In viaggio per “Ellis Island” con Georges Perec, fra erranza e speranza

 

Quando, a sedici anni, il giovane Karl Rossman entrò nel porto di New York a bordo della nave fattasi più lenta, la statua della Libertà, che osservava già da un po’, gli apparve in un soprassalto di luce. Il braccio che brandiva la spada pareva si fosse levato in quel momento, e l’aria libera soffiava intorno a quel grande corpo.

(Franz Kafka, America)

Ellis Island, di Georges Perec, 2017 Archinto, Milano  

Lettura condivisa presso località Gesariallu, di Decollatura (CZ)

Capita molto spesso di restare rapiti di una qualche storia. Leggendo un articolo di giornale, un nome o un titolo creano una musicalità particolare. Nel periodo storico dello spaesamento per eccellenza, quello che stiamo vivendo, appare affascinante l’idea di ripercorrere la storia, oltre che necessaria. Interessante si presenta la ricerca. C’è chi la propone nella letteratura, nel teatro, nel giornalismo, accattivante anche l’impresa editoriale. Appare davvero strano l’orecchio, di fronte le svariate forme di razzismo che vengono a crearsi oggigiorno, rispetto le barche in mare, lungo il Mediterraneo, lungo coste che segnano speranza e morte. Se ci soffermiamo un attimo su questi ultimi elementi – speranza e morte – scopriamo delle assolute analogie al presente, anch’esse caratterizzate da conseguenti forme di razzismo, se ripensiamo al passato, alla seconda guerra mondiale per esempio. Allora, molti dei nostri nonni partirono, obbligati a farlo, per altre terre, con lo stesso sentimento di inquietudine e di nostalgia dei migranti del presente. Vi furono emigrazioni spontanee, connaturate da una forte povertà, altre obbligate, militari, politiche, strategiche, insomma vi furono delle partenze e degli abbandoni, dei flussi migratori senza tregua, senza mai ritorno. Dopo la seconda guerra mondiale fu l’America, meta d’oro d’Europa, sicché negli anni a seguire tante furono le bocche da sfamare, le gambe e le braccia su cui contare lunghe giornate lavorative, danaro, e futuro per figli e nipoti. Tanti europei divennero battezzati americani. Questo e altro nella fantasia di tutta Europa rappresentava l’unica via di salvezza.

Eppure l’America non durò poi molto…

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Georges Perec, nella recente pubblicazione di Archinto, che prende la struttura di un libriccino la cui forma di scrittura muta di pagina in pagina, non segue punteggiatura fissa, racconta di un oceano Atlantico pronto a tracciare lunghissimi viaggi. Era gente proveniente da tutte le parti. Alla fine, sarà un numero esorbitante a registrare l’infinito flusso migratorio che aveva come meta di sbarco l’isolotto adiacente la statua della libertà. Stiamo parlando di “Ellis Island”, della Manatthan galleggiante, l’isola delle lacrime, perché sapevano che da lì potevano anche essere rispediti. Lunga 14 metri, l’isola dei gabbiani, secondo gli indiani, l’isola delle ostriche, secondo invece gli islandesi, isola della forca per colui che la comprò.

Sono storie di erranza e di speranza, quelle portate avanti da Perec con grande senso di responsabilità, volte ad informare, attraverso oggettivi passaggi storici, dando rilievo a una brillante descrizione che, fino all’inverosimile, conduce il lettore ad udire rumori, suoni, e a vedere immagini, colori, di oggetti, porta ancora, a delineare dettagli, umori, sensazioni dell’umano. Perec, (1936 – 1982) scrittore francese, membro di spicco del gruppo dell’OuLiPo, che si prefiggeva di esplorare le potenzialità creative delle regole o costrizioni formali e strutturali in letteratura, nel 1978, in seguito al successo del suo romanzo “La vita, istruzioni per l’uso, abbandona il suo incarico di documentarista in neurofisiologia al CNRS per dedicarsi completamente alla scrittura. Ed è proprio tramite questa passione ultima che l’autore compie un passo decisivo nella sua vita. Possiamo prendere atto, grazie all’opera di Perec, di un cambio di rotta, dietro al quale però l’emigrazione non s’è mai fermata.

Non è mai per caso che si va oggi a visitare Ellis Island

Dicevamo, l’America non durerà poi molto…Poco a poco, infatti, si richiude la Golden Door di quest’America favolosa dove i tacchini cadono già arrostiti direttamente nei piatti, dove le strade sono lastricate d’oro, dove la terra appartiene a tutti. Durante e subito dopo la seconda guerra mondiale, Ellis Island, portando a compimento la sua vocazione implicita, diventerà una prigione per gli individui sospettati di attività antiamericane (fascisti italiani, tedeschi filonazisti, comunisti o presunti tali). Il 12 novembre 1954 il traghetto Ellis Island fece l’ultimo viaggio portando con sé l’ultimo migrante. Oggi è un monumento nazionale, come il monte Rushmore, l’Old Faithful e la statua di Bartholdi, amministrato da Rangers con tanto di cappello da scout che lo fanno visitare, sei mesi all’anno, quattro volte al giorno.

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Su Ellis Island il destino aveva l’aspetto di un alfabeto

Cinque milioni di emigranti provenienti dall’Italia, quattro milioni provenienti dall’Irlanda, un milione di emigranti provenienti dalla Svezia,  sei milioni dalla Germania, tre milioni dall’Austria e dall’Ungheria, tre milioni e cinquecentomila emigranti provenienti dalla Russia e dall’Ucraina, cinque milioni dalla Gran Bretagna, ottocentomila dalla Norvegia, seicentomila dalla Grecia, quattrocentomila dalla Turchia, quattrocentomila dai Paesi Bassi, seicentomila dalla Francia, trecentomila dalla Danimarca.

Tra il 1892 e il 1954 Ellis Island, l’isolotto alla foce del fiume Hudson, è stato il luogo in cui si svolgevano le pratiche d’ingresso degli immigrati dall’Europa. Le norme che regolavano i flussi di questa immigrazione, all’inizio blande, si fecero col tempo sempre più severe: alla fine si registrarono 200 mila respingimenti e 3000 suicidi. Nato a corredo di un filmato realizzato da Robert Bober tra il 1978 e il 1980 per l’Istitut Nazional de l’Audiovisuel, il testo di Perec, voce fuori campo che esplora stanzoni abbandonati, corridoi, assi sconnesse, vecchie fotografie in bianco e nero, lavandini, oggetti e residui di ogni genere, è diventato anche un libro. L’infaticabile descrittore di luoghi, di cose, di spazi, interroga qui << il luogo stesso dell’esilio>>, la dispersione, la diaspora. Come sempre, per Perec, raccontare una storia vuol dire prima di tutto nominare, enumerare, percorrere elenchi e nomenclature. Rintracciare la voce delle cose attraverso la loro semplice presenza. L’elenco diventa una litania senza lamento. È un raccontare atraverso un pieno di cose che evidenzia un vuoto di senso, infiniti particolari vengono detti proprio perché l’insieme risulta indicibile.

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Valeria D’Agostino

Valeria D'Agostino

Nata e cresciuta a Lamezia Terme, ha 29 anni, i suoi studi sono giuridici ma attualmente è la letteratura ad essere al centro di ogni cosa. Componente del blog collettivo Manifest. Corrispondente per un giornale locale, collabora con alcune riviste nazionali online. È vicepresidente di Scenari Visibili, associazione culturale teatrale, fa parte del direttivo TIP Teatro. Appassionata di poesia, antropologia, luoghi e paesaggio.

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