“Uscirai Sano” ovvero il tratto antropologico di un paese: “Girifalco, oltre lo stigma”

GIRIFALCO – Solo qualche mese fa, durante un laboratorio di critica e scrittura, Alessandro Toppi colpiva la mia attenzione a proposito dei dettagli.

Affermava di quanto fosse per lui importante, molte volte, concentrarsi su  ciò che lo avesse meravigliato di più durante uno spettacolo a teatro. E ci metteva dentro tutto quanto componesse lo spettacolo. Quanto avveniva sul palco, sotto il palco, quanto accadeva tra la quarta parete, tra il pubblico. Ecco, mi fermerei qua. E allora, perché mi è tornato in mente il critico napoletano e questo prezioso consiglio di lettura critica?

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Lunedì 14 agosto la prima ufficiale del docufilm “Uscirai Sano – Sanus Egredieris”, nel cortile del Complesso Monumentale di Girifalco. Uno spazio che, tra il vento caratteristica del luogo, ha riunito più di 200 persone, e ha incantato tutti. A colpirmi fra le altre cose, è stata la discrezione di Barbara Rosanò, tra il pubblico, accanto la consolle. Il suo abbigliamento, il giallo del suo maglione, il suo essere un po’ imbarazzata, entusiasta ed accogliente. La regista non si dava per nulla arie. Sia prima che durante che dopo la proiezione, questa donna insomma ha attirato la mia attenzione. Ha dimostrato profonda dedizione, passione e competenza. Ha coinvolto un intero paese. Alla fine dirà poche parole, annotate su dei fogliettini svolazzanti, dirà poche parole per non annoiare, perché forse, si scusa più volte correggendo se stessa “io, no io, l’associazione Kinema”, non sa cosa sia l’autoreferenzialità o l’autocelebrazione.

È di questo stile di donne che la Calabria ha bisogno. Donne del genere che si moltiplicano.

Sullo sfondo Girifalco, che emerge in ogni dove nello schermo: fra alcune interviste, in alcuni vicoli o panorami, nel Manicomio. Ed è proprio su quest’ultimo che la regia al femminile,  Barbara Rosanò e Valentina Pellegrino, ha inteso focalizzare l’ attenzione. Quel manicomio che negli anni ha rappresentato l’immagine del paese, in positivo e in negativo. L’opera, con un cast quasi tutto girifalcese, che vede tra gli attori protagonisti  Antonio Marinaro e Francesca Ritrovato, ha messo in luce in maniera sottile il dramma personale di ciascuno dei pazienti, ed ospiti, alcuni dei quali continuano a vivere nel Complesso (non più manicomio). Ha restituito dignità, laddove molti di essi la dignità l’hanno perduta all’esterno. Oggi è una casa accoglienta, pronta a non far sentire solo nessuno.

Quando un’opera d’arte ha in sé l’ingegno ed elimina ogni stigma

Dopo aver partecipato al circuito nazionale dei festival, tra cui la prima selezione dei David di Donatello e lo Sguardi Altrove festival, Uscirai Sano si mostra finalmente, attesissimo nel paese che l’ha ingravidato, ad un pubblico che emozionato, a fine serata, applaude e si complimenta con registe e attori. Molte le richieste di future proiezioni in altri territori. Nel cortile ci sono tutti. Cittadini comuni, alcuni pazienti ad inizio serata, infermiere che fanno il turno di notte, alcune sagome escono fuori da finestre e ascoltano curiose, cercano di captare il movimento che si sta creando, ci sono tutti a testimonianza di tanti decenni di storia, di memoria e perché no, anche d’identità. Perché non avevano torto quei detti che ancora oggi costituiscono dei luoghi comuni, quando asserivano “Mo ti portu a Girifalco”, “Giricalco? U paisa de pazzi”. Perché se da un lato, questo dire ha permesso uno stigma dilagante a macchia d’olio, dall’altro, gradualmente, ha letto la storia. I pazzi, “che poi non tutti i pazienti del manicomio erano pazzi” – afferma l’attuale direttore del Complesso, il dott. Salvatore Ritrovato, hanno sempre vissuto il paese. Tuttora, tra i vicoli e fra le vie principali di Girifalco si trovano pazienti che compiono la loro passeggiata di routine.

Girifalco è l’immagine in miniatura della nostra terra. Girifalco come una contraddizione che ci personalizza, tutti e ci disorienta in modo incredibile. Girifalco, il manicomio, le camice forzate e gli elettroshock, Girifalco, il manicomio, il campetto di calcio per i bambini del paese, fonte di vita, di sviluppo, di ricerca, di economia.

