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Il dio delle piccole cose d'autunno.

Quando riprendono gli impegni, si risale sul treno del rientro alla vita di sempre che sfreccia già dalla partenza, una volta trovato posto su un vagone libero, si procede spediti verso una meta non ancora ben definita. Si è convinti che la vita non aspetti, che è un continuo viaggio per cui non è possibile perdere una tappa. Mancare una fermata. Così procediamo imperterriti nel nostro viaggio. Ma per evitare di aver viaggiato a raso della costiera calabra per lungo, avendo scorto nulla di più degli interni di un vagone anonimo nel suo comporsi, sebben utile per il suo trasportarci, conviene concederci un momento per scorgere fuori del finestrino ed ammirare devoti le opere di quel dio delle piccole cose che saziano ogni nostro giorno.

Concediamoci un momento, durante il nostro rientrare, durante il nostro da fare. Che si collochi in qualsiasi parte del giorno, in qualsiasi istante della settimana. In qualsiasi frazione del mese. Ritagliamoci un momento per accorgerci della gara che la nuova stagione mette in atto oltre il nostro naso. È una sfida a colpi di tinte inaugurata delle foglie che caute iniziano ad approssimarsi ai passi compiuti per strada, lungo un marciapiede che diventa mosaico di colori. Si scorge, senza ricercarlo troppo, un paesaggio che riporta alla vista colori di natura che in altre stagioni abdicano ad una tinta verde predominante. Si riscopre, gradualmente, risveglio dopo risveglio, una palette cromatica pronta a cogliere tutte le sfumature di tinte immaginabili che spaziano da uno spento verde, sino a giungere ad un arancione vivo prima di sconfinare ad un inatteso e per questo sorprendente violaceo. È una gara che si compie mentre i nostri occhi son rivolti altrove, assorti in tutte le incombenze quotidiane che in autunno riprendono a scandire il tempo e ad occupare i pensieri. Non si pensa ad altro in autunno: la routine è già ripresa e si affacciano all’orizzonte impegni da rispettare e scadenze da onorare. Le nostre orecchie ritrovano il sussurro molesto che ricorda che chi si ferma è perduto: perché si riprende per mano una matita che traccia i contorni di ciò che sarà il futuro, ed è bene non perdersi troppo per evitare che, arrivato il futuro, non si abbia ancora sviluppato una forma precisa del nostro schizzo. Ma d’altro canto, chi rischia di perdersi tutto è chi non si ferma mai. Chi non indugia mai. Chi non stacca la matita del foglio giusto il tempo per fermarsi ad osservare, per scorgere oltre dal finestrino.  Ed in autunno, dinanzi alla natura che si compie, colora e scolora, non è possibile non indugiare per un istante almeno. In autunno, specialmente in autunno, non è possibile non lasciarsi trasportare dall’incanto che si svela. Il ritaglio è semplice, è gestibile. Anche nel più incasinato dei giorni, anche nella più concentrata settimana: conviene perdere un momento per evitar di perder se stessi. Conviene perdere un istante, e lasciarsi trasportare dalla magia a cui anche le città prendono parte: si ripopolano i café e i bistrot di ogni tipo nelle ore pomeridiane. Si riaffollano i centri, le biblioteche, le librerie. Ogni cosa in città entra in sintonia con la stagione dei colori: anche i colori neutri dei palazzi, il rosso vermiglione dei tetti, i sampietri di marrone bistro su cui solcare passi, sfidano la natura a chi dipinge il più arlecchinato quadro. Qualunque sia il tempo: che si palesi un cielo sereno o che si appresti un timido piovigginare, le città son fatte per esser scorte in qualsiasi momento d’autunno. Nel malaugurato caso di pioggia, va a finire che anche d’autunno un albero è come un ombrello. Ombrello certo fragile, ma ancora non del tutto spoglio. Ancora in grado di fornir protezione sotto la sua volta tutta cromata. Così ci si conduce tra le vie del centro, lasciando alle spalle colonne di alberi che nella gara a colpi di tinte dicono la loro con un “terra di Siena bruciata”, quel marroncino così vicino ad un vivace arancione, mentre i passanti, protetti dalla frescura pomeridiana da un giubbotto appena rispolverato dall’armadio, si lascian trasportare da cuffie abili a suonare note graffianti che ben s’intonano al contesto circostante, nel bel pieno della spettacolare gara cromatica che è l’autunno.

