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I
Aventino

   Cantami tu, antico civil Vate,
il ludibrio che attraversa
la mia fin troppa plebea penna Bic
in quelli che furon sette giorni
d’ascensione e sogno –
se vero volo io provai non so dire –
sui tetti dorati dell’Eterna Città
quali uomo non vide più
da secoli e secoli del nostro tempo.
Voglia tu – o Venosino – accogliere
queste parole così disadorne
dell’amato tuo limae labor,
pronto son io all’ascolto delle tue
critiche sacre, come fossi
novello Lucilio dall’ardente fretta.
Si guardino quanti vorranno
tacciarmi di troppa poca pregnanza:
sappiano ch’io vidi davvero
le cose tutte descritte, ma subito
dopo volli cantarle con la
terribilità dello scherno
e la dolcezza più infantile.
Qual senso – infatti – avrebbe
il narrar la stramberia della Vita
senza uno stile strambo alquanto?
Sì io al capo vado quando più
m’aggrada – e pur la rima
e virgole, e trattini specchio
saranno del caos di cui siam fatti.
In difesa mia altro non so dir
che m’apprestavo sui nobilissimi
versi del Mantovano più grande –
al passo dei secreti vaticini
della Cumana – quando d’un tratto
fui colto da torpore a testa e mani
e le membra tutte rifuggirono
dalle noiose stanze d’una biblioteca
quasi avessero deciso per proprio
conto di lasciar questo mondo.
Ma pur viva la mente ancor era,
come mai forse prima, tanto che
tosto nuove e diverse cose io vidi
e sentii, come in un fin troppo
reale sogno e dal qual l’uscirne
sarebbe stata cosa lunga.
Altro non si vedea che bianco
e grigio chiaro di nuvola e sotto
e sopra la mia persona tutta,
e da un lato e dall’altro,
sicché mi parea di fluttuar proprio
in mezzo al nulla, silente,
d’un silenzio non terreno giacché
non si sentivan voci o rumori
e non v’era traccia d’artificiosa
luce o di qualsiasi umana cosa.
M’apprestavo a dir giusto
“Sveglia, mio sempre stanco
amico, in qual specie di sonno
sei caduto?” quand’alle spalle mie
– voltatomi presto – comparve
una figura sì grassa nel corpo
e nel volto da poter contenere
ben due persone anzi che una.
Soprassalii nel vederlo, e al vol,
di riflesso ricolmo di paura
e angoscia tentai di dimandar
chi diavolo fosse costui e dove
mai ci stessimo noi trovando.
Per risposta tutta egli ghignò
e – battute più volte le ciglia –
s’avvicinò ad un palmo dal naso.
Sì vicino mi parve di poter
cadere a peso morto, come il Sommo,
ché quella faccia, di colpo,
non mi parve nuova affatto.
“E difatti non lo è” mi disse
l’omone paffuto “è una faccia
sfacciata la mia, antica, molto antica”
“Oh Arbitro immenso” scoppiai
inginocchiatomi a lui e sorpreso
“Sei in vero tu, l’odiato dal Tigellino
prefetto Neroniano, sommo
e perfetto scriptores d’imperiale età,
che mai volesti esser schiavo
a nessuno, colui che più di tutti
seppe con acrissima ironia
e indicibile eleganza per la
materia trattata narrar di
infimi vizi e bassezze umane”.
Egli annuì e, mai che gli venne men
per un sol attimo il ghigno sulle
carnose labbra, mi disse poi:
“Son proprio io Tito Petronio Nigro
e a te compaio innanzi al fulgor
del Nulla nelle vesti che lo stesso tu
mi disegnasti nella tua lodevole
fantasia” e s’esibì in un inchino.
“Ma dove ci troviamo?” dissi
“Oh Dignitosissimo e sopra tutto
perché mai?”. Al vedermi quasi
tremante egli mutò il sorriso
in un afflato bonario come a
rassicurarmi e tosto s’attaccò
al braccio mio sinistro per mettersi
a camminar sul Nulla, immateriali
forse, o sol leggeri come due piume
che quando cadon da molto in alto
paiono quasi star fermi nell’aria.

Di Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventinove anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Storia delle Religioni, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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