Deliri (seconda parte)

Per fare arte devi spingerti contro ogni eccesso, aprendo te stesso all’ignoto.

Quì, ove solo il pensiero è in grado di vedere,
e la parola è incapace di raccontare.
Follia, morte, distruzione..ecco ciò che attende le povere anime che decidono di propagare il sapere dei pochi a chi ancora non ha imparato a sentire, guardare ed ascoltare.
Ma solo spiriti scelti ricevettero l’autorizzazione per spiegare cosa i sensi limitano, noi siamo i profani.
Siamo i nati dal dolore e dall’odio, svegli per aver preso coscienza del peccato.
E tu, tu…sei qui ad accusarmi perché scelgo di rivelarti tutto l’orrido delle mie visioni, tutto ciò che la tua anima rifiuta perché impaurita.
Ma come osi, uomo, rifugiarti nella luce se rifiuti le ombre?
E come pretendi di aspirare al paradiso, se prima non scendi all’inferno?
Ed ora ti prego,
sta molto attento ed in silenzio, sto per iniziare a parlare.

Incontrai il mio primo demone al tramonto, apparse nell’istante in cui l’ombra, sopraffacendo la luce, iniziò a colorare il cielo..
E mi si avvicinò riesumando dall’abisso uno dei miei scheletri, e divenendo l’essenza delle mie ferite. Strinse il mio petto in una morsa, sicuro di dilaniare la mia carne e trasformare la mia pelle, tutto ciò che mi turbava faceva parte di me. Si era impossessato delle mie vesti, e respirava, viveva e camminava al mio posto.
L’aria ormai era diventata soffocante, ed io mi ritrovai avvolto da un grande senso di impotenza.
Dovevo reagire!
Decisi di affrontarlo diventando cosciente del dolore che prima negavo a me stesso, e trasformandomi nella mia più grande paura. Solo diventato maestro sommo del mio dolore fui capace di controllarlo.
L’ora più buia trascorse e alle prime luci dell’alba la mia sagoma si ergeva trionfante, sulle macerie di quel che prima era la causa di ciò che faceva tremare la mia anima.

Andrea Bruno

Oscillo tra i miei flussi di incoscienza.
Giullari venite e deridete chi non vuol guardarvi;
Colui che della verità ne apprezza le ferite.
Chi ha reso la propria voce un ruggito.
Chi a solo la notte deve il suo inchino.

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