Ma non la si subisce solo una simile gara. Ciascuno di noi ne risulta partecipe a suo modo. Nella cromatica estasi del d’intorno, nel privato, anche le nostre scrivanie partecipano al concorso artistico indetto dal dio delle piccole cose della natura: si ornano di pile di libri sottolineati di rosso e di blu. Pile di appunti presi alla rinfusa entro i quali si ricerca di metter ordine, con a fianco una schiera arcobaleno di evidenziatori pronti ad essere usati come arma migliore alla tempesta di informazioni da passare in rassegna. Il tutto mentre un libro, anch’egli pieno di colori e sfumature che meriterebbero d’esser messe in mostra, giace in un cassetto del comò accettando con rassegnazione l’idea di esser incontrato solo al terminar del giorno. Perché in autunno, il giorno s’impara e poi è subito sera. Intanto per le strade auto stridono per vincere la gara contro il tempo, per guadagnare tra il rigido scandire delle incombenze un ritaglio di tempo anche per sé, per godersi quella parte di autunno di cui è impossibile fare a meno.

D’altronde l’autunno è il proseguo naturale dell’estate, da cui si eredita il ricordo di escursioni reiterate in giornate interminabili dove la sera era la replica in notturno del mezzodì. D’autunno si prende la graduale strada dell’abbandono di quella vita libertaria sperimentata nella stagione estiva, servendo contemporaneamente da anticamera all’inverno, che all’escursioni felici sostituisce lunghe e sconfinate giornate gelidi nel corso delle quali, senza troppi dispiaceri, si è costretti a rifugiarsi in spazi chiusi e protetti in cui rifocillare corpo, spirito e riscaldarsi prontamente. In più è la versione opposto della primavera, rispetto alla quale appare più ricco di colori e privo dell’estenuante attesa di una calda stagione che ha ancora molto da farsi aspettare e di cui non si sente ancora alcuna esigenza.

Anche perché l’autunno, i suoi colori, i suoi odori rispolverano meraviglie custodite nei ricordi. Restituisce la voglia di casa, la voglia di un risotto alla zucca, la voglia di pace al terminar della giornata, in cui i pensieri si abbandonino appena varcata la porta di casa per esser ripresi l’indomani mattina. Sarà che l’autunno restituisce l’anelar continuo a quella spensieratezza da bambini che si pretende di riviverla almeno nelle domeniche di qualche anno più tardo: i nostri miglior momenti di ritaglio. E in certi momenti di ritaglio si intravede l’infinito dei percorsi che abbiamo intrapreso. Nell’atto di alzar la testa e lasciarsi distrarre per qualche ora, si prende consapevolezza di dove si è, di cosa si fa e di chi si è diventati. In questi atti di distrazione si compie il nostro autunno. Tra le mezz’ora spese in un bistrot a sorseggiare una cioccolata affacciati sul canale che scorre per le vie della città. Nelle serate infrasettimanali passate nel cinema scovato in fondo alla via dove proiettano pellicole in biacco e nero che rientrano nel regno delle piccole cose da lui lasciarsi sedurre. In una biblioteca frequentata al terminar delle lezioni. Così si compiono i giorni di autunno: con i suoi sabati e le domeniche passate su una terrazza con vista vermiglio tetti a completare quelle letture custodite nel comò a cui si fa la sorpresa di riprenderle extra-tempo. Perché sacrificare una parte del nostro tempo a questo dio delle piccole cose regala le forme migliori al quadro del nostro costruire autunnale. Un quadro ottobrino, pieno di tinte e di colori che si contorna del nostro impegno e della nostra dedizione a seguire la rotta presa, con gli appuntamenti che questa richiede e con i piaceri che questa offre.

E allora, che venga l’autunno.

Di Giovanni Nicolazzo

Il mio nome mi piace pensare mi dovesse esser destinato. (La ragione, andrai presto a comprenderla). Attualmente sul mio comò c'è Dumas ad aspettare. Sulla mia scrivania un esame da preparare. E nel mio cuore, un lieto ritorno a casa, che non aspetta altro d'arrivare . Così mi sento: Prenditi un momento, entra su Manifest, leggi qualche frammento e dimmi: può andar mai meglio la giornata?

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