Ho scambiato dei fiori per una prostituta

Questo è uno di quei racconti nati per puro caso, da una parola e da un gesto, mossi da indole giocosa. Ho rimuginato per molti mesi su quest’idea e finalmente è venuta al mondo. E’ strano quanto l’inconscio lavori al posto nostro, talvolta, e tocca a noi diventare preda di quest’entità per farne buon uso… Difatti, questo è il racconto che ho deciso di inviare per partecipare al concorso Premio Nazionale di Poesia e Narrativa “Francesco Graziano” VI Edizione, indetto da Ilfilorosso associazione culturale.
In principio avevo deciso di spedirne un altro, uno di quelli molto più studiati, forse più ricercati, ma quando il mio protagonista ha incontrato la prostituta tutto è cambiato… Sono contenta di aver creduto in questa piccola creazione, poiché grazie ad essa ho potuto ricevere una menzione speciale da parte della giuria del Premio “Francesco Graziano” che ringrazio calorosamente.
Ad oggi avrei modificato la struttura, ripensato ad alcuni vocaboli, rettificato alcune frasi. Ma voglio proporvelo così, nudo e crudo com’è stato letto e giudicato.

A voi…

 

Alle dieci del mattino non ci sono più di quindici gradi, quantomeno in primavera. Quel 17 d’Aprile però ne riserva ben trenta. Trenta gradi sbattuti a gran furore sull’asfalto bagnato. Di certo non sono molto d’aiuto a Jack, che per questo motivo ha intenzione di non premere sull’acceleratore, vuole andar calmo, arrivare all’appuntamento col capo cantiere per le 11:30, così da non avere scommesse da elemosinare a se stesso. 

Jack si dice, mentre mette la terza, di voler fermarsi all’autogrill, prendere un goccio di amaro e poi ripartire, dirigersi nuovamente verso il cantiere.
Ma lui non è tipo da un solo goccio e via. Il suo passato è macchiato da vino rosso e pasta al sugo, di serate passate alla mercé di buttafuori e gente poco raccomandabile; una vita un po’ allo sbaraglio. Cercava di starle lontano, ma quella, come colla a presa rapida, stuzzicava Jack inchiodandolo alle etichette del rum, dei magici whiskey e del verde assenzio. Verde, come gli occhi di Lara.

Jack l’odiava Lara, quella sgualdrina che aveva osato lasciarlo solo perché ogni tanto si faceva una sbronza. Jack l’amava Lara, l’amava da quando la vide in ospedale accompagnare sua madre al pronto soccorso, mentre lui, con mano mezza mozza, tirava sentenze sul personale sanitario. Si erano incrociati, lei camminava sui tacchi come mosca su acqua, lui aveva deciso da subito che doveva essere sua.
Così era stato, “sua” per un anno e venti giorni, poi lei era fuggita con un altro, liberandosi di quel cane del suo compagno. Per lei, Jack era solo calce e tabacco. Tornava a casa sfatto da lavoro, ma adorava il corpo di lei, lo bramava di notte, anche se odorava di sudore, di brina e terra; anche se la sua bocca sapeva di fumo. A Lara non era bastato.

L’autogrill è mezzo deserto; Jack è un po’ agitato, ha un’illogica paura di farsi beccare da qualche pattuglia della polizia, il suo spirito agogna un bicchierino.
Mentre quei vacui pensieri affollano la sua mente, gira a zonzo tra i piccoli e polverosi scaffali; si respira un’aria buona lì dentro, fresca di condizionatore. Alla vista delle tanto bramate bottiglie, l’agitazione sparisce e Jack inizia a contorcersi tra i prezzi ed i rintocchi dell’orologio. Decide di uscire dall’autogrill con una busta piena di liquori e alcolici vari. Una volta in auto, il sacchetto di plastica è già un vago ricordo, circa tre bottiglie sono già mezze aperte sul cruscotto sotto il sole cocente, e si riscaldano vivacemente evaporando in subdole esalazioni; a Jack piace bere, gli dà una gran carica, lo fa sentire libero. Ha anche ripreso ad andare a puttane, soprattutto da sbronzo. Si diletta nell’arte dell’amore a pagamento con le donne più belle, le sensazioni migliori vengono proprio dal quel bere incontrollato.

L’uomo decide che è il momento, deve andare, è tardi. Il suo orologio segna le 10:45, adesso sì che deve darsi una mossa.
Con ancora il whiskey in circolo allaccia la cintura, gira la chiave e parte. La sgommata brucia nelle sue orecchie, si chiede “Cazzo! Ma sono stato io?”. Sì, era stato proprio lui.
Di fianco alla sua mano destra, che porta avanti e indietro le marce a gran velocità, siede il suo compagno, un bottiglione di Gin squisitamente aperto,  la cintura allacciata e il tappo semichiuso ciondolano vivacemente sotto quel rosso sudore che è il sole.
Doveva andare veloce, Gimmy lo avrebbe ripreso. Non sarebbe stata la prima volta.

