Pino Aprile presenta “Carnefici”

Giovedì 1 dicembre alle ore 20.30 al teatro Politeama “Franco Costabile” di Lamezia Terme è andato in scena lo spettacolo teatrale Terroni. Prima il giornalista Pino Aprile, autore di numerosi bestsellers ha presentato la sua ultima fatica, “Carnefici”, in cui dati alla mano dimostra come il Sud tra il 1861 e il 1871 abbia subito un vero e proprio genocidio. Pino Aprile non si limita a sfoggiare la raccolta di grandi numeri, ma come con una lente di ingrandimento, pone lo sguardo su ciò che i grandi numeri spesso nascondono. È paradossale, come molto spesso, quando le tragedie diventano immani, e i “numeri” delle vittime crescono, non si riesca più a comprendere la gravità degli eventi. Tutto diventa banale, la vita delle persone superflua, si fa parte solo di un computo. È l’orrore che cela i nostri occhi. L’uomo non è più capace di comprenderlo dopo una certa soglia, come se esso sia in grado di inglobare tutti i suoi occhi, offuscando coscienze e intelletto. Per questo Pino Aprile in “Carnefici” non si limita a darci i numeri davvero sconvolgenti dell’eccidio (si calcola che nel solo 1861, la popolazione del Sud diminuì di 400000 unità!!!), ma ci parla di tante piccole storie terribili e significative al contempo.

Bambini separati dalle mamme e deportati solo perché avrebbero detto che da grandi sarebbero stati briganti come i loro padri. Donne date alla prostituzione per le truppe sabaude o costrette al suicidio, metodi di tortura inumani, come marce estenuanti e ininterrotte verso luoghi di concentramento o carceri sovraffollate, gelide, sporche, regno di ogni tipo di malattia e focolai di epidemie. Venivano disposti ordini dagli ufficiali alle truppe di uccidere chiunque avesse il viso di assassino. Venivano interrotti gli acquedotti delle città, per scatenare epidemie. Sembra impossibile, ma venne fatto da italiani (del nord) ad altri italiani (del sud). Se non fu un’impresa coloniale cosa fu? E le conseguenze le paghiamo tuttora, con dinamiche  economiche di stampo neocoloniale che il Sud subisce, inconsapevole, delle ragioni storiche che condussero a ciò, perché come ci spiega Pino Aprile, questa enorme differenza economica tra nord e sud non è ancestrale, ma è in gran parte conseguenza delle depredazioni e delle distruzioni, che subì il Sud in seguito all’unificazione. Una vera è proprio guerra di conquista, che ricorda altre tristissime vicende storiche, come le imprese coloniali che condussero le potenze europee verso innocenti popolazioni africane, o altri terribili genocidi, come quello armeno, e addirittura quello nazista verso gli Ebrei. Con la differenza che la storia la scrivono i vincitori e mentre nel caso nazista, essi persero la guerra, il regime crollò, e le loro malefatte poterono venire alla luce, ciò non avvenne nel caso italiano o armeno, ancora negato dalla Turchia. Ci pensate se i nazisti avessero portato a successo il loro folle progetto, avrebbero secondo voi ammesso o negato il fatto di avere ucciso milioni di ebrei? O avrebbero cercato di annacquare la vicenda, nei fatti tristissimi della seconda guerra mondiale? Certo è un caso limite, me ne rendo conto.

Nel contesto europeo questo fatto per orrore è inarrivabile, ma anche al Sud ci fu genocidio, e lo dimostra dati alla mano Pino Aprile, avvalendosi della definizione del termine che ne diede nel 1944 Raphael Lemkin, giurista polacco di origine ebraica, studioso ed esperto del genocidio armeno, nel suo libro Axis Rule In Occupied Europe. Secondo Lemkin sarebbe genocidio un «piano coordinato di azioni differenti che hanno come obiettivo la distruzione dei fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali attraverso la distruzione delle istituzioni politiche e sociali, dell’economia, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali o della religione, della libertà, della dignità, della salute e perfino della vita degli individui non per motivazioni individuali ma in quanto membri di un gruppo nazionale». Seguendo testualmente questa definizione, le popolazioni dell’Italia meridionale subirono un vero e proprio genocidio. Infatti furono abbattute con la violenza le sue strutture sociali e politiche; le sue istituzioni culturali, in primis le scuole e le sue università, quando Napoli ad esempio era uno dei centri culturali prima dell’unificazione più importanti d’Europa e il Regno delle Due Sicile aveva su 1500 comuni 1500 scuole primarie; distruzione del sentimento religioso popolare: i preti uccisi, i beni della Chiesa razziati, soppressione di tutti gli ordini religiosi. E poi naturalmente gli stermini di massa, operati non solo mediante le fucilazioni, ma anche le detenzioni disumane.

