[I libri della domenica] L’Anarchico di Calabria: Bruno Misefari e la sua perenne attualità.

Mi accingo a terminare con gioia la lettura di “Diario di un disertore” di Furio Sbarnemi (Gwynplaine 2010, collana “Red”, che ospita pubblicazioni di Gramsci, Malatesta, Jack London e Lenin), pseudonimo di Bruno Misefari.

Si tratta di una figura che non potevo non approfondire dopo aver letto una scarna biografia su quel vasto contenitore di conoscenza spicciola che è Wikipedia. Perché basta leggere le prime righe sulla nota enciclopedia online per comprendere di che tipo di uomo stiamo parlando:

Bruno Misefari conosciuto anche con lo pseudonimo anagrammatico Furio Sbarnemi (Palizzi, 17 gennaio 1892 – Roma, 12 giugno 1936) è stato un anarchico, filosofo, poeta e ingegnere italiano.
All’anagrafe Bruno Vincenzo Francesco Attilio Misefari, era fratello di Enzo (politico calabrese del P.C.I., storico e poeta), di Ottavio (calciatore reggino tra i più conosciuti nei primi anni del secolo; giocò nella Reggina e nel Messina) e di Florindo (biologo, attivista della Lega Sovversiva Studentesca e del gruppo “Bruno Filippi”).

Appena lessi ciò mi tornò alla mente uno dei primi viaggi nell’Aspromontano, qualche anno fa, proprio a Palizzi superiore ed una targa commemorativa di questi fratelli Misefari, per nulla pretenziosa, su di una costruzione perfettamente conurbata con il circostante.

Siamo negli anni Dieci del Novecento. Nel profondo Sud dell’Italia. Dovrebbe bastar questo per cominciare ad immaginare il contesto storico-sociale nel quale Misefari si formò. L’adolescenza lo vede nella vicina città di Reggio Calabria. Una Reggio Calabria che nel 1908, si sa, esce disastrosamente dal famoso grande terremoto. Già in questi anni di piena gioventù (meno di vent’anni) si mostra precoce nelle sue idee fortemente socialiste e antimilitariste tanto da scontare i suoi primi due mesi in carcere per le pressioni esercitate contro la guerra italo-turca. Arrestato per “istigazione alla pubblica disobbedienza”. Con il trasferimento a Napoli (dove continua i suoi studi fisicomatematici per volontà soprattutto del padre) le sue idee prendono una piega sempre più anarchica, grazie anche ad un piccolo movimento napoletano che in quegli anni cresceva sempre più.

Nel 1915 si rifiutò di partecipare al corso allievi ufficiali a Benevento e fu condannato a quattro mesi di carcere militare. Diserterà una seconda volta il 28 settembre 1916, trovando rifugio nella campagna del beneventano in casa di un contadino. Tornato a Reggio Calabria, il 5 marzo 1916 interruppe una manifestazione interventista nella centrale Piazza Garibaldi, salendo sul palco e pronunciando un discorso antimilitarista. Venne per questo motivo arrestato e condotto presso il carcere militare di Acireale; sette mesi dopo venne trasferito presso quello di Benevento. Da lì riuscì ad evadere grazie alla complicità di un amico secondino. Fu tuttavia intercettato alla frontiera del confine svizzero; ancora incarcerato, riuscì nuovamente nella fuga nel giugno del 1917.

Sono gli anni più burrascosi, quelli centrali, che occupano la prima di tre parti di un diario appassionato, grondante furore e volontà di riscatto. Tutta la narrazione è in un’autentica prima persona, frutto di frammenti, collage, di tutti quegli anni passati tra libertà e detenzione. Nella seconda parte sono invece narrati gli anni trascorsi in Svizzera. Che non furono affatto diversi da quelli italiani. Dopo un primo tentativo di reclusione a Lugano, gli viene concessa libertà di scelta nel luogo di residenza (si mossero dalla Calabria direttamente per dare le giuste informazioni su quello che era, in ogni caso, un uomo politico). Scelse Zurigo, dove risiedeva Francesco Misiano, amico e socialista. Anche in terra elvetica, naturalmente, Misefari non rinunciò alla lotta antimilitarista. La sua era una lotta delle idee, quelle idee che trovavano nei giornali la loro miccia e nella lettura la loro detonazione (in questi anni parliamo del Risveglio Comunista Anarchico). Il soggiorno Svizzero si svolse all’insegna di conferenze, interviste, contatti con tutte le cellule anarchiche elvetiche. Ma i guai non erano ancora finiti.

