PER UNA BIBLIOTECA DI RESISTENZA. Mie cronache da Lamezia.

Quando cresci acceleri. È inevitabile. Il tempo, quel balordo vecchietto che senti alle spalle, cominci a conoscerlo davvero quando inizi a metterci più del previsto per laurearti. O per “sistemarti”, come dicono ancora le nostre nonne. L’accelerazione. Quando spingi sul pedale dell’auto lo fai per pochi secondi, poi mantieni la tua velocità di crociera e tutt’al più sorpassi qualcuno per non rallentare. Altre volte, però, l’accelerazione dura molto più. Dura per anni. Ora è da un po’ che acceleriamo.

14991886_1115883138495045_1688154895851885754_nTIP-Teatro, in Via Aspromonte s.n.c. (che vuol dire senza numero civico, l’ho imparato da poco). Il grigio perlaceo delle sue pareti non è un grigio che allontana o intristisce. Al contrario, sembra arrotondare le pareti quasi a venirti più vicino e ad abbracciarti. Per quanto poi le mura siano quelle di un palazzo così antico si sta anche molto caldi all’interno. Questo cantiere, aperto da un paio di mesi ormai, riflette, come fa quel vecchio specchio nel camerino, la “sezione-lavori” che nella mia testa opera 365 giorni all’anno, forgiando nuovi strumenti di pensiero e rifondendo vecchi metalli che più non servono.

Quanto mi piace l’idea del cantiere. Che sia teatrale o mentale esso lascia intendere un sacco di lavoro. Quanto mi piace il lavoro: come le altre cose che adoro fare, non ci sono portato per niente. Lavorare non fa proprio per me. Rispettare scadenze, ordinare, organizzare, gestire, controllare. Sono tutte attività in cui riesco ad eccellere per impulsività e cieco entusiasmo: due elementi che stanno alla base di ogni fallimento di piani. Eppure non riesco a fare altro nelle mie intere giornate, nei miei interi mesi. Gestire il mio caos.

Ho smesso di domandarmi sul perché io non riesca a staccare mai un attimo dalle mie cose. Ho smesso di farlo quando ho compreso che la risposta non era proprio delle migliori. O almeno non era delle più chiare. Si vedrà. Tante cose si vedranno ancora in questa nuova avventura. 20161121_142627

[quote]Ma passiamo a qualcosa di “completamente diverso”. Biblioteca Comunale di Lamezia Terme. Un luogo, una casa per chi ne ha bisogno. Per chi ne ha bisogno davvero. Fucina di idee e ancor più di passioni, la struttura m’è apparsa in sogno ad occhi aperti come un baluardo di resistenza. È per questo motivo che più d’una volta, dall’inizio di quest’anno lavorativo, l’ho ripetuto.[/quote]

Ma a che cosa dovremmo resistere? Un po’ ad ogni cosa. Al potere e a ogni sua diversa sfumatura, alla disillusione, al disincanto, a chi ostacola e persino a noi stessi, ogni volta che ci mascheriamo di ciò che non siamo per natura: esseri incivili. Ma di discorsi e ragionamenti sull’importanza delle biblioteche ne hanno già proferito a bizzeffe persone dalla mondiale autorevolezza o, comunque, più autorevoli di un semplice volontario di servizio civile. Ciononostante, se diamo per scontato che ciò che conta davvero nelle cose sia la qualità di un lavoro e mai la quantità o la sua presunta grandezza, ecco che gli schemi più canonici di ragionamento cominciano a sfaldarsi. Ed ecco che persino in una piccola biblioteca comunale di provincia, il lavoro di sette semplici ragazzi si riscopre come lavoro dall’urgente necessità. Come lavoro dall’immensa importanza.

img_2379Arrivo quasi tutte le mattine tra le otto e mezzo e le nove, raramente non sono il primo ad arrivare e spesso capita di sentirmi non perfettamente allineato ai questi stessi canoni di cui prima, i canoni della “leggerezza” e del calabresissimo senso di menefreghismo. Nel senso che noi calabresi siamo un po’ stupidi. Buttiamo passione su passione nelle cose, a destra e a manca, però siamo anche molto orgogliosi, così tanto da dover “lavar la faccia” a noi stessi ricordandoci, ogni tanto “mu ti ndi fhutti”. Ma se mettessimo per un solo attimo dietro l’angolo quest’orgoglio? Cosa rimarrebbe? Un enorme senso del sacrificio, un’enorme etica del lavoro.

[quote]Dopo il primo caffè si comincia a carburare. Alcune mattine il sonno è così pesante che si necessità di almeno un’oretta. Altre, le mie preferite, si inizia col botto. In queste mattinate adoro salire la nostra bella “scala di servizio” saltellando i gradini a due a due, adoro fischiettare come per avvisare un po’ tutto il palazzo del mio arrivo. Le altre mattine, quelle più dure, prendo sempre l’ascensore.[/quote]

‘Nsomma ‘sto palazzo è proprio una bomboniera. Ma non sarebbero altre che quattro sterili mura d’antiquariato se non fosse per chi ci sta dentro. Mai dico o scrivo “Palazzo Nicotera-Severisio” senza pensare a chi lo abita e lo ama per davvero.

La nostra squadra è composta da sette ragazzotti (incluso me) che, da diverse esperienze e con diverse competenze, raschiano ogni giorno i muri dell’indifferenza per tentare di riportare alla luce ciò che di prezioso sta nascosto. Ogni giorno li guardo, li osservo, parlo a loro e il mio registro è sempre più familiare. Parlo loro quasi sempre in dialetto, la mia prima lingua come in molti sanno, e ammiccando quanti più sorrisi possibili.

Anni e anni di parole convertite in azioni prima e immagazzinate come emozioni dopo, parole diplomatiche, azioni di confronto e coinvolgimento, emozioni d’entusiasmo e follia fuoriescono dai tutti i pori della mia pelle alla più minima stretta di mano, al “buongiorno” detto alle nove o alle undici, al “sono stanchissimo, andiamo via?” domandato intorno alle sei.

Il sogno di vivere all’interno di una palestra dell’animo e dell’intelletto si sta realizzando giorno dopo giorno. L’allenamento è tra i più duri e tra quelli che più si sottovalutano, eppure ad ogni pratica sbrigata, ad ogni persona coinvolta, ad ogni libro catalogato, messo da parte per leggerlo chissà quando, oppure consigliato, le cellule del nostro spirito si rinnovano e nascono più forti del giorno precedente. E ciò che dà ancora più speranza è la scoperta d’essere solo sette in un mondo di tanti altri, tantissimi, ragazzi, giovani, più vecchi “resistenti”.

Alcune tra le persone più care della mia vita, conoscendomi, mi hanno avvisato più volte di non consumare troppa energia. Ma queste stesse persone, conoscendomi davvero, sapranno che non v’è energia più “sprecata” di quella che avremmo potuto sparare e diffondere. Perché, pur con tanti difetti, continuerò sempre a preferire un rimorso ad un rimpianto.

E a Giovanni, Katia, Alessandra, Rosaria, Valentina, Antonio e ogni minima azione, ogni minimo pensiero con loro e da loro pensato, gestito, condiviso non potrei far torto peggiore se non dessi il massimo di ciò che ho e il massimo di ciò che sono.

Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisette anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Storia delle Religioni, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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