Calabria grecanica tour: “Gerace, tra arte e fede”

 

In viaggio con lo stupore sulle spalle, diario di bordo   (giorno 1)

 

A volte ritorni ma lasci una parte di te nel viaggio, o forse è il viaggio che ti accompagna anche dopo il ritorno. A volte dei luoghi ti forgiano l’anima come le piogge torrenziali, il sole e il vento incidono la pietra. A volte incontri casuali ti fanno intravedere un mondo che non esiste più, ma che continua a farsi sentire come eco. L’area grecanica calabrese non può lasciare indifferenti. E’ una terra troppo estrema, troppo dura, così come la roccia che affiora in essa dappertutto, che sembra qui emergere, spina dorsale rimasta allo scoperto, levigata e squarciata dalle fiumare, che portano via tutto: sovrastrutture, menzogne della modernità, lasciando l’essenziale e anche meno. Mai come in altri posti d’Italia sull’Aspromonte si nota come l’uomo sia semplicemente ospite, un soggetto quasi estraneo al territorio, che sembra sopportarlo, mai accettarlo del tutto. Difficile vivere e persino sopravvivere su una terra in costante movimento, mutamento, difficile pensare ad un futuro. La natura qui ti schiaccia, ti fa sentire piccolo. Vedi l’Amendolea e pensi alla potenza immensa che essa poteva sprigionare (prima della costruzione della diga a monte) come dimostrano le alluvioni terribili del ’51, ’71 e ‘73, che hanno portato all’abbandono di Roghudi. Vedi un greto essiccato su cui scorre un rigagnolo d’acqua ora nella siccità estiva, che durante le grandi sciroccate dell’autunno e dell’inverno, a causa di piogge che noi provenienti da climi gentili, non possiamo nemmeno immaginare. Dall’alto l’Amendolea assomiglia ad una striscia lavica, e lo è davvero. Con il suo carico di morte e distruzione. Ma come ogni cosa terribile incanta.

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“La potenza della natura nel farci sentire piccoli ci fa ascendere verso noi stessi, ricompattandoci. Facendoci conoscere meglio quel che siamo. Delle formiche laboriose che vivono in un mondo meraviglioso e terribile”.

Come quasi ogni anno, ormai, proseguiamo il nostro mini tour calabrese, alla ricerca di paesaggi, storie, visi di persone e di animali. Perché in Aspromonte anche le pietre e i fiori prendono vita, hanno la loro identità. Il campeggio che faremo è a Palizzi Marina. Arriviamo con un po’ di ritardo. Decidiamo prima di fermarci a Gerace. Il comune di 2.700 abitanti, della provincia di Reggio Calabria, ci appare da lontano, mentre saliamo, come arroccato su una roccia piana. Pare che nel 2015 abbia conquistato il 7º posto tra i 20 borghi più belli d’Italia.  Un paese ricco di storia e di fascino medievale. Vi sono infatti un castello, la cattedrale, la chiesa di San Francesco, e molte altre chiese più piccole di carattere bizantino. La giornata è calda. Ci fermiamo non appena vediamo un bar per prendere dell’acqua. Non si poteva scegliere giornata migliore per visitare dei luoghi ricchi di opere architettoniche meravigliose. Ma la curiosità oppone resistenza ad ogni cosa. Un cane all’entrata, sotto l’arco principale di Gerace, centro storico, dorme sotto il caldo cocente. La Cattedrale aprirà alle 15.00, c’è da aspettare ci dicono le sorelle Bolognino della bottega “Sapiri e Sapuri” di prodotti enogastronomici e non solo. Si chiama “Kitza” il nome dell’azienda. Veniamo attirati ad entrare da una pianta di gelsomino. Loro sono più che accoglienti. Offrono del gelsomino a tutti noi. Intanto una delle due ci racconta di come un tempo, qui, erano le donne ad avere il comando della famiglia, dell’economia, del lavoro.

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“Una famiglia, dunque, matriarcale e non patriarcale”.

La cosa incuriosisce parecchio. Ci spiegano l’importazione del gelsomino a Gerace, di come queste donne avevano, grazie al fiore, guadagnato la loro autonomia, e dei numerosi scioperi, attraverso cui avevano ottenuto il diritto al lavoro. Ma pure della grande fatica, dei bambini da portare a lavoro, dei bambini che aiutavano le mamme a raccogliere tanti, infiniti fiori di gelsomino. Perché per arrivare a un kg ce ne volevano tanti. Proprio tanti. Ogni volta che ti giri intorno, qui, trovi qualcuno pronto al dialogo. Sembrano davvero incontri segnati, forse perché ci segna l’intensità dell’incontro stesso. Mentre siamo seduti in attesa dell’apertura della cattedrale, veniamo attratti da alcuni giovani in tuta bianca che si muovono e portano degli attrezzi, sulla destra della Cattedrale. Pare una villa. Decidiamo di entrare. Non per occupare il tempo ma perché crediamo di trovare qualcosa di interessante.