Il sole é accecante, quasi sul punto più alto del cielo. L’alcol gira in modo bizzarro dal cuore alla gola, dallo stomaco al fegato, che avrebbe potuto fare? Buttarsi sul ciglio della strada sbarazzandosi della sua coscienza?
Avrebbe continuato ad andare dritto.
Lo avrebbe fatto se l’asfalto non avesse iniziato a svaporare in nuvole trasparenti, simili a miraggi nel deserto. Se quel sole così caldo non avesse sfidato la sua mente a vedere il nulla materializzarsi davanti.
In lontananza, di fianco ad un piccolo tugurio fatiscente, intravede una figura. Le gambe scintillanti alla luce del sole, i capelli color del rame ed una mano che tenta d’attirare la sua attenzione: ce la fa in pieno. Jack frena mentre il tachimetro segna bizzarramente i 100 all’ora, sterza sulla sinistra e sbatte contro il guardrail, strisce nere e fumanti seguono le sue ruote, lui è salvo, la sua testa un po’ meno.
Quando si gira avverte la giovane sorridergli di un sorriso sincero, con un cenno di assenso lui volta l’auto ammaccata e si dirige nell’ombra di quell’anfratto.

La bellezza della ragazza è estasiante, ricopre l’intero posto di un profumo dolce e sensuale. Jack le guarda il volto, la ragazza esibisce con amarezza quel suo corpo luminoso, sorridendogli con le labbra da bambola e i capelli ricolmi di rose. Jack non capisce più niente, si poggia ai suoi piedi, quasi a chiederla in moglie, si gira per controllare che non ci fosse nessuno e, rassicuratosi, inizia a lisciare quelle gambe bianche come il marmo. Pian piano la sua carne diventa fuoco, e rovente è anche la sua testa, intrisa di pensieri melliflui. Non era la sua donna, non era la sua dolce e piccola Lara, era una che si concedeva per denaro, lo capiva bene. Lo sapeva.
Così come ne è consapevole la sua lingua che, ancora bagnata d’alcolici di dubbia provenienza, saggia con incurante calma il miele che scivola dalle sue cosce. La ragazza lo guarda con occhi di bambina, lui, dal canto suo, sente il sussurro d’un amore invisibile, che sarebbe finito nel giro di venti minuti.
Lei caccia la testa indietro, mostrando la sua gola come ponte verso un altro mondo. Un nuovo universo fatto di ombre ed oscuri piaceri. Gira il viso, lo guarda. Lui si leva alto, come il sole di mezzogiorno che luccica esoso in quel cielo cristallino. Decide di prenderla per la gola attirandola a sé, muscoli vigorosi si contraggono a quella stretta; la bacia, lo fa come avrebbe fatto con sua moglie, come se ne conoscesse da sempre le profondità. E da lì, scende giù, di più, a svestirla delle vergogne, quelle che erano velate da una vita indiscussa, spazzate via da un bacio e nulla più.

L’unione della carne esprime il tepore delle esistenze, siamo solo marinai su una barca senza remi, che si perde nelle idiozie delle stelle supernova, mentre un corpo fa eco ai nostri pensieri. Ci indica la via, ci fa godere del cammino.
E’ così che Jack percepisce la vita, sente l’universo alto in cielo, il sangue in circolo venato da sottili fili di alcol ribattezzato a compagno di vita. L’unica debolezza che lo riesce a contenere: quelle gambe di gesso e le labbra di spuma.
Quando sboccia per l’ultima volta, Jack la guarda in viso: le lentiggini affiorano timide sulle guance; gli occhi, d’un verde così intenso da spezzare ogni frontiera, battono sinceri ad ogni bacio; i capelli color caramello scendono sinuosi a valle come foglie di tenero grano, morbidi sulla falce. Accarezzati un’ultima volta, Jack si riveste, baciandola ancora come aveva fatto in precedenza.  Si fionda in auto all’ombra del tugurio, asciugandosi il volto; attende giusto  il tempo della ripresa e mentre mette in moto l’auto, si ferma pensando al pagamento. Deve dare dei soldi a quella giovane.
Ma fuori dalla macchina non c’é più nessuno. Scende dall’auto, fa il giro del posto.
Il nulla.
Mentre sfoglia i centimetri in cui lui era stato, vede per terra l’impronta dei suoi piedi nel fango, solo quelli, solo i suoi. Nello stesso punto cresceva una pianta verde splendente con fiori rossi e gonfi come crine di cavallo.
Possibile?
Il fusto era generoso e forte, liscio al tatto, i fiori portavano corolle brillanti, quasi bagnate.
Aveva immaginato?

L’orologio si mette a suonare come impossessato da un demone, Jack lo sbatte, lo uccide. Guarda di nuovo il punto in cui aveva avuto la ragazza, non c’era niente.
Doveva scappare, andare dal capo cantiere.
Butta tra i fiori 50 euro. Il vento li raccoglie portandoli con sé.

Gimmy é furioso, aveva fatto ritardo di mezz’ora. Guardandolo arrivare, sconvolto, si mette a gridare “Jack, disonesto!!! Sapevi che l’appuntamento era di vitale importanza! Dove diavolo sei stato? Che cosa hai fatto?! Sei finito in un torrente lercio? Guardati! Sembri scombussolato… muoviti!”
Jack guarda Gimmy, lo guarda come fosse orbo. Non riesce a parlare, ed incespicando sulle parole sussurra “ho scambiato dei fiori per una prostituta”.

 

 

Franz

Franz Tropea

Nata in una pozza d'acqua scura, intrisa di colori scintillanti. Poco poco viva, poco poco morta; in perpetua oscillazione tra una vana porta, logora e spoglia, e l'Isola-che-non-c'è.

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