La domanda che mi sono posto e che mi è stata posta anche da più di una persona è questa. «Che senso ha parlare di fatti che sono successi 150 anni fa? La risposta che mi sento di dare è : bisogna ridare giustizia alle centinaia di migliaia di vittime che subirono queste persecuzioni per il solo fatto di essere meridionali o dissidenti. Questo ruolo ha la storia: ricostruire i fatti, problematizzarli, assumere anche il punto di vista dei vinti, e non solo quello dei vincitori. Se la storia non fa questo, se prende per buono solo le versioni ufficiali, non fa altro che mistificare, propagandare, farsi portavoce dello status quo. No, la storia deve essere simile alla psicanalisi. La storia deve riportare alla luce ciò che avvenne, in particolare le ferite, i traumi, poi rimossi, base di malumori e di patologie, di dissapori e di risentimenti mai del tutto ammessi, nemmeno a se stessi. Solo riportando alla luce i fatti, solo discutendone e non certo rimuovendoli, facendo i conti con il proprio passato, noi figli dei persecutori e delle vittime, possiamo sperare in qualche modo di guarire. Cioè di andare avanti, di essere rasserenati, di accettare ciò che avvenne e che non dipese da noi, ma anche al contempo di essere consapevoli di ciò che non funzionò e di cosa non funziona tuttora. Perché alcune dinamiche da allora non si sono certo esaurite, e il neocolonialismo è continuato.

Manodopera che dal sud si sposta al nord e cervelli in fuga. Prodotti finiti, e strutture produttive presenti quasi esclusivamente al nord (o oramai all’estero), corruttele politiche e clientelarismi. Tutti fenomeni che seppur partiamo da un’ipotesi debole, cioè che erano già fenomeni presenti al Sud in via germinale, furono senz’altro amplificati dall’unificazione, non certo ridotti. Abbiamo assistito quindi ad un fenomeno di divergenza sempre più spinta tra le economie delle due parti del paese. Non c’è Paese in Occidente che abbia le stesse spaccature socio economiche, che esistono in Italia. Questo dovrebbe farci riflettere. È una situazione intollerabile, che qualsiasi stato civile metterebbe tra le sue priorità. Invece qui a parte proclami preelettorali, non si fa mai niente di concreto, e si vuole anche impedire ai meridionali di gridare il proprio sdegno per una situazione che non dipende certamente solo da loro, ma da dinamiche storiche negate, non solo da parte dei vincitori ma anche da parte dei vinti.

Credo che un lavaggio del cervello così forte non sia mai stato fatto in un paese del mondo, forse solo nei peggiori stati totalitari. E per questo è il caso di ringraziare Pino Aprile. Che in un universo di voci conformi ha avuto il coraggio di gridare una verità che non si poteva più tacere. Ma non bisogna fermarsi qui, presa coscienza, e letto il mondo con nuovi occhi bisogna, creare fermento culturale, che riesca a partorire forze politiche e individui più onesti, che abbiano veramente a cuore il Sud. Sono questi gli intellettuali del futuro che vorrei vedere, sono questi i politici che ci vorrebbero: persone rette, coerenti, che si muovano a 360°, tra passato, presente e futuro. Perché se il presente è il luogo in cui viviamo, il passato ci da gli strumenti concettuali per leggere il futuro, che è il luogo dove andremo. Se hai cattive categorie concettuali, il futuro non sarà quello che ti aspetti, o peggio ancora quello che potresti ottenere….E questo è vero come per i singoli anche per interi popoli.

Davide De Grazia

Il poeta non è altro che un canale, un medium per l'infinito, che si annulla per fare posto a forze che gli sono immensamente superiori e, per certi versi, persino estranee. D'altra parte chi sono io di fronte al tutto, ma al contempo, cosa sarebbe il tutto senza di me?

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