Guardami: sono nudo.

I

Cosa sono diventato, Elis dal cuore di pietra pomice,
mio piccolo e lussureggiante albero d’ulivo,
il prodotto peggiore, forse, della mia provincialissima arte?
Son stato presso numerosi popoli ma
i numerosi popoli mi hanno cacciato, ridendo dei miei pantaloni
e del mio invisibile nodo alla cravatta.
Son stato presso la foce e presso il delta del fiume Nilo,
cavalcando un cammello per inseguirti nel mio cuore sabbioso.
Son stato in chiese, moschee e sinagoghe a pregare
in centocinquanta lingue diverse
centocinquanta diversi dei.
Ho imparato a spogliarmi sussurrando molti nomi
che non erano il tuo,
per scoprire nella mia nudità un nuovo neo,
una nuova ferita, delle nuove righe in mezzo alle mani, ogni volta.

II

Lo sai,
ci si può riconoscere
persino nei nuovi errori:
non sono poi così diversi da quelli vecchi,
non sono, forse, stati scritti in precedenza
in qualche libro ingiallito e ammuffito?
E quando lo sfogli,
un vecchio libro ingiallito e ammuffito,
non sale forse l’orgasmo nei sensi che volgarmente
chiamano emozione?

III

Piangere, oh sì, piangere, piangere ripetutamente
per smettere solamente un giorno nuovo –
quel giorno sotto la nostra pelle ch’esiste già,
quel giorno ch’è il mio mistero della fede –
piangere tutto quanto il dolore del mondo dentro e fuori di noi.
Oh amore, “ho già chiesto agli uccelli” del cielo
di te, ma gli uccelli del cielo non ti hanno trovata,
hanno compiuto la loro consueta migrazione
e aspetto una nuova calda stagione per buone nuove.

IV

Ridere riscoprendosi uguali
in una risata tutta nuova,
ridere d’una risata che riempia i salotti negli stomaci,
che rimbombi nell’anticamera delle nostre anime
alla vista della prima foglia
cadere stupidamente
e poi alla seconda, alla terza, alla quarta
ridere fino che scoppino le astrali corrispondenze
di cui, son sicuro, siamo fatti.

V

Guardami: sono nudo
nella gioia e nel dolore dei tanti pianti
che ancora scorreranno le nostre vite;
È forse troppo rumoroso il battito d’ali
del pettirosso?
Ne ha forse abbastanza, il mondo,
di tutta la poesia e conosciuta e sconosciuta?
È ancora muto, forse, il mio urlo di aiuto?
Non al tuo orecchio, non ai tuoi occhi.

 

Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisette anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Storia delle Religioni, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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