Questa non è una bella recensione.

Qualche mese fa conobbi Domenico quasi per caso. Tra uno studio disattento e l’altro facevo numerosi salti nella biblioteca comunale, un po’ sperando di vedere qualche faccia conosciuta che mi avrebbe tenuta a parlare e un po’ per non concentrarmi su tutte le cose che non andavano nella mia vita e che se fossi rimasta a casa avrei dovuto affrontare.

Studiare in biblioteca era l’evasione quotidiana perfetta, tra ceneri sul balcone e giardini inumiditi dalla pioggia, in quel posto mi sono trovata sempre bene. Incontrai lui qualche volta e i nostri sguardi incoscienti erano stati capaci di ispirarsi e capirsi ancor prima di affiancare un nome a quegli occhi verdi, o a questi più scuri che ora stanno scrivendo. Tempo dopo, Domenico, dopo che fu certo di potersi fidare di me e io d’altro canto fui sicura di potermi fidare di lui, mi portò il suo libro (in biblioteca ovviamente) e mi disse che era giunto il momento di conoscerlo. “DIARI DEL GIORNO E DELLA NOTTE e Il salto di Lucia” c’era scritto in nero sopra lo sfondo di alcune montagne sfumate dal cielo azzurro, che effettivamente  somigliavano più a delle onde marine che a quelle che corrispondono nel nostro immaginario a delle montagne, ma più tardi riuscì a darmi una spiegazione anche a questo. Lessi il libro in pochi giorni e nonostante lui continuasse a chiedermi cosa ne pensassi continuai a far finta di niente e a cambiare argomento ogni qualvolta nel discorso usciva fuori la domanda: “Ma del libro che te ne pare?” seguita quasi sempre da un: “Mi piacerebbe che tu ne scrivessi in maniera obiettiva un giorno”. Riuscivo ad eludere bene anche questa sua fantasia facendogli credere con i miei silenzi e i “Sì dai prima o poi te lo dico” quasi che nulla mi importasse e che a me di farmi un’idea sul suo cazzo di libro manco me ne fregava. Perfetto.
Peccato che non fu mai esattamente così e che a me quel libro non solo piacque molto, ma riuscì anche a tirarmi fuori della fantasia, sì, proprio a me che fantasia non ne avevo mai avuta. Io, pragmatica, schematica, programmatrice, puntuale e pignola eccomi a pagina 18 ad immaginare il mio amico conosciuto da poco, sulla spiaggia di Gizzeria a parlare con un tappo abbandonato e a sentirsi quasi dispiaciuto per la sua condizione di tappo abbandonato. Poi torno indietro a pagina 8, quella dove l’inchiostro è minore rispetto a tutte le altre pagine del libro, ma anche quella che mi ha causato un mal di pancia atroce perché mi ha costretta ad accettare, come scrive lui, il fatto che quando si è troppo avanti per il proprio tempo si rischia di perdere il presente, e proprio perché a me di perdere il presente non è mai interessato che mentre leggevo ero piegata in due e cercavo una Buscofen in giro per casa, perché avrei dovuto realizzare che il mio tempo non lo stavo sprecando, ma neanche lo stavo nutrendo, e forse nemmeno ne spremevo il succo fino alla polpa se ci penso bene.
E poi leggevo i versi e le poesie, quelle di cui Domenico ignora sempre la forma ma mette il sangue nel contenuto e comprendevo che se non ne avessi conosciuto l’autore io me lo sarei immaginato proprio com’era lui nella realtà, uno  per cui le giornate da mare e le giornate d’amare sono le stesse, uno a cui la montagna e il mare tolgono il fiato allo stesso modo, con le occhiaie, poca voglia di dormire e le mani ruvide e callose ma che quando mi devono aiutare a scendere da una roccia più piccola di ciò che mi sembra (e non si tratta di una metafora), diventano le più possenti e sicure mani che Dio o chicchessia abbia mai creato. Il libro è diviso in due parti, quasi impercettibile è la loro distanza in quanto condotte da un filo comune che è quello dei flussi di coscienza, i pensieri scorrevoli, intrecciati e a tratti scarabbocchiati dai quali ad un certo punto si elevano dei personaggi che riescono ad avere la meglio su chi li ha creati e che senza che se ne accorgesse, si è trovato ad imparare qualcosa da sé stesso.

DIARI DEL GIORNO E DELLA NOTTE e Il salto di Lucia è un libro pieno di difetti e di bellezze perché delle volte mi sembrava di averlo scritto io e di averlo poi rimosso dai miei ricordi.

Ma questo non potrò spiegarvelo perché si dovrebbe scavare nel fondo dell’empatia che mi lega a quel ragazzo sempre con la sigaretta in bocca e a cui voglio bene come si può voler bene ad un fratello, e non mi sarebbe possibile. Un amico tanto simile quanto diverso da me, pronto a farmi vedere il mondo con le lenti dei suoi occhiali impolverati e pronto a far lo stesso con chiunque decida di leggere qualcosa che è stato  scritto dalle sue mani ruvide e callose.

 

Nadia Mahboub

Sono nata nell'autunno del 1999. Bambina fragile, adolescente critica e infine ragazza confusa. Lotto ogni giorno con le mie paure, hanno forme, colori e odori diversi l'une dalle altre. Forse un giorno smetterò di odiare questa vena autodistruttiva tutta umana, nel frattempo la combatto. Aspettando di crescere.

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