Ritorno a Nocera Terinese. Forza viva che anima e informa di sé il presente. Il reportage di Manifest.

[Consiglio per l’ascolto: https://youtu.be/tM-v_fWNeME]

   Come recita il nome di una collana curata da Vito Teti per Rubbettino: “Che ci faccio qui?”. Me lo chiedo sempre più spesso negli ultimi tempi quando mi ritrovo in certi contesti. E oggi me lo chiedo più che mai.

Perché? Intanto perché a Nocera, durante i riti della settimana santa, sembrano tutti molto interessati a sapere da dove vieni, come ti chiami, se è la prima volta che guardi i Vattienti (e se già ti conoscono chiedono al tuo seguito: “per chi è la prima volta?” e, non appena riconoscono lo sguardo da neofita, arrivano le altre domande riguardo le fantomatiche “impressioni”). Ma nessuno oserebbe chiederti il motivo del tuo stare qui proprio in questi giorni. Non è ovvio? Una seconda ragione, più personale, riguardo al chiedermi di continuo “che ci faccio qui?” vuole invece scomodare la mia sempreverde necessità di uscire fuori dai confini, materiali e mentali, e di osservare l’andamento di tutta una serie di pratiche complesse che siamo abituati a chiamare “tradizioni”.
Tanto più che dopo due anni di fila, forse, sarei potuto benissimo rimanere a casa quest’anno. Ed invece siamo tornati – squadra quasi al completo – per entrambi i momenti cruciali dei rituali. Ieri sera, venerdì santo, e questa mattina di sabato.

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Una ragazza gentile ci rivolge subito la prima domanda rituale – “da dove venite?” – non appena ci vede intenzionati a curiosare più di semplici curiosi, nel silenzio e nella tranquillità di un magazzino già odorante di vino, in mezzo ad un vicolo che sembra poter rimanere uguale per secoli e millenni. Siamo di Lamezia. Niente di speciale, niente di lontano, siamo vicini.
“Come andate di cognome?” ci chiede poco dopo. Mi dice che fa il liceo scientifico a Lamezia. Due informazioni, i nostri cognomi e la sua scuola, che all’apparenza sembrano non servire poi a molto. Ed invece tanto basta per mantenere già un rapporto equo e di scambio. Insieme a lei quella che forse è la sorellina più piccola, una bimba bionda. Dentro il magazzino (che non son sempre di proprietà, anzi, tra amici e parenti sembra normalissimo “prestare” il proprio bugigattolo per l’occasione) loro zio sta finendo di prepararsi per il proprio giro, un giro personalissimo che toccherà, come di consueto, punti sacri, chiese, croci, ma anche case con un certo legame affettivo, d’amicizia o di parentela, e, naturalmente, la processione della Madonna che già ha incominciato a muoversi ieri sera e tra qualche ora sarà nel vivo, quando salirà in cima al convento.
Aldo è entrato per scattare qualche foto.

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Poco dopo mi descriverà la preparazione, un momento intimo ma non troppo. Una vestizione, un “riscaldamento” delle gambe per far affiorare e dilatare i capillari, un secchio con acqua calda e rosmarino (per il lavaggio finale) e, naturalmente, la preparazione degli strumenti indispensabili. Due dischi di sughero detti “cardu” e “rosa”. Il primo è il vero e proprio strumento di flagellazione al quale sono fissate, con una colata di cera, tredici “lanze”, piccoli frammenti di vetro conficcati in uno schema a croce. Il secondo disco è invece perfettamente lisciato e viene utilizzato sia per pulirsi le gambe spingendo il sangue a terra, sia, più semplicemente, per colpirsi e strofinarsi allo scopo di far affiorare maggiormente il sangue nei capillari dell’epidermide.
“Cosa ne pensi di questa cosa?” domando alla bambina appena scorgo un po’ di reticenza nei suoi gesti. Mi dice che non gli piace, ha un po’ paura, eppure eccola qui. La ragazza più grande mi dà maggiori punti di vista: non è molto d’accordo ma, in quanto tradizione, tutto ciò va rispettato assolutamente. E come darle torto.
“Pensi che qualche donna possa battersi se lo voglia?” le domando poi. Già più volte facemmo questa domanda. Non si sa di donne Vattienti. Mi dice di no, mi dice che lei, ovviamente, non lo farebbe mai. Ma le mie domande sono spesso interrotte dai continui richiami che da dentro il magazzino sono rivolti proprio a lei. Tutto il nucleo familiare partecipa alla preparazione del Vattiente, ma questa sedicenne, che con rispetto e quiescenza aiuta lo zio, non può non riportarmi alla mente l’antico e primigenio ruolo di “diaconato” della donna all’interno della setta cristiana, fin dai discepoli di Gesù. Tutti i familiari, poi, usciranno e gireranno il paese insieme al parente Vattiente. Anche noi lo seguiremo per un po’. Intanto eccolo, appena uscito dal magazzino, comincia subito a darsi i primi colpi ai polpacci e alle cosce, assumendo quelle plastiche e bellissime pose da discobolo. Prima ancora di lui, tuttavia, come già prevedevo, la mia attenzione si rivolge al suo “ecce homo”, l’accompagnatore vestito in rosso e legato al Vattiente da una corda. In genere è un ragazzino, meno spesso sono adulti, a volte addirittura bambini di sei o sette anni. Lui ne ha dodici, ed è il figlio, cugino delle due ragazzine che ci hanno tenuto compagnia. C’è poi un portatore di vino e un altro signore (un esperto, in genere uno che si è battuto per anni) che sembra dare utili consigli al Vattiente. “U cardu a manu sinistra, ricordati sempre” dice. Poi dopo i primi colpi più pesanti, quando la pelle da che è arrossata incomincia a perdere il primo liquido scarlatto, lo stesso avvisa: “Basta! Basta!”.
Sempre su informazione della ragazza scopriamo che suo zio si batte da tre anni. “Due anni ancora e poi basta” aggiunge la bimba. Mi incuriosisce molto il suo atteggiamento: si volta dall’altra parte e chiude le orecchie per non sentire il rumore di colpi, tuttavia sembra farlo quasi giocando. “Non vedo e non sento!” mi ripete sorridendo quando ci siamo già avviati alla prima fermata, una casina in pietra poco più lontana dalla partenza e dalla quale una vecchia signora fa spuntare la testa canuta. È sul punto di piangere. Dice qualcosa non appena il Vattiente prosegue per il suo cammino lasciandogli il proprio sangue sull’uscio di casa, qualcosa che non riesco a comprendere, con quel tono che è più di affranto ma meno di un pianto. Mi sembra una vera pietas, una pietas che oramai appartiene solo a questi ultimi vecchi. Sono i loro occhi, forse, il luogo dove poter riscoprire l’antica autenticità di tutto questo.
Già, perché se ne parla e ne parliamo molto anche fra noi, di quella che potrebbe essere una sensazione di ibridazione eccessiva tra tradizione e modernità. Penso ad alcuni Vattienti che paiono mettersi in posa davanti all’obiettivo della macchina fotografica, penso alla statua dell’Addolorata circondata da cellulari e fotocamere, addirittura al “bastone da selfie” che svetta alla stessa altezza di una croce di legno dall’aspetto pesante. Eppure tradizione e modernità, se riuscissero a darsi la mano vicendevolmente, ne guadagnerebbero forse entrambi. E tutto sommato è quello che sta avvenendo, a mio parere, qui a Nocera. D’altronde noi non stiamo utilizzando i nostri strumenti di modernità? Ogni anno i vattienti sembrano aumentare. È risaputo che dall’aumento di una certa attenzione mediatica sul rito (già a partire dagli anni ottanta) il paese e il rito stesso ne hanno tratto vantaggio. Quella che per alcuni purtroppo è considerata ancora una pratica “barbara” e medievale non solo non si è mai spenta del tutto (per la storia e per tutto l’argomento nella sua totalità valga come miglior riferimento bibliografico: Ferlaino F., Vattienti, osservazione e riplasmazione di una ritualità tradizionale, Qualecultura/JacaBook 1990) ma è addirittura cresciuta e ha visto un notevole ricambio generazionale.

