Saturdiary: diari del sabato ~ Il mio hobby preferito.

[Sto ascoltando: Gheorghe Zamfir, The lonely Shepherd]

   La prima cosa che noti con stupore è il silenzio. Quello vero, non sporcato da lontani sottofondi ambientali, quello che quando si spezza al semplice dispiegarsi di un mucchio d’erba sotto la scarpa… sussulti. Ci sono delle ‘grotte’ sul nostro cammino in salita. Dei veri e propri insediamenti rupestri. Alcune minuscole, altre più grandi, una addirittura con ambiente doppio.     
Il silenzio, come dicevo, lo interrompiamo solo di tanto in tanto con i nostri commenti e il migliore di noi sembra essere un piccolo cagnolino di campagna che si è arrogato il diritto-dovere di farci da guida. Piergiorgio è l’unico tra noi a conoscere – anche molto bene – il posto. Riesce, con il suo solito equilibrio, a darci di volta in volta le giuste e piccole informazioni che il suo occhio e il suo martello da geologo hanno raccolto negli anni. Ma il cucciolo non lo sa, così, con fiero e dolce portamento continua a precederci di parecchi passi. Si ferma, quando ci sente più lontani, e poi riparte non appena lo raggiungiamo. Segue alla perfezione i nostri ritmi, le nostre pause per scattare qualche fotografia, il mio fiato che alla prima salita si fa pesante.
Quanto avevo bisogno di un pomeriggio così! Tornare, alle prime avvisaglie di primavera, ad esplorare i nostri piccoli luoghi, più vicini di quanto si pensino. Il respiro si fa via via più regolare, le sigarette sempre più sporadiche, la luce intorno a noi… più flebile ma accogliente. Dopo un’oretta di macchina, passata tra strade serpentine, strapiombi spettacolari e i nostri soliti “giganti di ferro”, trionfo dell’utopia umana di acchiappare l’aria, ci intrufoliamo a piedi all’interno di questa collinetta che, oltre a celare le vestigia di quell’antico nucleo di vita che doveva essere Castelmonardo (dal quale nacque poi l’odierna Filadelfia) ha fatto delle tracce di un parco archeologico… altri resti archeologici. Dopo le prime campagne di scavi degli anni settanta si tornò a scavare qui pochi anni fa, stando a quanto mi dice Daniela, ma non ho ancora avuto il tempo di informarmi a dovere. Penso allora a godermi il paesaggio, così come si offre a noi oggi, vergine ai miei occhi l’antico lastricato di pietre scivolose… sotto i miei piedi.
Al primo punto pseudopanoramico ci fermiamo tutti incantati. Nadia dice di sentirsi piccolissima. Valeria, invece, grande. È giusto così. Stare dove stiamo non offre mezze misure, non importa come ti senti in un contesto simile, importa che ti ci senti fino all’estremo. Più che pensare alla mia grandezza o piccolezza, però, rimango enormemente attratto dalla particolare illusione visiva che offre il panorama intorno a noi. Siamo, come sottolinea più volte Piergiorgio, in una perfetta conca. Collinetta attorniata da montagne che pur senza essere mastodontiche rivendicano con orgoglio la loro statura. Ma l’illusione, come dicevo, mi mostra da qui un’attività umana deformata. Le stradine sembrano appiattirsi, poi allargarsi in maniera innaturale, si incontrano in crocicchi con strade di poco più grandi. Case, frazioni e qualche paese in lontananza sembrano provenire da un’altra dimensione. Così vicini e così lontani.
Saliamo ancora fino a raggiungere gli splendidi ruderi di quello ch’era il castello. Stesso discorso, anche qui la salita è enormemente ingannevole. Voltato l’angolo dell’ennesima grotta, i resti di muri portanti e la cima, dalla quale svetta un cartello sul punto più alto, sembrano lontani. E invece ci arriviamo in pochissimi minuti. La sensazione è di quelle importanti. L’emozione del riuscire a raggiungere il punto più alto, per quanto l’impresa possa essere poco impegnativa, è di quelle più puri. Come nella vita di tutti i giorni, d’altronde, perché precluderci la bellezza di provare le più alte e dolci passioni pur nelle cose più minute? Siamo noi le cose più minute, forse, oppure riusciamo a sentirci così tanto grandi da non riuscire più a provare grandi sentimenti per le cose semplici. Parlo delle cose non-complesse, quelle che non necessitano di troppe analisi. Oggi so, insomma, che posso mettere da parte, o almeno in secondo piano, tutto quello che potrebbe essere il mio interesse più scientifico verso i posti che siamo visitando e toccando con mano, perché l’unica cosa che ho bisogno di interiorizzare è quest’ossigeno fatto di pietre, alberi e amici. E le gambe non hanno bisogno di altro carburante.
Dall’alto dei ruderi notiamo altri resti decisamente interessanti poco più in basso. Tentiamo una discesa ma non troviamo un passaggio. Torniamo indietro, riusciamo a trovarlo. Arriviamo così ai resti di quella ch’era la chiesa parrocchiale di Santa Barbara (come ci indicano anche i “resti” del cartello). Un unico contatto umano: un signore, con due bambini, un cane che mette paura all’altro cagnolino, nostra guida, pur dovendo essere della stessa famiglia. Poi se ne vanno tutti. Qualche sorriso e qualche minima parola.
Scendiamo…
È decisamente il mio “hobby” preferito. Viaggiare? Viaggiare, sì. Viaggiare è ciò che più riesce a farmi sentire vivo. Questi sono i miei viaggi più grandi.

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Domenico D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisei anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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