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È nel segreto la poesia.

Ed è esattamente nel segreto che il nuovo film di Sergio Castellitto, “Fortunata”, trova la sua dimensione registica più elevata, insieme coinvolgente, terrificante, che da valore a tesi letterarie antiche e sempre attuali. Un segreto velato, taciuto, nascosto, che lo spettatore intuisce già dall’inizio ma che si mostra in tutta la sua grandezza solo nel finale, come tutti i drammi umani, un segreto che ancora una volta da rilievo al pensiero della morte rispetto al pensiero della vita senza però creare alcuna giustificazione scontata o banale. Piuttosto Fortunata crea un parallelismo perfetto, ubbidisce ai sensi, quelli dettati dalla natura ed alle quali nessuna legge o norma scritta potranno mai paragonarsi. Fortunata è fortunata ad essere la donna forte, dinamica, vogliosa di autonomia e di futuro ch’è per lei e per la sua figliola. Ma non lo è per la sua sorte, per la carogna incontrata nella vita, per un destino al quale cerca sempre, ovunque, di ribellarsi. Fino alla fine, fino a comprendere che la bellezza è nel dolore e in esso si completa, in modo dolce, come un corpo da annegare in mare.

Scritto da Margaret Mazzantini,“Fortunata”, dal cast strategico, ambientato in un quartiere particolare quanto complesso di Roma, Torpignattara, mette in scena facce di uomini, di donne e di bambini, (interpretazione straordinaria di Barbara, figlia di Fortunata nel film), e crea una miscellanea perfetta di dinamiche di vita e di morte, temi altamente letterari e ben concentrati dalla scrittrice, con la partecipazione nel cast di attori non professionisti, catturati sul posto, a creare quella verità, mai scontata di recente nel cinema italiano, (Fatto di copiature per citare, a ragione, il critico Goffredo Fofi) di cui la storia si nutre, si assorbe, nell’idioma della lingua romana, in intercalari pregnanti e mai banali, in colori di riprese che hanno l’obiettivo di ‘integrare’ i gesti alle parole. Culture diverse e uguali.

 [quote]“Mi annoia tutto, anche me stessa, scrivo per abitare le vite degli altri”[/quote]

Questo il titolo di un’intervista, recente, a Margaret Mazzantini su La Stampa. Titolo incisivo, pensiero penetrante, letterario, proprio perché squilibrato, fuori onda, onnicomprensivo. Il potere dell’immaginazione che detta le regole alla creatività. Il dono salvifico racchiuso nella noia, dal quale fuoriesce scrittura. Una tela, quella che aiuterà a comporre il quadre alla scrittrice, moglie del regista Castellitto, che all’osmosi, porta ad evocare visioni di personaggi forti anche nella loro debolezza. Un film  che lascia il segno e che trova motivo di esistere nel dramma, sottile, inaspettato, e tirato fuori a stento, o in modo aggressivo, quando la vita scopre a nervi scoperti. Sono personaggi forti, i protagonisti, e sono temi altrettanti toccanti, quelli affrontati, con cura: si parte dal desiderio folle di libertà che, come si sa, quando muove da una donna è sempre più delicato da compiere, sempre complesso, affascinante. La ricerca della libertà, chissà quando una sosta? Libertà da oppressioni, violenza, da ombre, segreti. La fragilità, ancora una volta, del rapporto magico e morboso di una madre e di un figlio. Le Antigoni che ruotano nella mente, ormai poco resistente, che abita l’Alzheimer. L’amore, che tenta in tutti i modi di stare lontano dalla retorica, ma che indubbiamente indossa le solite facce a cui l’uomo è abituato e alle quali non sa, non vuole, non può sottrarsi. L’amore in fondo al mare, l’amore in fondo a un fiume, interminabile amore, cielo azzurro, cielo nero. L’amore tra il miracolo della vita e il miracolo della morte. L’amore nella genuinità degli occhi grandi e voluminosi di Fortunata, illusorio di fronte il sesso fine a se stesso, di fronte dunque scene preventive, arrivate in anticipo e forse mal distribuite, forse non necessarie affatto, come il ‘transfert’ tra paziente e psicologo. Antico certo, ma riduttivo. È la vita, la strada, l’esperienza, il dolore, a tracciare ogni possibile rimedio, o a correggere ogni respiro dimezzato. Fortunata, in una interpretazione magistrale di Jasmine Trinca ( da poco vincitrice a Cannes come migliore attrice),  raggiante libellula, che ha tatuate due ali di farfalla, o d’angelo, ha bisogno di cedere il suo corpo nella materia fluida e leggera ch’è il mare per riappropriarsi di sentimenti veri, diluire quel corpo ai suoi conflitti. Ci sono cose che non si posso dire o spiegare, cose nobili, eppure oscure, che solo la natura può abbracciare, solo con essa possono trovare pace.

eda15441fd9f193af9f829c2dfe2f92aE allora la pazzia che cos’è? Qualcosa che come l’amore richiede pazienza, o forse istinto, ma in tutti i casi il pensiero fallisce poiché non si può esaurire in alcuna definizione. Così come fallisce ogni definizione di ciò ch’è normale e di ciò che non lo è. E se la morte abitasse le case, le strade, i paesi, le periferie e nessuno se ne accorgesse? E se la vita fosse davvero in fondo agli abissi? A queste domande trascendentali, cariche di pathos emotivo, la Mazzantini cerca di dare risposte mai complete. Non detta giustificazioni, ma lascia l’amaro in bocca a chi davanti uno schermo alla fine, nei titoli di coda, si trova disorientato, con un insieme di sensazioni diverse, che si fermano tra la gola e il cuore.

[quote]Si esce dal cinema e il vento tra i capelli insieme all’altezza di certi ponti su cui si cammina portano a chiedere del presente e delle paure, sbattono in faccia una bellezza singolare, nuova, colta perché pura.  Stare in ascolto di se stessi, questo il compito più arduo attraverso cui si può davvero trovare ciò che si desidera.[/quote]

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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