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Si tratta di persone vicine ai beni culturali, sono storici, conservatori, c’è la parte scientifica, archivisti. Ci accoglie Silvia Orsi. Responsabile del progetto Arte e Fede, fra gli altri al piano di sopra del Complesso. Inizia a parlare. Noi siamo felici di ciò. Il polo di Reggio Calabria e il settore di Architettura curano la parte di rilievo grafico e tridimensionale, tutti formano degli anelli della stessa catena. Una squadra perfetta, che sotto il sole di agosto, quasi come un miraggio, se si pensa al borgo deserto, lavora per perfezionarsi, per offrire a questa terra qualcosa di fortemente necessario. Competenza, passione, determinazione. Massa critica, resistenza, a dispetto della politica regionale che ci governa, che non ne sa nulla di questo cantiere, e che però mette in gioco studenti, laureandi e dottorandi provenienti dalle più importanti università e accademie italiane. Il progetto, gratuito ai partecipanti, nasce l’anno scorso, in occasione di tutta una serie di ritrovamenti, buttati via, pertinenti alla cattedrale. Quello che vediamo è una porzione di materiali di decorazioni in marmo trovati all’oratorio, nell’orto dei cappuccini, ed è parte dei 12 altari smantellati negli anni ’50. (In quel tempo si era deciso di riportare la cattedrale di Gerace al suo antico aspetto normanno). Si smontano il soffitto a cassettoni, decorazioni di stucco e tempera. Gli altari superstiti sono 3, 12 vengono smantellati e buttati in giro. Il progetto di studio e restauro interessa tre siti individuati come di particolare interesse, che si trovano al nord, al centro e al sud della diocesi di Locri – Gerace. Il primo intervento interessa la Chiesa matrice di Caulonia con indagini conoscitive per il restauro del sepolcro marmoreo di Giacomo Carafa, morto nel 1489, realizzato dallo scultore Antonello Gagini nel secondo decennio del XVI secolo. L’attenzione dei giovani allievi si sposta poi nella Cattedrale di Gerace, concentrandosi sugli altari barocchi, individuando i pezzi erratici, procedendo allo studio e al possibile rimontaggio. La storia degli altari verrà indagata grazie alla competenza di ricercatori in campo storico archivistico, mentre altri allievi si occuperanno del rilievo grafico, digitale e 3D dei singoli pezzi per avere un quadro preciso ed esauriente delle parti da ricomporre, anche in modo virtuale, in previsione della loro ricollocazione museale. Il progetto prevede, infine, il trasferimento nella sede del Santuario della Madonna della montagna a Polsi ove si procederà allo studio e al conseguente intervento manutentivo su alcuni degli oggetti più significativi del Santuario.  

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“Abbiamo altri materiali, con una scoperta in più degli ultimi giorni – afferma la Orsi – Abbiamo probabilmente un altare di San Francesco,  perché c’è traccia di un altare a parete, di san francesco, simile a quello che c’è all’entrata della cattedrale, e abbiamo elementi di architettura dell’altare. Si prende così l’occasione per riuscire a fare cantieri – scuola di un mese all’anno. È poco ma si porta avanti un progetto che in realtà sta crescendo tanto”. La curia offre vitto e alloggio per tutte le persone. Stiamo iniziando a mettere perni e a creare tutte le porzioni che riusciamo a rimontare. Per poi conservare tutto in questi ambienti, e piano piano si dovrà creare l’occasione che qualcuno darà a questo progetto una stanza nella quale esporre i pezzi più belli, piuttosto che, fra qualche anno, con tutte le difficoltà che ci possono essere, avere l’occasione per potere iniziare a pensare seriamente di proporre la stilosi di un altare. Cosa complicata”.

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Al piano di sopra è invece il professor Giuseppe Mantella, da cui il progetto nasce e si sviluppa in collaborazione alla Curia vescovile. Mantella ci illustra il lavoro dei ragazzi. Siamo circondati da opere di ogni tipo, statue, oggetti, di diversa età. Gli studenti attuano così uno scambio. Sui tavoli da lavoro gli storici diventano restauratori e viceversa. Ci sentiamo anche noi dei ‘resti’ di qualcosa, oggi, nell’esatto momento in cui prendiamo consapevolezza delle pieghe di certi argomenti in Calabria. L’assenza di attenzione da parte di chi di dovere, in questo caso il potere politico, verso il patrimonio storico e culturale porta profonda delusione, ma è grazie all’utopia concreta di questi progetti, in cui molti operatori non recepiscono alcuno stipendio, che crediamo nella rinascita di questa terra. Sappiamo che siamo sempre di più, è che se proviamo a lasciare andare i nostri sensi, troviamo con stupore ciò di cui abbiamo bisogno. Per noi, per gli altri, per un tutto fatto di insieme, che forse in fondo all’animo grecofono troviamo di facile e naturale appartenenza.

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Credere di più in noi. Quando crederanno di più in loro i calabresi?

Davide De Grazia, 

Valeria D’Agostino 

Valeria D'Agostino

Nata e cresciuta a Lamezia Terme, ha 29 anni, i suoi studi sono giuridici ma attualmente è la letteratura ad essere al centro di ogni cosa. Componente del blog collettivo Manifest. Corrispondente per un giornale locale, collabora con alcune riviste nazionali online. È vicepresidente di Scenari Visibili, associazione culturale teatrale, fa parte del direttivo TIP Teatro. Appassionata di poesia, antropologia, luoghi e paesaggio.

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