A Lamezia si pensasse a creare ‘memoria’ e non a candeline da spegnere

Lamezia Terme – Sembra paradossale eppure mai come in questo momento storico può risultare più vero.

Mi riferisco al ‘presente’ di questa città: Lamezia Terme, terza città della Calabria che conta 70.000 abitanti tra S’Eufemia, Sambiase e Nicastro e che fra poco spegnerà 50 candeline per il suo compleanno tanto atteso dalla giunta comunale e da qualche nostalgico (laddove la nostalgia, qui, riveste il sapore più amaro). Ma di che ingredienti questa torta è fatta? Ce lo vogliamo chiedere? Oppure decidiamo di mangiarci tutti una fettina, e domani è un altro giorno? Il paradosso, in questo immobilismo di politica e di assessorati decadenti, è il fermento culturale vero da pare di molte associazioni culturali, di gruppi di giovani che manco ci pensano a diventare associazioni, che da un po’ di tempo a questa parte sono i veri protagonisti della città e del cambiamento. Ci sono i locali, che su Corso Numistrano e in altri angoli della città pensano a tener vivo l’ambiente e grazie ai quali il fine settimana a Lamezia si registra come il più popolato. Arrivano per assistere a un concerto da Catanzaro, da Cosenza ecc, ma anche per farsi una passeggiata e rientrare. Tutto quello che fino a qualche anno fa non esisteva adesso c’è e si raddoppia sempre più, non trova modo di stancarsi, proprio perché l’apparato politico non ha funzionato, continua a non funzionare. A questo punto non resta davvero che rimboccarsi le maniche! Questo il motto non calcolato ma riuscito, da parte di alcuni giovani e meno giovani che hanno provato a ‘restare’ e a non ‘lamentarsi’ sempre. Perché la politica è cultura, la politica è nelle buone azioni, nella consapevolezza, nella presa di coscienza, nella responsabilità verso se stessi e non verso qualcun altro. Il paradosso consiste in questo: laddove un sindaco rimane  solo, a combattere contro tutto e tutti, forse prima che con gli altri con se stesso, laddove gran parte del resto dei componenti di un’amministrazione comunale, incapace, morta, clientelare, continua in giochi sempre più tristi e di telecomando, un’associazione culturale o un gruppo di amici comuni prendono sempre più consapevolezza su quegli stessi problemi che provocano in loro spaesamento, con il conseguente stimolo a reinventarsi ogni giorno e con loro anche gli spazi che li circondano, la città coi suoi umori, i luoghi con le loro luci e ombre, si moltiplicano, studiano il modo di guardare le cose con nuovi occhi, comprendono l’urgenza di sfatare luoghi comuni con decine di coetanei scoraggiati, disillusi, o che semplicemente non ci vogliono provare.

Come è giusto che sia, in questi ultimi due anni, il tempo con i suoi cambiamenti mi ha portata ad essere più disincantata e ad amare la mia città ma a proiettandomi ‘altrove’. Resto qui, opero qui, ma sono sempre ‘altrove’. Questo circuito/rete di relazioni e di lavoro di intenti comuni, obiettivi, idee, laboratori di progetti apparentemente astratti, improvvisamente, si scoprono avere gambe e spalle forti e tali da reggere più cose, molte di più di quanto potessi io stessa immaginare. E allora si va oltre, si va oltre le candeline per il 50° compleanno di Lamezia, non si legge neanche un articolo riguardante quell’evento, perché si preferisce concentrarsi sulla memoria, quella memoria fatta di ‘unione’ di cui la nostra città ancora manco l’ombra! Quella memoria di cui i nostri politici non conoscono minimamente il significato. Perché questa, badate bene, ha a che fare con un movimento, con qualcosa che si muove, invece la terza città della Calabria ha sedie e poltrone le cui tappezzerie massaggiano il culo delle stesse persone da troppi lunghi anni, negli uffici, nella burocrazia, nelle tavole da comizio, nelle campagne elettorali, nelle loro conseguenti cene e trombate, e nelle segreterie di ogni apparato istituzionale, nelle logge massoniche, nell’antimafia delle passerelle.

La memoria si è arrestata, o forse non è mai partita, qui a Lamezia Terme. La vedo, a volte, come una fanciulla alla quale non è mai stata data una carezza. Le mie orecchie si sono assuefatte a certi nomi, a certe consuetudini malate, al compromesso della gente, a chi ancora va a votare perché crede in uno scambio, ma le mie orecchie non legittimano, non perdonano, e grazie a questo sistema trovano il coraggio di nutrirsi di bellezza, d’arte e di cultura, trovano la forza di diffonderle, di generare altre menti, specie le più piccole, perché il cambiamento non si potrà mai toccare con mano, e pare sfuggirci sempre di mano, eppure si avverte, nella stanchezza, nello sforzo del coinvolgimento, o in chi coinvolto ti insegue perché sostiene che Lamezia è una bella città da quando ti conosce, da quando si organizzano cose carine in posti non convenzionali. Eppure la mia Lamezia la dovrebbe provare a cercare un po’ di memoria. Iniziando ad incazzarsi e a costruire, iniziando a stare zitta e a disegnare un paesaggio fantastico, colorato quale è realmente coi suoi tanti giovani. È paradossale ma è ciò che sta avvenendo. La libertà è una puttana, sulla bocca di troppi, per vederla bisogna pagare un prezzo molto alto e fatto di lentezza, pazienza, e duro lavoro. Un lavoro onesto, pulito, che a fine giornata, sebbene uno stipendio fisso non ce l’ha e forse non l’avrà mai, va a letto a sonni tranquilli. Le mie orecchie si, sono assuefatte a facce, nomi, e partiti, ma su questi ultimi le mie orecchie si fermano per qualche minuto. Al di là di ideologie inesistenti ormai, o di ideologie talmente troppo radicate da diventare buio e non faro, non sono neanche più le persone dietro questi a spaventare, non è la destra,  non è la sinistra, che non c’è più da un pezzo (bene o male?), non è il centro (che poi conta sempre più di tutto), o il PD, ch’è sempre destra, sono piuttosto le parole che mancano. Mi chiedo, spesso: “Ma cosa hanno ancora da dire”? E se non avessero più niente da dirci già da un pezzo? E se invece avessimo dovuto accorgercene e non lo abbiamo fatto? Ebbene, se vogliamo che la memoria si ricordi di noi, dobbiamo compiere uno studio accurato non sui partiti, o sulla plasticità dell’attuale politica, bensì sulle parole mancanti e da lì provare a costruirne di nuove. Altrimenti ci dimenticheremo presto anche di noi, altrimenti smetteremo di camminare, e il nostro ‘altrove’ non ci servirà più a nulla. Non esiste passato e non esiste futuro. Esiste il ‘presente’, esistiamo noi, qui ed ora. Il resto è solo vuoto.

Valeria D'Agostino

Nata e cresciuta a Lamezia Terme, ha 29 anni, i suoi studi sono giuridici ma attualmente è la letteratura ad essere al centro di ogni cosa. Componente del blog collettivo Manifest. Corrispondente per un giornale locale, collabora con alcune riviste nazionali online. È vicepresidente di Scenari Visibili, associazione culturale teatrale, fa parte del direttivo TIP Teatro. Appassionata di poesia, antropologia, luoghi e paesaggio.

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