Società liquide, ovvero forme post moderne di libertà

Oggi viviamo in una società liquida. Che strano concetto, è stato coniato dall’insigne sociologo Bauman. Egli mette insieme due termini che fino a qualche decennio fa erano assolutamente contrapposti. Società, che era qualcosa di solido, e per molti secoli considerato immutabile. E liquida, che è caratteristica propria dell’acqua e delle sostanze viscose. Due termini quindi contrapposti in passato, ma non oggi…Cosa è successo per fare diventare la società qualcosa di indefinibile, di ineffabile, che sfugge come quando proviamo a contenere tra le nostre mani l’acqua? Beh, è facile trovare una risposta. É la caduta delle tradizioni e delle comunità tradizionali, che per secoli e millenni hanno tenuta unita la società. Questo è successo a partire dalla rivoluzione industriale nei paesi più avanzati, ma il processo disgregativo è stato contenuto dall’avvento delle ideologie del XX sec e dall’idea di stato-nazione, concetto questo borghese e sicuramente non meno ideologico di quello socialista, del mondo diviso tra detentori dei mezzi di produzione e manovalanza di salariati. Diciamo che entrambe queste ideologie hanno avuto un esito nefasto, quando si sono realizzate compiutamente, conducendo l’una al fascismo e l’altra al socialismo reale, la cui forma più distruttiva è stata rappresentata dallo stalinismo.

La società liquida quindi si è iniziata ad affermare innanzitutto negli Stati Uniti, dove le tradizioni e le ideologie sono state sempre deboli e poi in Europa, diffondendosi ormai con la globalizzazione in tutto il mondo. Il processo è diventato endemico con la fine dell’Urss, e ora è oramai una realtà affermata in quasi tutto il mondo. Ma chiariamo bene i concetti, che significa società liquida? Liquida è la società in cui le comunità tradizionali, e le appartenenze ideologiche vengono meno e si affermano nuove forme di appartenenza, tutte transitorie. Ineffabili. Volatili. Ciò ha chiare ripercussioni nella vita di tutti, non sempre positive. Fenomeno speculare alla liquidità è quello del consumismo e delle deindustrializzazione. Il consumismo prepara l’instabilità dei rapporti, inculcando nella psicologia delle persone i concetti di offerta, perdita, guadagno, disinvestimento. La deindustrializzazione è la delocalizzazione delle industrie dai paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo, prodotta dall’affermazione in ambito accademico e politico dalla nuova ideologia neoliberista. Secondo l’ideologia neoliberista i mercati devono essere lasciati liberi di operare. Lo stato deve ritirarsi dall’economia sia come attore economico, che come regolatore, permettendo il più possibile alle persone e alle aziende di esercitare liberamente. Questo comporta apertura dei mercati, abbattimento delle barriere doganali, meno tassazione e abbattimento del welfare-state; e sull’aspetto finanziario, fine della divisione fra banche di risparmio e di investimento, e autonomia delle banche centrali nell’erogazione della moneta.

Ma evitiamo di divagare e torniamo nel fulcro della faccenda. La questione si può suddividere sotto due aspetti. Uno di carattere più sociale ed economico e l’altro di carattere psicologico. Il primo aspetto condiziona il secondo. Come dicevamo c’è questa ondata neoliberista negli anni ’70, essa attraverso la deregolamentazione del mondo del lavoro, l’apertura dei mercati e la maggiore concorrenzialità, muove un duro attacco alla stabilità lavorativa. Da ora in avanti, le persone si troveranno a cambiare più di un posto di lavoro nel corso della propria vita. Ma un posto di lavoro fisso dà tuttavia stabilità. Permette di radicarsi su un territorio. Di comprare casa. Di farsi una famiglia. Di crearsi un gruppo stabile di amici. Appare quindi evidente che se una persona dovrà cambiare lavoro più di una volta nella vita, o comunque lavorerà in ambiti che lo porteranno molto a doversi spostare senza una sede fissa, egli dovrà completamente rivedere la propria visione esistenziale. Vivrà nella precarietà e il suo orizzonte percettivo si restringerà molto. Ciò lo condurrà ad una vita frugale. Gli amori diventeranno fluidi. Le amicizie altrettanto. Insomma avverrà in esso una vera e propria rivoluzione antropologica.

Il consumismo entrerà nella testa delle persone e gli farà utilizzare gli altri come oggetti e non come fini, venendo a cadere l’imperativo categorico kantiano della seconda critica. Ogni persona è un fine per se stessa e in se stessa, e non è mai un fine nostro. Le persone non si possono strumentalizzare. Era questo il portato rivoluzionario dell’illuminismo di Kant, che oggi chiaramente è venuto meno. Gli individui infatti si trattano alla stregua di oggetti. Si cambiano in base alle nostre necessità, sempre parziali e temporanee. Questo vale nell’amicizia come nell’amore. Essendo le persone diventate oggetti, si va in cerca sempre della migliore offerta. Gli amori finiscono, forse perché non sono mai davvero iniziati.

Sotto l’egida della libertà invece si nasconde la schiavitù della necessità. Si è liberi solo quando ci si autodetermina e ci si impone da sé i propri precetti morali. Ma oggi se ci si muove spinti solo dalla necessità (le regole del mercato), siamo davvero ancora liberi? Non siamo forse come quegli uomini, narrati da Platone che da sempre legati a dei ceppi vedono la vita proiettata come su uno schermo, che oggi è la televisione, il monitor di un pc o il display di un cellulare? Purtroppo è difficile che chi ha sempre vissuto in catene sia capace di immaginare una vita senza catene, tanto che percependole come parte del suo corpo, neanche le considererà tali.

<<Oggi tutti siamo liberi. Viviamo in democrazie avanzate, la medicina ha fatto passi da gigante, i diritti sono sempre più comprensivi>>. Eppure, se le cose non stessero propriamente così, ma fossimo come quegli uomini della caverna di Platone che non conoscono la libertà perché non l’hanno mai conosciuta, che cosa si potrebbe fare? Prenderne coscienza. La presa di coscienza di sé e della propria condizione è l’unico atto veramente libertario. I cambiamenti economici forse sono irrevocabili, così come quelli culturali, ma anche in una società liquida, forse, si può essere, ancora, liberi.

Davide De Grazia

Il poeta non è altro che un canale, un medium per l'infinito, che si annulla per fare posto a forze che gli sono immensamente superiori e, per certi versi, persino estranee. D'altra parte chi sono io di fronte al tutto, ma al contempo, cosa sarebbe il tutto senza di me?

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