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Fermatemi.
Anche quando vi dico di lasciarmi
stare. Se ci riuscite provate
a trattenermi [novello Ulisse o Telemaco
legatemi all’albero maestro] è per il bene mio
e delle mie mani – le sfrego
per far caldo al cuore
ma stanno precocemente invecchiando.

Dove son finite le parole
d’un tempo? Aspettano tra gli schermi
e le tabelle al gate di un qualche aeroporto –
Ma ti ho compreso vita mia: al costo di scottarmi
ho scoperto il fuoco che ti anima. È fuoco greco.

Perché proprio in questo modo
hai pensato di prenderti gioco
di me? Mi fai ridere di cuore guardando
occhi che partono e occhi che tornano –
salvo poi lasciarmi mettere radici!
È in verticale il tuo moto –
è un salto mortale nel vuoto,
sospingi verso l’alto.

Ti facevo d’altro stile
di continuo mi contraddici –
mi lasci appena godere l’abitudine
delle stesse scarpe di sempre
inzuppate fino ai talloni
che già arrivi coi pollini e coi fiori
che di più amavo.

Tra tutta questa folla di gente
ci sarà chi – come me – ha ingenuamente
creduto d’averla vinta con te?

Ădhünāy, Ădhünāy! Richiama
il tuo vecchio popolo e pure quello nuovo:
le persone hanno altre persone care
nella propria mente;
avrò scritto un’altra poesia in tua assenza –
e bada per corale io intendo
che siete in tanti, tantissimi
a dovermi dare delle risposte.

Di Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventinove anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Storia delle Religioni, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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