Il 16 maggio 1918 venne arrestato per un complotto inventato dalla polizia. Fu incolpato innocentemente con l’accusa di avere fomentato una rivolta nella città e di «aver fabbricato bombe a scopo rivoluzionario». Con lui furono arrestati diversi attivisti politici, tra i quali lo stesso Francesco Misiano (che fu poi rilasciato perché socialista e non anarchico). Rimase in carcere per sette mesi, e venne poi espulso dalla Svizzera nel luglio 1919. Grazie ad un regolare passaporto per la Germania, ottenuto per ragioni di studio, si recò a Stoccarda. Lì entrò in contatto con Clara Zetkin (che gli rilascia una lunga intervista sul movimento rivoluzionario in Germania) e Vincenzo Ferrer. Nell’ottobre nel 1919 poté rientrare in patria, in seguito all’amnistia promulgata dal governo Nitti. Nel dicembre del 1919 è a Napoli e poi a Reggio Calabria.

Con le notizie direttamente dal fronte, del 1918, termina il diario di Furio Sbarnemi. Ma l’impegno di Bruno Misefari sembra non poter arrestarsi. Nei primi anni Venti, nonostante l’avvento del fascismo, Misefari riesce a muoversi abbastanza liberamente negli ambienti sovvertivi di tutto il Sud Italia (Napoli, Taranto, Reggio Calabria…). Sono altri anni di conferenze, di propagande e di campagne (tra cui quella per la difesa di Sacco e Vanzetti) e di ennesimi giornali (come L’anarchia, che ebbe breve vita, fondato con l’amico dentista anarchico Giuseppe Imondi).

Nonostante l’avvento del fascismo, nel 1924 fondò un giornale libertario, L’Amico del popolo, che però dopo il quarto numero fu soppresso dalle autorità. Nel primo numero del giornale, Bruno Misefari scrisse un editoriale dal titolo Chi sono e cosa vogliono gli anarchici.[7] Lo scritto è l’espressione del suo pensiero libertario:

« L’anarchismo è una tendenza naturale, che si trova nella critica delle organizzazioni gerarchiche e delle concezioni autoritarie, e nel movimento progressivo dell’umanità e perciò non può essere una utopia. »
(Bruno Misefari – L’Amico del Popolo)

Curiosa è la notizia del 1926. Da esperto ingegnere, si deve a Misefari la fondazione in Calabria della prima industria vetraria (Società Vetraria Calabrese). Purtroppo le prime persecuzioni fasciste non tardano ad arrivare.

Fu cancellato dall’Albo di categoria e non poté più firmare progetti. Gli venne mossa l’accusa di avere «attentato ai poteri dello Stato, per il proposito di uccidere il re e Mussolini». Fu prosciolto dopo venticinque giorni di carcere.

Il 31 marzo del 1931 arriva persino il confino. Il pretesto fu un discorso che Misefari pronunciò ai funerali di un amico (Giuseppe Zagarella, tra l’altro, fascista!), stando alla polizia un chiaro incitamento all’anarchia. Venne relegato a Ponza.

Assunto come direttore tecnico della Società Vetraria Calabrese (di cui era stato finanziatore e Presidente il su citato Zagarella) egli si era dovuto ben presto scontrare con l’assenteismo e l’inettitudine del consiglio di amministrazione che si schierò contro di lui con l’intenzione di eliminarlo in qualsiasi modo, ricorrendo anche ad espedienti politici.