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Erano in molti i bambini che ogni giorno, specie d’estate, si davano appuntamento lì, al manicomio, per una partita a pallone, lì, nello stesso cortile della proiezione, dove i ‘pazzi’ sorridevano e prendevano parte al gioco. Alcuni di loro, dei pazzi, un’infanzia non  l’hanno mai avuta. Eppure, fra le mamme dei bambini, c’era sempre qualcuna che, non appena vedeva uno di loro avvicinarsi al proprio figlio, magari per restituire la palla, gridava “andiamo via, è tardi”. Il tipo di integrazione avvenuta è di tipo spontaneo. Questo ha fatto sì che negli anni, lo stigma si eliminasse sempre più. Qui, i pazienti ritenuti idonei usufruiscono, dalla fine dell’ottocento ad oggi, del sistema open door: possono uscire e vivere il paese, generando una contaminazione unica tra il mondo interno dell’ospedale e quello esterno della co-munità. Un ambiente complesso dove convivono solidarietà, paura, amicizia e solitudine.

Come afferma in apertura al film, la docente di disturbi e patologie dell’infanzia e dello sviluppo  Marilù Pallone, portando con sé alcuni pezzi di Alda Merini e di Vittorino Andreoli, non si dovrebbe più utilizzare il termine “normalità” contrapposto ad “anormalità”. Sulla malattia mentale, sulle varie patologie, come nella parte documentale aggiunge Amalia Bruni, del Centro di Neurogenetica, vigono ancora oggi tabù e pregiudizi. Tra le carte ritrovate nei fascicoli, figurano storie parecchio affascinanti. C’è una donna che, in particolare, pochi anni prima la scoperta di  Alzheimer ha esplicitato alcuni sintomi che riconducono alla malattia. Ci sono scene, in cui emergono tratti assai strani, come un signore ben vestito che passeggia fra le vie del paese, al quale tutti i bambini chiedono addizioni matematiche, e lui risponde immediatamente. Già, perché forse un tempo si chiudevano in manicomio anche casi rari di geni, oppure un bambino che aveva la colpa di essere troppo vivace. Aveva 9 anni, il piccolo, che voleva ancora avere fra le mani delle macchinine giocattolo. Uscirà da lì dopo 36 anni. “Peggio di un ergastolano – racconta  – sono stato tenuto lì dentro”.

Interessante la rivolta del paese, in particolare il suono delle campane ordinato dal parroco, di rivolta a chi voleva chiudere il manicomio. Emerge così un dato antropologico senza eguali a Girifalco. Ma con l’arrivo della legge Basaglia, tutte le strutture psichiatriche devono chiudere. Troppi gli orrori commessi in Italia. Eppure a Girifalco si pensa di realizzarne uno nuovo, un gigantesco fantasma quale è l’istituto più giù del paese nel bivio che porta a Borgia e a Squillace. Una struttura mai utilizzata, che però era dotata di ogni confort. Soldi spesi male, sprechi, stanzoni ormai fatiscenti, che da oltre un ventennio sono il magazzino di ossa di cani e altri animali morti di fame, stanzoni utili solo a report fotografici fini a se stessi. Ancora una volta, sono le Associazioni Culturali, con fini nobili, che con pochi soldi, e senza chiedere grandi finanziamenti, riesco a portare alto il nome Calabria, e a farla crescere e confrontare con altre regioni d’Italia. L’associazione Kinema c’è riuscita. Senza toccare la retorica, Uscirai Sano, attraverso le storie dei 2 protagonisti, e con le forti testimonianze dei veri protagonisti nella vita di tutti i giorni del Complesso, ha messo in evidenza le due facce della stessa medaglia di cui è fatta la follia. Che prima o poi, questo l’auspicio, tutti usciranno sani, ma di coloro che sono già fuori, che non sono mai stati dentro alcun manicomio, che non sanno di essere folli, che cosa ne sarà?

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Il docufilm è stato dedicato a Rocco Rosanò che credeva fortemente all’idea del progetto.

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Valeria D’Agostino

Valeria D'Agostino

Nata e cresciuta a Lamezia Terme, ha 29 anni, i suoi studi sono giuridici ma attualmente è la letteratura ad essere al centro di ogni cosa. Componente del blog collettivo Manifest. Corrispondente per un giornale locale, collabora con alcune riviste nazionali online. È vicepresidente di Scenari Visibili, associazione culturale teatrale, fa parte del direttivo TIP Teatro. Appassionata di poesia, antropologia, luoghi e paesaggio.

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