Santiago – parte 1: Una cosa da poco

Santiago era nato in uno di quei quartieri in cui una parte degli abitanti attende la notte per poter finalmente sprofondare nell’oblio, l’altra parte per potersi dedicare ai propri “affari” e ai propri vizi protetti dall’oscurità.

Era un quartiere a ridosso di una collina, dalla cui altura si poteva vedere il centro della città, le architetture antiche e le case della gente benestante, che sembravano sbeffeggiare le case cadenti e sporche, accatastate l’una sull’altra senza un disegno intelligente, del quartiere di Santiago. Di giorno le strade sembravano un mercato, con le persone che gridavano, i panni stesi e l’ansia da venditori di guadagnare dei soldi anche con il raggiro e la manipolazione. Ma Santiago di questo non si accorgeva nei suoi primi anni di vita, per lui i rifiuti per la strada erano giocattoli, il disordine il suo ambiente naturale, le strade solo luoghi dove poter correre e tirare calci al pallone con il mondo adulto delle persone che trafficavano intorno a lui che rimaneva misterioso e sconosciuto. Quel mondo adulto che lo avrebbe presto messo in mezzo prepotentemente ai suoi traffici, al suo cinismo, alla sua disperazione.

Il padre di Santiago aveva abbandonato la famiglia quando lui era piccolo, la madre per vivere vendeva per strada un derivato della cocaina chiamato polvo. Già dagli 8 anni era Santiago a trasportare la droga, perché aveva meno probabilità di essere perquisito dalla polizia. A volte la madre lo mandava anche a fare le consegne da solo. Tutto questo durò fino a quando, Santiago aveva l’età di 10 anni, una coppia di poliziotti non gli venne incontro con un cane antidroga. Il cane iniziò ad abbaiare e la madre si allontanò dal figlio velocemente senza voltarsi, dopo aver detto al figlio “non dirgli niente”. Fu la ultima volta che Santiago vide sua madre. Ma non disse niente. Non disse niente quando i poliziotti gli trovarono addosso la droga, non disse niente alla centrale di polizia, non disse niente quando si trovò di fronte al giudice, non disse niente quando fu affidato ad una casa famiglia. Ma la prima notte nella casa famiglia, quando rimase solo, scoppiò in un pianto incontrollato e disperato.

Gli altri bambini e ragazzi della casa famiglia lo maltrattavano essendo l’ultimo arrivato, ma lui sopportava in silenzio, essendo anche abituato a sopportare le molestie dei compratori insoddisfatti o sballati della droga della madre. Anche le educatrici lo rimproveravano, perché quasi non comunicava e non si rendeva disponibile a fare niente. Ma questo periodo non durò molto, una notte scappò scavalcando il muro di recinzione della casa famiglia e si trovò libero, disorientato, ma libero e pieno di forza. Iniziò a condurre una vita di strada, mendicando di giorno e dormendo nei parchi di notte. Fu in uno di questi parchi che conobbe Juan, un anziano vagabondo che lo fece appassionare al potere delle parole. Juan aveva la frase giusta per ogni circostanza, tratte dall’infinità di libri che aveva letto nelle biblioteche durante la vita e che ricordava con precisione. Le sue rughe mentre le pronunciava si contraevano dando al suo viso una espressione misteriosa e vigorosa, come se quel viso e quei lineamenti custodissero segreti che potevano cambiare la vita. Una volta gli parlò di come le parole, quando le persone crescono e le scompongono, le analizzano, perdono il loro potere di evocare immagini e sensazioni. Una facoltà che è però intatta nei bambini e forse lo era per tutti in una fase ancestrale dell’umanità. Una facoltà rimasta intatta anche nella poesia.

Juan era affezionato al bambino, che ascoltava i suoi racconti e i suoi ragionamenti con gli occhi spalancati. Non gli disse però che era malato, che si stava spegnendo. Rimasero scolpite nella memoria del bambino le sue ultime parole, dette steso a terra con la schiena appoggiata ad un albero “Io non credo nella rinascita. Credo nella sopravvivenza e nel genio. Credo nella morte che elimina le impurità e leviga la vita. Credo nell’amore che rende la morte una cosa da poco”. Parole che sarebbero diventate profezia. Il bambino teneva la testa sopra il petto dell’uomo quando questi esalò l’ultimo respiro e si accasciò. La sepoltura della conoscenza è una fosse comune. E forse è giusto così, la saggezza rifugge le celebrazioni. Che la nostra aspirazione non debba diventare di essere anonimi e comuni, comuni a tutti? Come un graffito su un muro di uno street artist sconosciuto. Come una ballata popolare le cui origini si perdono nel tempo. Che la nostra vita diventi un messaggio condiviso, che evoca sentimenti in tutti, il cui autore non ha importanza.

Vincenzo Costabile

Laureato triennale in psicologia con una tesi su creatività e psicopatologia. Giocatore e istruttore di scacchi. Ho la passione per tutte le espressioni artistiche e soprattutto: poesia, letteratura, cinema, fotografia, teatro e musica. Scrivo poesie, storie, riflessioni e articoli giornalistici, suono la chitarra e fotografo. Mi piace svolgere attività di volontariato e mi interessa la politica. Amo viaggiare, sebbene per me il senso principale del viaggio sia immergersi in una nuova cultura.

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