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Oggi si ama di più rispetto al passato? Si ama meglio? Penso che nemmeno il più audace modernista possa rispondere positivamente a tali domande. È vero, forse si fanno maggiori esperienze, si cambiano più partner, ma l’amore non è una tecnica acquisibile mediante la prassi. È piuttosto passione, dove coraggio e umiltà hanno un ruolo determinante. Infatti è difficile pensare che l’esperienza da sola possa accrescere la passione, più probabile invece che possa far aumentare disillusione e senso di insicurezza, due dei maggiori mali del nostro tempo, e nemici giurati dell’amore…

Amare significa quindi accettare il rischio (per questo ci vuole coraggio) di un investimento emotivo, del quale non si può conoscere in anticipo l’esito…Ma possiamo parlare sempre di amore, o forse a volte si tratta solo di desiderio? Molto spesso le due cose vengono confuse, quindi è bene preventivamente distinguerle. Il desiderio non è altro che brama di consumo, volontà di riappianare un’alterità, di farla nostra. Essa con la sua diversità ci umilia perché sfuggendo ci invita. Nella sua essenza, appena si realizza il desiderio si esaurisce, contrariamente all’amore, che per converso è forza autoperpetuantesi. L’amore non è semplice desiderio, ma se mai è desiderio di prendersi cura. Amore significa proteggere, nutrire, accarezzare, coccolare, difendere gelosamente. Amare significa dominare attraverso la resa, sacrificio ripagato sotto forma di esaltazione. Se il desiderio consuma, l’amore rinnova.

Ma similarmente al desiderio, anche l’amore è una minaccia per il proprio oggetto; le cure schiavizzano l’oggetto amato, anche le carezze possono intrappolare. Certo le motivazioni sono alte e amorevoli, ma il risultato non sempre è agevole da accettare. Per questo l’amore corrisposto è tanto difficile. C’è in palio un premio altissimo: a chi concedere la propria libertà, il valore più alto, insieme a quello dell’amore. Amore e libertà sono acerrimi nemici, ma quando smettono di guerreggiare e si danno la mano, ecco, quella è la gioia.

Ma nonostante la pochezza del desiderio, rispetto all’amore,  per forza e sostanza, esso appare ormai appartenere ad un’epoca romantica e premoderna, quella del consumismo solido, tanto che potremmo pure rimpiangerlo. Oggi infatti il desiderio sembra aver assunto forme nuove, o meglio, forse esso è stato scalzato da un suo parente minore, il “togliersi una voglia”. Togliersi una voglia è il tipico atto che si compie nei centri commerciali. Non abbisogna di una pregressa conoscenza del prodotto, di una lunga fase di gestazione in cui il desiderio maturi. Ma si realizza e si esaurisce quasi nello stesso attimo, non conseguendo niente che possa ostacolare nuovi acquisti. Infatti ci saranno sempre offerte migliori o nuove voglie da soddisfare…

Se quindi la preparazione e la realizzazione del desiderio sembravano comunque lasciare spazio alla possibilità di un amore, la volatilità delle voglie sembra precludere tale eventualità già alla radice. Ci saranno infatti, senza dubbio, sempre prodotti migliori da acquistare e, anche se non ci saranno, la nostra brama di consumo è l’impulso ultimo da seguire. Oggi poi questo è ancora più valido se si pensa che le relazioni amorose sono diventate insicure, instabili, e che a fronte di enormi sacrifici, danno scarse o nulle garanzie di sopravvivenza. Le voglie inoltre non hanno pericolose controindicazioni, dopotutto nel sesso basta ricorrere a metodi di profilassi per non incorrere in malattie o gravidanze indesiderate, mentre invece a protezione degli strascichi dell’amore, nessuna tecnica è stata ancora inventata.