 
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Infine sottolineerei quanto, a mio parere, una vera tradizione, per chiamarsi tale, debba essere così complessa da non esaurire mai i molteplici punti di vista e le diversissime chiavi di lettura. Anche tra le persone più curiose e preparate. Anche tra gli studi e gli approcci delle diverse metodologie. Come a dire: diffidate dalle pseudousanze che hanno chiaramente scritto sulla fronte tutto. Quelle non sono mai tradizioni. Chi vuol chiudere gli occhi con supponenza e arroganza a qualsivoglia tradizione ha già perso, forse, qualsiasi speranza di comprendere meglio il proprio presente che, si sa, ormai è diventato molto più importante persino del nostro stesso futuro. Per il resto, invece, ci sarà sempre chi riuscirà a commuoversi davanti alla tradizione e proverà, con tutti gli strumenti a propria disposizione, a sviscerare meglio la nostra realtà.
Per esempio, se ingiusto mi parrebbe in questo mio piccolissimo scritto fare un’esamine religiosa-spirituale (non è nel mio interesse e forse mai avrò le conoscenze necessarie), tutte le altre interpretazioni, visioni, mie, di amici, di conoscenti, di chicchessia, valgono la venuta in questo meraviglioso e incredibile borgo che ogni anno ti affascina e che sicuramente meriterebbe d’essere vissuto, più che visitato, e tutto l’anno, più che nella settimana santa soltanto. Ecco, allora, che gli odori dell’aceto e del sangue, i colpi che rimbombano in lontananza da un vicolo stretto, le chiese e i muri insanguinati, gli occhi in trance, un bambino forse troppo piccolo, scalzo, con una croce rossa fra le mani… richiamano alle nostre menti un mondo di cose. C’è chi preferisce pensare subito a Bacco, o Dioniso, chi ai secoli bui del medioevo, chi guarda al gettar sangue come si guarderebbe al fertilizzare la terra. Chi, come me, ai riti performativi più antichi e anche a quelli protocristiani, oppure alle dinamiche di parentela, al clan familiare, al patriarcato, al rapporto maestro-discepolo (come nel caso della “guida” del Vattiente o del vattiente stesso nei confronti dell’ecce-homo che, spesso, una volta cresciuto si batterà anch’egli). Al sangue come mutamento, come rinascita, come Pasqua, come tradizione e, quindi, come vita. Infine, non per ultimi, c’è chi vede il sangue di una collettività, di un’umanità nemmeno troppo astratta. Il sangue di un’Europa o di un intero mondo che di una rinascita avrebbero davvero bisogno.

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Ora comprendo meglio che cosa ci faccio qui oggi. Comprendo cos’è quell’attrazione che sale ogni anno dentro di me e che mi vuol riportare sempre qui. È la bellezza della vera tradizione, di quella forza viva che – come ci piace ricordare con le parole di Stravinskij – “anima e informa di sé il presente”.

 

[Foto di Aldo Tomaino – guarda il progetto fotografico anche su Facebook o Stampsy]

Domenico D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisei anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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