In piedi, ai margini della corrente,

Fissavo solo l’acqua

La solitudine aumentava

Riempiendo il mio corpo assente

Uno a uno i miei sensi muoiono

E i ricordi lasciano gli occhi vuoti

A guardare mondi inesistenti

Mentre gli uccelli emigrano

Nuvole nere si addensano

E la notte scende

Tento di scansarmi da quell’ombra violenta

Ma un suono mi impietrisce

Avrei lasciato appassire la mia pelle

Se fosse servito a salvarti

Avrei lasciato queste fuggevoli forme

Tanti anni fa

Quando la tua pelle era come il miele

Ed era tutto vero

A cosa è servito andare avanti

A cercarti ogni giorno

Tra le canne e l’erba e i pesci

Vorrei che non fosse tutto vero

Vorrei che fosse un cattivo sogno

Mentre sto qui a ricordarti

Respiro come un uomo che affoga

E il sole si è spento

E non c’è una magia

Che ti possa fare riuscire dalle acque

Perché lo hai fatto

Ora vorrei essere io nella corrente

E non respirare come un uomo che affoga

A te avrei donato la mia vita

Davide De Grazia

Il poeta non è altro che un canale, un medium per l'infinito, che si annulla per fare posto a forze che gli sono immensamente superiori e, per certi versi, persino estranee. D'altra parte chi sono io di fronte al tutto, ma al contempo, cosa sarebbe il tutto senza di me?

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