitare azioni dense di ‘ricerca democratica’. Parla di partecipazione Dewey, proprio quella che noi oggi stentiamo a trovare, a creare, ad inseguire, a fatica, nella società odierna. E tocca una cultura che è nettamente maggiore, più persuasiva, della politica, laddove quest’ultima si svuota oggi fra poltrone consumate, sindaci distratti, ministri ballerini, assessori alla cultura che ostentano principi di uguaglianza e poi censurano l’arte.

“Oggi tocca a noi! Ma tocca a noi già da troppo tempo! Dove sono tutti i nostri amici politicanti che al momento più opportuno trasmettono i film più recenti di Berlinguer? Si staranno vestendo bene perché stasera, gente, si recita a soggetto! Siamo giovani, ma ancora per poco, perché siamo giovani di pirandelliana memoria che mai ci identifica”.

Insomma Dewey individua uno sviluppo nell’insegnamento culturale, e non nella politica, perché è lì che possono risiedere i soggetti ‘consapevoli’ dei processi in corso dei valori di fondo. Mi chiedo se oggi può ancora avere senso, vista la precarietà di sentimenti cangianti e vista la fragilità, l’insicurezza e la paura nell’atto partecipativo dei giovani, il ‘sogno’ di realizzazione di una società di cittadini ‘liberi ed eguali’, perché anche parlare di libertà è diventato assai faticoso, laddove la maggior parte delle bocche che emettono suoni ed offendono attraverso cinismo e ipocrisia, non fanno altro che distribuire una retorica neanche buona per pulirsi il culo. Può avere ancora senso inseguire il sogno di Amartya Sen circa l’idea di una libertà vera per tutti? Per chi? Per cosa? Mi si inchiodano già da un po’ di tempo, come quelle luci di Natale intermittenti alle quali non bado più, certe domande che mi pongo e che puntualmente restano lì, senza mai una risposta. Può avere ancora senso parlare e tentare di praticare un’utopia? Dewey lo faceva. La sua era bellissima utopia, possibile, che si identificava nello stretto legame tra ‘democrazia e spazio pubblico’. Una democraticità della ricerca, cioè della possibilità di scambiarsi pareri, avanzare critiche in modo libero e aperto. Ma siamo ancora in pieno regime fascista? Perché a volte ho la sensazione di una stupidità, di una intolleranza, di un razzismo e di una arroganza mista ad ignoranza diretti ad affossare pure il ‘pensiero’. john-dewey

“Resto convinto che investire nella cultura e nell’istruzione sia fondamentale per creare e mantenere in vita una società aperta” Herzog.

Scardiniamo un attimo i pensieri. Eliminiamo la politica, quella che non esiste si svuota umilia e gonfia i polmoni di indignazione, tocchiamo la cultura, magari anche quella di Dewey. Quali attori oggi? Le biblioteche asservite al potere? I librai asserviti alle case editrici? E queste ultime agli scrittori, ai contratti che si stipulano ogni giorno in base alle copie vendute? Quelle forzate? Osannate? Votate e fatte votare? Quelle che si propongono durante le ore di lezione negli auditorium di certi istituti scolastici? La cultura del ‘io me la faccio sotto dal mio capo e ti spio a lavoro’? La cultura dell’ubbidienza e degli atti disonesti quali giovani crescerà domani? La cultura dell’integralista solitaria che passa il tempo a contemplare le nuvole? A cosa servirà? La cultura delle 200 associazioni culturali fittizie e delle lobby politiche con i progetti regionali scritti e fatti passare per se stessi? La cultura di chi si prende il lusso tremendo di ‘scrivere’ e di far ‘leggere’ di questa Calabria sotto mentite spoglie, degli intellettuali venduti e poi ricomprati, figli dei padri di ieri, padri dei figli di oggi, delle tavole adornate a festa nelle giurie di premi noti, delle pagine pronte al milione e mezzo di copie vendute, della ‘nduja e della ‘polenta che creano l’addizione degli stereotipi e dei luoghi comuni. L ’inferno che non si punta mai il dito contro, di fronte la lacerazione costante di un’Europa con la quale una volta per tutte invece dovremmo fare un po’ i conti.

“I contorni di questo pomeriggio dal sole rosso e dal cielo nitido prenatalizio continuano a pormi in una situazione di totale abbandono a proposito del mio forte spaesamento, dell’apatia e nel contempo della rabbia che nutro dentro i contorni più remoti dei miei spazi intellettuali e fisici”.

Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.