Come convivere con quel piccolo ma pesante senso di insoddisfazione ~

Partiamo dall’assurdo: e se oggi, fra le viscose pieghe della quotidianità, avessimo in realtà realizzato gran parte dei sogni di quand’eravamo poco più che bambini?

Cosa sognavate d’essere voi a quella teneramente sottovalutata età di tredici o quattordici anni? Mi rivedo per un attimo, per quell’attimo in cui decido di tuffarmi indietro con coraggio, goffo nell’esprimermi, impacciato in un gruppo che conti più di due persone. Continuiamo con realismo. Lo ammetto. Mi riconosco nella sempre più comune sindrome da perenne insoddisfazione. E Dio solo sa quanto fastidio mi reca anche solo lo scriverla questa parola: insoddisfazione.

Scrivo per forza, per quella forza di volontà che si affievolisce anziché fortificarsi quando si tratta di “se stessi”. Non sto più al passo coi miei cambiamenti, questa è la verità. Mi rattrista terribilmente il non comprendere perché queste stesse righe non abbiano più il sapore di quelle scritte qualche anno fa. Come fate, voi, a riconoscervi in una sola parola pronunciata anche un anno fa? Come fareste a riconoscervi pur nella stessa e identica parola, pronunciata ogni giorno per tutta la vita? Ormai mi limito a descrivermi. Tuttavia mi consola continuare ad intravedere il mondo intero, tra una descrizione della mia emicrania e un’altra della mia insonnia.

Non pensare. Forse potrebbe esser questo il miglior consiglio su come convivere con quel piccolo ma importante senso di insoddisfazione. Chi si ricorda come si fa a pensare? Perdonami, me stesso, per averti spesso trascurato, per aver immaginato che tu restassi là, sempre uguale a te stesso, immutabile. Perdermi nella bellezza del quotidiano mutamento del mondo, trascurando il tuo piccolo mutare, è stato il mio più grande errore. E non l’unico.

Ma nella vita – anche in quella più umile e di tutti i giorni – abbiamo pur bisogno dell’assurdo, quell’assurdo con il quale ho voluto lanciare questo sfortunato pezzo di diario, così irriconoscibile dai suoi parenti del passato. Dopotutto il cerchio alla testa non è una novità, le palpebre calanti neppure. L’ingestibilità del tempo lo sta diventando. Ma… questione di priorità: ho deciso, senza decidere, di studiare prima il mondo. Solo in questo modo sapremo, giorno dopo giorno, quanto incidere su di esso. Perché. E soprattutto, ché a quanto pare di ‘sti tem pi è la cosa che conta di più, come incidervi. E poi non si è soli, mai.

Titolo fuorviante. Nota bene per la prossima volta: come in passato, i titoli meglio darli alla fine.

Domenico D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisei anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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