Apologia di Frollo

Chiudo gli occhi e, nel buio delle mie palpebre, tutto si fa a colori, tutto si fa immagine.

Una maestosa cattedrale s’eleva, in altezza, superba, caparbia, quasi volesse innalzarsi al livello di Dio, quasi volesse carezzargli i piedi, quasi volesse testardamente demarcare quell’impalpabile confine tra terra e cielo, quella trasparente, ma spessa fune, lì, a legare esseri umani e potenze superiori.

Il grigio e il duro del marmo m’avvolgono il cuore, il quale inizia a pompare generando delle crepe, crepe che finiscono col mostrarmi l’anima, il cuore, per l’appunto, di quella che non è soltanto una struttura architettonica, ma una storia, la storia di un romanzo ben piantato nel tempo, ben saldato in un preciso 1482, ma comunque senza tempo, per la sua animosità d’intenti, per la sua voragine d’anteposti sentimenti.

Sono nitidi i caratteri dei personaggi che abitano la Place de Grève, ma soltanto uno di essi ha generato in me l’incauto desiderio di dedicargli un’apologia, il desiderio recondito di conferigli l’esaltazione che merita, di mettere su un’insolita difesa, una difesa nei confronti di colui che è apparentemente indifendibile, ma generatore di bassa e paradossale sublimità.

Sto parlando di Frollo, l’arcidiacono, il curato di Notre Dame.

La sua trasudante elettricità, il fascino immorale che ne deriva, si sposano con la levatura virtuosistica di Vittorio Matteucci, di colui che gli dà volto e, anzitutto, vita, attraverso il rombante crepito di una meravigliosa voce, tonante e baritonale.

Suddetti elementi s’avviluppano visceralmente, destando una celestiale e somma muraglia, nella dannazione di fondo che avvolge e fonde personaggio ed interprete, che avvolge e fonde queste due anime, univoche, a sé stanti, ma ambivalenti e incatenate in un connubio imprescindibile. Un connubio, sì, un connubio che è una muraglia, che è la muraglia che va a costruire e connotare, masso per masso, la cattedrale, quella cattedrale di cui ho già parlato, quella cattedrale che, oltre ad essere “la storia”, è il simbolo più marcato del guscio, della morsa, della cintura di valori imposti,  dello spasmo dettato da istinti soppressi, che ha stretto e soffocato Frollo, da semprefin da giovanissimo.

La cattedrale, in sostanza, è la materializzazione del muro emotivo elevatosi tra l’arcidiacono e la vita, la vita, quella vera, quella che non sa cosa sia la carne fatta a pezzi.

La cattedrale, così, diventa il capo espiatorio di semplici impulsi che essa ha fatto passare per sconveniente peccato.

La cattedrale, dunque, diventa l’eco di un pensiero fisso: “perché io sono un prete, perché io sono uomo di Dio, perché a me non è dovuto”.

La cattedrale è storia, è storia parlante e Frollo è la cattedrale. Egli, allora, è storia; è la storia e, come essa, parla; e a me non resta che ascoltarlo.

Non ho altra scelta che lui. Non ho altra scelta che salvarlo da un destino già scritto, già scritto nel senso letterale del termine da un geniale, ma crudele Victor Hugo. Sì, crudele, perché se c’è qualcuno ad essere crudele, quello è  lui, Hugo, proprio lui, e la mia non vuole essere un’offesa, ma una constatazione di fatto, poiché egli stesso sapeva bene di esserlo. Frollo, del resto, è una sua creatura. Frollo, del resto, è figlio suo. Lo sa bene Hugo. Hugo è a conoscenza di un Frollo appesantito dal fardello che gli ha messo tra le mani. Hugo è perfettamente a conoscenza di un Frollo lacerato da quel fardello di estrema umanità che lo rende vulnerabile a ogni sentimento, odio compreso.

E’ umano Frollo e soffre. Lo fa davvero, lo fa profondamente; e nemmeno un delitto riesce a macchiarlo di sangue. Neanche un delitto riesce a renderlo sul serio un criminale.

Non ho scelta, sì. E’ vero. Non ho altra scelta che difenderlo. Non ho altra scelta che innamorarmi del suo tormento, di quello stesso tormento che in Esmeralda ha generato repulsione, quella repulsione che ha tenuto le redini dell’intera trama, dell’intera storia, ergo di tutto il percorso di Frollo, acuendo quel suo tormento e ancora l’odio, quell’odio dovuto a un amore che fa male, quell’odio così aberrante che però non posso e non voglio biasimare.

Non ho scelta. Non ho altra scelta che lasciarmi distruggere dalla sua distruzione.

Non ho scelta. Non ho altra scelta che farmi bruciare viva dalla sua lava, da lui che è un vulcano risvegliatosi da secoli di castità ed oblio.

Non ho scelta. Non ho altra scelta che provare dell’attrattiva empatia per le vergini labbra di Frollo, per quelle labbra che vien quasi voglia di sfiorare con le proprie, al fine di sopperire al loro reiterato tormento…

…e in un certo senso l’ho fatto.

L’ho fatto dedicandogli queste righe, queste righe che dicono tutto, ma non dicono niente. Il “tutto”, infatti, è di per sé racchiuso nella grandezza di un’opera colossale e nella singolare bellezza di un’interpretazione che lo è altrettanto, nella grandezza e bellezza di un talento innato, di un Matteucci esacerbato, tanto brutale quanto amabile, che, di conseguenza, fa corrispondere il “niente” al vuoto di quella che non può che apparire come un’ingiusta fine, come l’ingiusto omicidio di un prete che scivola dalle scale della sua cattedrale…

…di quella cattedrale, sì, ancora lei; e, per quanto ho detto, per quanto ho ripetuto, è facile e normale intuire che, per lui, per Frollo, uscirne fuori equivalga ad uscire anzitutto da sé.

Uscire da sé e morire.

Il cerchio, allora, si chiude, senza la minima clemenza. Il cerchio, allora, si chiude con estrema e disarmante coerenza.

 

Simona

Nata a Lamezia Terme, il 27 Marzo del 1989, è una studentessa di “Scienze della comunicazione” presso l’ "Università della Calabria”. Nel 2011, ha pubblicato, con la "Damster Edizioni", un racconto intitolato "Brava Giulia", per l’ antologia "Voglio un racconto spericolato". Nel 2015, ha pubblicato sette poesie per la collana dal titolo "Riflessi" delle casa editrice "Pagine"; e nel Settembre dello stesso anno, ha pubblicato la sua prima raccolta poetica del titolo "Cespugli di rovi" con Eretica Edizioni. Nel Maggio del 2017 ha pubblicato invece il suo secondo libro di poesie "Annerita di condensa", con la medesima casa editrice.

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