SGUARDI INCROCIATI: ancora sull’idea di coordinamento, intervento del professor Franco Ferlaino

Riceviamo e pubblichiamo la nota del professor Franco Ferlaino, cultore di antropologia e docente Unical, a proposito di:

SGUARDI INCROCIATI, Proposte e riflessioni intorno ad un coordinamento di azioni, persone ed esperienze, di nuova identità calabrese (Una montagna di pace 2.07.2017, Corazzo).

Le associazioni dei paesi di fascia montana propongono il ritmo slow e vedono con sospetto le accelerazioni, soprattutto se sostenute dalle associazioni di fascia costiera che tendono, magari involontariamente, a operare “fast”

E’ utile trovare argomentazioni culturali a sostegno della vostra proposta che deve trovare fondamento nella necessità di interfacciare le associazioni dei paesi di fascia marina (come Lamezia, Curinga, Gizzeria, Nocera T., Falerna) con le associazioni dei paesi interni, della fascia montana (Conflenti, Soveria, Carlopoli, Decollatura, ecc.). Questo nella prospettiva che l’implosione urbana verso le marine è un fenomeno inarrestabile, di lunga durata (secoli), come è sempre avvenuto in Calabria, sin dai tempi degli Ausoni, degli Enotri, dei Bruzii. In tale “riscoperta del mare” vanno “sognati” gli habitat calabresi del 3° millennio; perché i circa 800 km di costa della nostra regione ne definiscono la mediterraneità e una vocazione marittima che ci vede al 3° posto in Italia, dopo la Sardegna, la Sicilia e la Puglia. Un dato, questo, almeno altrettanto importante (se non di più) della vocazione territoriale montana. Le marine del mediterraneo sono in rapida crescita, i “paesi due”, i doppi costruiti sulle spiagge (come Gizzeria Lido, Falerna Marina, Marina di Nocera Terinese), hanno, già da tempo, una demografia superiore a quella dei “paesi uno”.

Questo non significa che si debba rimanere inerti o favorire lo svuotamento dei centri interni; occorre comprendere che è anch’esso un fenomeno di lunga durata le cui problematiche si affronteranno in maniera più regolare, quanto più si riescano a legare a quelle dei centri marini. Oggi questo è possibile perché, a differenza, del quasi totale oblìo che caratterizzò la grande migrazione “mare-monti” (dovuta alle scorrerie saracene che hanno spopolato e portato alla scomparsa di tutte le antiche città dell’ultima civiltà marittima calabrese, come Temesa, Laos, Terina, Sybaris, Clampetia, ecc.), oggi siamo costruttori e cultori di memorie storiche in grado di non fare scendere un “sudario di morte” sugli attuali centri interni. Verso questi si è sviluppata una grande riflessione antropologica (vedi gli scritti del prof. Vito Teti) che hanno avuto una ricaduta importante. I movimenti culturali e politici hanno sviluppato una grande attenzione verso tali problematiche e sono fortemente determinati a porre in essere una riconversione abitativa per i centri in via di spopolamento (si pensi al grande dibattito suscitato dalle esperienze di Riace e Badolato, in Calabria). Il fenomeno dell’immigrazione non ha i connotati delle precedenti incursioni, bensì della fughe; si tratta prevalentemente di gruppi etnici con il sogno di un riscatto dalla povertà strutturale e in fuga da guerre civili ed etnocidi.