L’homo sexualis quindi punterebbe tutto sul sesso, ma la puntata è eccessiva, perché il sesso slegato da tutte le sue implicazioni affettive e sociali è ben poca cosa. Inoltre, il momento del godimento e dell’estasi appaiono essere vissuti oggi, sia per la donna, che, forse, ancor più per l’uomo, come problematici. Sembrano infatti aver perso la loro naturalezza, in virtù di determinati standard da soddisfare, proprio come la scienza sexualis e i mezzi informativi prescrivono (in tal senso la pornografia più che liberare il sesso, lo ha messo in gabbia, dandogli dei modelli a cui si deve uniformare). Insomma anche il sesso, in una società che si dice libera, appare abbia perso la sua carica di spontaneità, il suo spirito trasgressivo, perché non più capace di infrangere gli schemi disposti dal potere, che al contrario ne detta gli standard, prescrivendo addirittura pratiche che fino a qualche anno fa erano ritenute perverse a fini curativi. Insomma la scienza sexualis con il suo carico razionalizzante, sembra aver spogliato il sesso dal suo mistero, irrigidendolo in schemi ed impedendone il libero dispiegarsi.

D’altra parte non è la sola invadenza della scienza sessuale, che oggi mediante le tecniche dell’inseminazione artificiale, dà ai novelli genitori la possibilità di scegliere le caratteristiche dei futuri figli, attraverso la selezione dei donatori biologici dei gameti. Sesso e medicina quindi sembrano voler competere per la riproduzione della specie, ma data la prevalenza dell’attuale modello efficientista, la partita appare già sbilanciata nel lungo termine a favore della tecnica medica (tanto più ora che la fertilità naturale sembra calare sia nell’uomo che nella donna, per cause ancora non del tutto chiare).

Ma il calo della fertilità chiaramente non è dovuto solo a cause biologiche, intervengono fattori culturali, legati come sempre a mutamenti del sistema produttivo (o di consumo). Un tempo, prima del capitalismo avanzato, quando l’uomo era ancora produttore, e non solo consumatore, come oggi, i figli servivano come forza lavoro e per questo si accoglievano come una benedizione. Non era proprio concepibile che il sesso, potesse essere slegato dalla dimensione del procreare. Inoltre si doveva perpetuare la stirpe, e più figli si facevano più era sicuro che il proprio nome, e i propri beni, non cadessero in rovina.

Ora che invece il sesso non è più necessario alla procreazione, né tanto meno il viatico alla costruzione di un rapporto di coppia, e che l’amore si è svincolato dal matrimonio, possiamo dire che vertono in condizioni migliori? Oppure che al contrario siano sotto attacco, a causa di un sistema consumistico, che sotto la bandiera della libertà li ha messi in scacco? La maggiore libertà dalla società nella scelta dei partner e la caduta dei tabù, sembrano infatti non averli per niente aiutati. Tanto che essi storicamente si sono sviluppati, se non simbioticamente, almeno in stretto rapporto, con le strutture sociali vigenti (magari anche solo per opporvisi).

Non esiste sesso senza società ed amore senza società. Sono entrambi dei concetti sociali. Amore e sesso sono stati anzi tra i fattori principali che hanno condotto gli uomini ad unirsi e quindi a formare la societas. Ma oggi che questa loro funzione socializzante sembra essersi interrotta, con il disancoraggio di sesso e amore da fini sociali (rispettivamente riproduzione e matrimonio), chi adempie alle funzioni da essi assunte fino a qualche decennio fa? E se sesso e amore, attraverso tecniche sempre più persuasive e subliminali, siano oggetto di manipolazione, da parte di un potere ibrido, genericamente politico, che controllandoli non porti all’annullamento di quello spazio anarchico detto sociologicamente communitas, non direttamente sottoposto né alle regole del mercato né a quelle dello Stato? Chiudo con queste due domande. Lo scenario non è per niente luminoso, perché l’attacco mosso all’amore e al sesso, forse è il sintomo dell’espoliazione di un bene ancora più alto per l’uomo, forse il bene supremo, la sua libertà.

Di Davide De Grazia

Il poeta non è altro che un canale, un medium per l'infinito, che si annulla per fare posto a forze che gli sono immensamente superiori e, per certi versi, persino estranee. D'altra parte chi sono io di fronte al tutto, ma al contempo, cosa sarebbe il tutto senza di me?

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