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Quante volte ti capita di trovarti davanti a un’immagine e da lì a ripercorrere un flusso ininterrotto di parole? Galleggiano in aria, entrano tra i polmoni, a volte si adagiano si fermano e poi ricominciano a ripartire.

Può essere un viale alberato, i colori di un tramonto, il viso di un bambino, una strada, la luce dei lampioni; può essere una musica, un ricordo, a formare una poesia, un racconto. È a quel punto che nasce una storia inedita. Una storia che contiene nuove emozioni, nuove fantasie, immaginazioni, restando in un’ottica di originalità. A volte ti trovi a parlare, a fare conversazione, ed elabori frasi, pensieri che non ti aspetti e che agli occhi del tuo interlocutore sono innovative, lo vedi lo percepisci, perché creano una miscellanea perfetta.

[quote]In tutti questi casi stiamo parlando di ‘scrittura creativa’, quella scrittura che nata in America, diffusa poi in Europa e infine in Italia verso la metà degli anni ’80, mette in gioco attraverso ‘creatività’ una o più forme espressive. Gran parte dei grandi autori della letteratura americana ne ha fatto oggetto di studio, pratica, pubblicazioni, scuole di pensiero. Tra questi vengono alla memoria Jack Kerouac, Allen Ginsberg, ma anche Ernest Heminguay e molti altri. Un genere di scrittura che va al di là della normale scrittura professionale (Quella giornalistica per esempio, o anche quella accademica), per accostarsi mediante fantasia al romanzo, al poema e al racconto. “Si impara a scrivere scrivendo – diceva uno tra gli ideatori della scrittura creativa in America, John Dewey, aggiungendo a questa forma letteraria due termini di riferimento: progressivo e creativo – misurandosi concretamente con l’elaborazione di un racconto”. La scrittura creativa quindi, si impregna di un carattere sperimentale lasciando spazio all’innovazione. Ma non credo sia sufficiente, anzi non lo è. Perché per migliorare sul serio dobbiamo scrivere seguendo stimoli esterni.[/quote]

Sono andata a casa sua più volte, ma anche lei è venuta spesso da me, siamo così simili…eppure ci spaventa guardarci negli occhi. Ciascuna delle due, infondo, anche se in maniera differente ha qualche cosa di morboso, ed è esattamente questo l’elemento comune. Una volta siamo state al mare insieme, ci siamo avvicinate entrambe allo scoglio fin dove io non toccavo più, lei mi invitava a proseguire, io avevo un po’ paura, ma poi ero già lì…ero sullo scoglio, con tutte le ginocchia insanguinate…lo scoglio era pieno di ostacoli, e il contatto con la pelle fulminante, determinato soprattutto dalla velocità con cui il mio piede destro per primo, poi quello sinistro, sono atterrati sul tessuto roccioso. Una volta salita lì, ci siamo guardate, ma di lato, sul mio lato sinistro lei era! Pochi secondi d’immensa e fottuta felicità. Il sole non era mai stato così grande e rosso pure, un gabbiano aveva quasi appena sfiorato l’acqua, causando in me una leggera, piacevole distrazione, fino a portarmi a togliere via gli occhiali, per meglio godere di quello spettacolo. Il silenzio campava sul mio petto, mi si era adagiato, maledetto, ad indicarmi come lancette di orologio i miei palpiti, quasi a sollecitare qualche ricordo sbiadito, ma per poco. Ultimamente la vedevo più di rado, era lei che veniva a trovarmi, in modo del tutto improvviso, e quando lo faceva mi lasciava sorpresa, irrimediabilmente sorpresa. Avrei voluto, alcune volte, volare via, dissuadermi altrove, dietro qualche linea assolata dell’orizzonte. Sono le 17 del pomeriggio, incontro un’amica, mangio un bacio di dama, sento udire qualcosa poi mi allontano…non so, non so più dove sono, cosa faccio qui, perché, chi sono? Allargo lo sguardo, ma per poco, cerco un respiro, ma è dimezzato, mi appaiono sorrisi come lame che trafiggono il mio stupore. C’è qualcuno qui intorno…e parla di fantasmi.

 

Valeria D’Agostino,

(Ph. Andrea Martini Di Cigala) 

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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