La tendenza migratoria interna, “monti-mare”, si presenta con caratteristiche inverse rispetto all’ultima “mare-monti”; essa è caratterizzata da una scelta discrezionale e di piacere, non perché costretti a fuggire dagli attacchi turcheschi. A soffrirne di più sono i paesi di fascia intermedia, quelli che si affacciano al mare, ma non hanno marine nel loro territorio comunale. In tali centri l’attrazione del mare è più sentita per vicinanza dell’elemento, per la maggiore occasione di poter sperimentare modelli viari, abitativi e urbani nuovi, più comodi e più rapidi, per il dato climatico più mite e più economico, per l’apertura di paesaggi e orizzonti più ampi. In essi la migrazione verso le marine è intensa e aggrava lo spopolamento generale avvenuto soprattutto a causa dei grandi flussi di emigrazione verso le “Americhe”, i Paesi del nord dell’Europa e dell’Italia settentrionale. In tali paesi la migrazione verso il mare depaupera il dato demografico interno, a differenza dei paesi di fascia costiera dove la migrazione marina rimane all’interno del territorio comunale e lascia inalterato il dato demografico dei residenti. I paesi di fascia montana risentono meno dell’attrazione del mare; il loro spopolamento è legato ai grandi flussi dell’emigrazione storica. Sul loro immaginario, il modello marittimo incide di meno e le loro sollecitazioni identitarie sono più autoreferenziali, rivolte più che altrove all’universo e alla cultura propria, a quel mondo contadino, a ritmi e modelli slow che sono spesso declamati reclamati dai loro poeti, dal revivol etnomusicale, dal rilancio dei prodotti tipici, dai modelli slow imposti o suggeriti dalla crisi del modello economico espansionistico. Tutti fattori che si contrappongono al modello fast che tanto suggestiona le genti dei paesi di fascia costiera. Eppure la Calabria, terra lunga, stretta e montagnosa, ma al contempo con uno sviluppo costiero di circa 800 km, presenta una vocazione territoriale nella quale la montagna s’interfaccia strettamente con il mare; tutte le comunità calabresi evocano la bellezza di un’esperienza sospesa tra ma mare e montagna. In Calabria e in tale ottica sono nate e operano soggetti e associazioni sensibili e attenti agli “sguardi incrociati” tra le economie dell’area marina e quelle dell’area montana; è il sogno di una regione che intende unire il dato territoriale, storico e antropologico al dato sociale e politico. E’ un mantra invocativo il cui riverbero echeggia in ogni  angolo e comunità della Calabria.

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Occorre, però, confrontarsi sulla metodicità organizzativa e progettuale; tralasciando l’antipatica e spinosa argomentazione psicologica che urta la suscettibilità di ogni individuo. Occorre concentrarsi sui fattori più razionali che noi calabresi (dobbiamo riconoscerlo) non coltiviamo abbastanza perché preferiamo dare sfogo alla nostra indole passionale su cui fondiamo ogni nostro sistema relazionale. Noi meridionali abbiamo eccellenze che, purtroppo, sono costrette a emigrare perché trovano migliori condizioni per esprimersi in regioni e in Paesi con più pratica organizzativa; vedi il successo dei nostri ricercatori e professionisti – medici, tecnici e artisti soprattutto – che vanno a lavorare “fuori”, nei luoghi dove è maggiore l’impegno organizzativo. Traslare l’attenzione e il dibattito verso il dato motivazionale significa che concentriamo l’attenzione delle une e delle altre associazioni che si tratta solo di abilità acquisibili da tutti quelli che si mettono nelle giuste condizioni d’impegno. E’ in tale prospettiva che ho proposto di non mirare a un coordinamento regionale che includa tutte le province, ma di iniziare semplicemente da un coordinamento tra le associazioni del territorio marino e montano del lametino, aprendosi tutt’al più a un’azione di cerniera con la provincia di Cosenza che passa attraverso le aree marine e montane del solo territorio amanteano.

Valeria D'Agostino

Nata e cresciuta a Lamezia Terme, ha 29 anni, i suoi studi sono giuridici ma attualmente è la letteratura ad essere al centro di ogni cosa. Componente del blog collettivo Manifest. Corrispondente per un giornale locale, collabora con alcune riviste nazionali online. È vicepresidente di Scenari Visibili, associazione culturale teatrale, fa parte del direttivo TIP Teatro. Appassionata di poesia, antropologia, luoghi e paesaggio.

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