L’amnistia del decennale del fascismo lo liberò dal confino dopo due anni. Ma tornato in Calabria vide il vuoto intorno a sé; scrive infatti a sua moglie: “Amnistiato si, però a quale prezzo: la salute sconquassata, senza un soldo, senza prospettive per l’avvenire”. Nel novembre del 1933 gli viene diagnosticata l’esistenza di un tumore alla testa. Nel 1934 va e viene con la moglie da Zurigo a Reggio Calabria. Nel 1935 riesce a trovare il capitale necessario per l’impianto di uno stabilimento per lo sfruttamento della silice a Davoli (in provincia di Catanzaro). Nel 1936 le sue condizioni di salute peggiorano a causa del tumore. Il 12 giugno 1936 perde conoscenza, viene ricoverato in stato gravissimo nella clinica romana del Senatore Giuseppe Bastianelli, e lì si spense la sera stessa.

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Cosa, insomma, imparare dalla vicenda di Misefari? Innanzitutto ci ricorda – il ché non fa mai male di questi tempi – quanto la Calabria abbia sfornato sempre perle di persone, uomini di un certo calibro le cui memorie sono veramente a rischio d’estinzione, salvo che per ristretti circoli territoriali o ideologici. Inoltre, le profonde idee anarchiche e antimilitariste di Misefari si tingono non di quella grigia utopia che più volte ricorre nella storia, bensì di puro pragmatismo e di interventismo. Laddove per interventismo s’intende una vera rivoluzione delle coscienze. Sì, quella a cui oggi si fa così tanto riferimento e che ci sembra quasi monca di ideali o di grandi maestri a cui affidarne le basi. Perché allora non ricordare ed attualizzare fino al limite (il limite dell’anacronismo, che bisogna sempre tener in conto) una figura e un pensiero come quello di Bruno Misefari?

Il suo Diario è una lettura più che consigliata, raccomandata! Tra le righe, scritte quasi sempre in presa diretta, scorgiamo il cuore pulsante di un uomo di pace e di scienza. Uno spirito progressista e “fuori dal suo tempo” aleggia per le pagine, anche per quelle più descrittive o per quelle che, se perdono in letterarietà, guadagnano mille punti in autenticità e vicinanza col lettore.

Frammenti

Sulla guerra:
« L’esistenza del militarismo è la dimostrazione migliore del grado di ignoranza, di servile sottomissione, di crudeltà, di barbarie a cui è arrivata la società umana. Quando della gente può fare l’apoteosi del militarismo e della guerra senza che la collera popolare si rovesci su di essa, si può affermare con certezza assoluta che la società è sull’orlo della decadenza e perciò sulla soglia della barbarie, o è una accolita di belve in veste umana. »

Sulla religione:
« È il più solido puntello del capitalismo e dello Stato, i due tiranni del popolo. Ed è anche il più temibile alleato dell’ignoranza e del male. »

Sulle donne:
« Donne, in voi e per voi è la vita del mondo: sorgete, noi siamo uguali! »

Sull’arte:
« Un poeta o uno scrittore, che non abbia per scopo la ribellione, che lavori per conservare lo status quo della società, non è un artista: è un morto che parla in poesia o in prosa. L’arte deve rinnovare la vita e i popoli, perciò deve essere eminentemente rivoluzionaria. »

Opere
Bruno Misefari, Schiaffi e carezze, Roma, Morara, 1969.
Bruno Misefari, Diario di un disertore, La Nuova Italia, 1973.,

Bibliografia su Bruno Misefari
Pia Zanolli, L’Anarchico di Calabria, Roma, La Nuova Italia, 1972.
Bruno Misefari, Utopia? No, a cura di Pia Zanolli, Roma, ALBA Centro Stampa, 1976.
Enzo Misefari, Bruno, biografia di un fratello, Milano, Zero in condotta, 1989.
Maurizio Antonioli, Gianpietro Berti, Santi Fedele, Pasquale Luso, Dizionario biografico degli anarchici italiani – Volume 2, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 2004.

Domenico D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisei anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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